Di ferie d’agosto, Vacanze romane e altre avventure: perché perdere tempo d’estate?

Beatrice Roberto

Agosto 21, 2025

Resta Aggiornato

Perdere tempo d’estate è una vacanza romana, una feria d’agosto, un’avventura. È un atto d’amore per se stessi.

E, il cinema, l’arte della luce e del tempo, lo racconta.

Vacanze romane

La feria d’agosto è la sospensione della temporalità, una stasi e un’estasi, un altrove dove perdersi e stare. 

È la feria d’agosto dei racconti di Pavese, la lentezza di cui parla Kundera, la vita contemplativa di Byung-Chul Han, il non tempo della vacanza.

È un tempo al negativo, dunque? Un tempo quasi montaliano, se vogliamo, pensando alla sua Non chiederci la parola. Sì, forse. È un tempo senza risposte, senza voglia o possibilità di darsele. E va bene così.

Non chiediamoci la parola che squadri, che spieghi il perdersi dei giorni nel niente. Non è mai davvero niente. O solo silenzio. È in quei non detti, è in quei non fatti, che sta il tuo vuoto. Quello solo tuo che riempi con quel poco che poi ti basta, non serve molto.

Forse una carezza, una festa, un po’ di sole.

Somewhere

Agosto è il mese della feria e delle feste, quando si accendono i falò sui gerbidi e nelle stoppie, mentre le bande suonano nei paesi sulle colline e le donne allestiscono grandi pranzi che durano fino a notte.

Cesare Pavese racconta della luna e di quei falò, e dice: a quei tempi era sempre festa.

È la bella estate, il tempo delle esperienze assolute, estatiche. Perché l’estate è dell’estasi.

Call me by your name

La feria d’agosto stabilisce una vera e propria epoché, una sorta di trascendentale sospensione della temporalità.

Le necessità e le urgenze possono solo tacere perché non c’è tempoNon c’è tempo. Non vi è scadenza contemplata dai calendari. C’è il fermo dell’attività contadina, dell’impegno, del negotium. Si sta in ascolto e osservazione, in abbandono. La terra si fa orizzonte contemplativo, dell’inazione. Il soggetto allora è estatico, fuori dalla fenomenicità del qui-e-ora. Nulla accade, nulla è qui.

Eppure, tutto è qui e ora. È assoluto.

Agosto è l’interminata estate campestre e infantile, la vacanza piena, aperta a tutti gli stupori e rivelazioni. Come un silenzio prima della parola. Si torna infanti, si torna fanciullini pascoliani. Ed è lì che accade la poesia, che si crea la condizione affinché la poesia sorga. Si aprono i varchi e i limoni montaliani.

Aftersun

Ma, oggi, la vacanza, al tempo del capitalismo, è perdere tempo?

Non è produttiva, non dà plusvalore, è qualcosa che solo può essere derivato o conseguenza del lavoro.

Ma ce la meritiamo davvero? O, meglio, dobbiamo meritarcela davvero?

Ci sentiamo in colpa se non abbiamo fatto abbastanza prima di partire, ci sentiamo in colpa se non facciamo abbastanza nel durante e ci sentiamo in colpa al ritorno se siamo rimasti indietro. Se abbiamo perso tempo.

Call me by your name

Byung-Chul Han scrive, nel suo testo Vita contemplativa o dell’inazione (2023): 

«Al tempo libero mancano sia l’intensità vitale, sia la contemplazione. È un tempo che ammazziamo affinché non emerga la noia. Non è un tempo davvero libero e vivo, ma è piuttosto un tempo morto. […] L’inazione è il fine ultimo degli sforzi umani. L’azione è sì costitutiva della Storia, ma non è un’energia capace di costruire cultura. L’origine della cultura non è la guerra bensì la festa.»

 

Call me by your name

Eppure, sulla scorta di Guy Debord, Han ricorda che, al di là delle apparenze, la nostra è un’età senza festa.

«l’epoca senza feste è un’epoca senza comunità.» 

(Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione, 2023)

Perché, in un tempo del consumismo e delle community, la comunità è solo un surrogato mercificato di un Noi disperso. E spiega: il consumo scatenato isola e circoscrive le persone: i consumatori sono soli. E anche la comunicazione digitale si rivela una comunicazione senza comunità, giacché, della comunità, i social network non fanno che accelerare lo sgretolarsi. Il capitalismo trasforma il tempo stesso in merce, privandolo di qualsiasi aspetto festoso

 «la vera felicità si deve a ciò che è inutile e senza scopo»

(Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione, 2023)

Call me by your name

Abbiamo dimenticato pure che gli antichi Romani si ritiravano in campagna per il loro otium letterario? E che poi umanisti come Petrarca e altri avevano fatto lo stesso componendo opere come il Canzoniere?

La vita si cela negli anfratti, nei nascondigli, negli spazi e tempi morti. Non a caso Ungaretti scrive, proprio mentre è in guerra, e quindi attaccato alla morte, che non è mai stato tanto attaccato alla vita

Ammazzare il tempo, vivere la noia, stare dentro quella stasi della canicola d’agosto e tra gli ombrelloni a parlare del più e del meno o non parlare affatto, oziare e basta, senza scopo, è l’atto vitale più puro che ci si può concedere. E allora stiamoci dentro.

L’avventura

Perché Mrs Dalloway deve dare una festa?

E perché proprio una festa? Perché Hannah e le sue sorelle (1986) di Woody Allen si apre e chiude con un convivio con tutta la famiglia? Un po’ come Festen (1998) di Thomas Vinterberg? Perché festeggiamo i compleanni e gli anniversari? 

Perché siamo vivi. Ed è tutto quello che abbiamo. Miša Sapego in una poesia ellittica ed eloquente al contempo dice magnificamente: Soffrirò… Morirò… ma intanto, sole, vento, vino, trallallà.

Festen

Ecco, è tutto qui. 

La feria d’agosto è quel trallallà.

È il tempo perso, è il tempo morto, è il campo vuoto nell’inquadratura durante un piano sequenza.

Taxi Driver

Non è vano o perduto, quel tempo che hai incastrato dentro quel corridoio vuoto in Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese, con quel décadrage. Non è perso il tempo che hai speso a cercare Anna tra gli scogli delle Eolie ne L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni. E non è morto nemmeno quel tempo caduto su un paesaggio aspro nel finale de I 400 colpi (1959) di François Truffaut, quando Antoine corre verso il mare perché lui il mare non l’ha mai visto. 

Non è morto, non c’è niente di morto. Non ha niente a che vedere con la morte. È solo la vita che gioca a nascondino. E, si sa, d’estate è più divertente giocare. 

L’avventura
La feria d’agosto è dilatazione del tempo parallela a quella propria del cinema della modernità.
Perdersi nella contemplazione estatica estiva è il peregrinare per inerzia dei personaggi inattivi di quel cinema.

Quel cinema moderno che si pone in contrasto, infatti, rispetto a quello della classicità. Non offre risposte, non ritaglia il mondo a pezzetti con il suo découpage classico per dare un ordine, una finalità, un senso produttivo a quello che accade.

Il mondo è a pezzi, sì. Ma il senso non c’è.

L’avventura

Ci piace pensare che un ordine ci sia, che la favola abbia sempre la sua morale, che ogni rebus o parola crociata della settimana enigmistica possa sempre rincuorarci con la sua bella soluzione a pagina 46. Ma non basta davvero.

I tempi si dilatano, allora. Si rallenta. Ci si perde dentro giornate di sole senza sapere perché. 

L’estasi estiva è l’otium che accoglie la contraddittorietà del reale. E dice non chiederci la parola.

Call me by your name

Meglio parlare o morire?: chiede infatti Elio in amore al suo Oliver.

È estate anche nel 1983 quando i due si innamorano in Call me by your name (2017) di Luca Guadagnino. Non è un caso che nell’incipit le didascalie segnalino: Somewhere in Northern Italy e Summer 1983. Non conta lo spazio, non conta il tempo. È da qualche parte, lì nel nord dell’Italia, ma non ci interessa il posto preciso. Come non ci interessa il giorno, il mese. Conta solo che è estate, in Italia. Nulla accade davvero. Il giorno languisce come ombre e luci sulle tovaglie imbandite di pranzi oziosi in famiglia all’aperto, ci sono le feste di paese, e i bagni nelle pozze d’acqua sparute che si riescono a trovare dentro quell’afa, e le strade nel meriggio da percorrere in bicicletta. Qualche lettura assonnata, qualche melodia al pianoforte, poco altro. Perché è solo dal silenzio che può nascere una poesia. Un amore.

Call me by your name

Loro vagano in una campagna lombarda piena di sole. Cercano disperatamente il loro posto nel mondo, eppure stanno fermi. Perdono tempi e spazi, che si fanno morti eppure tremendamente vivi. Pullulanti come cicale. Guadagnino percorre sottovoce allora quel tracciato già aperto da Antonioni e da quei moderni che sanno raccontare quell’ambiguità, quello smarrimento, quell’incomunicabilità.

Quell’assenza di temporalità e di azione, o di parola, che è proprio lo spazio dove si incastra la vita.

L’avventura

L’estate è perdersi.

E Anna lo sa.

L’avventura è il primo grande successo internazionale di Antonioni. È il primo capitolo della sua tetralogia dell’incomunicabilità. I personaggi sono smarriti dentro luoghi inospitali e rocciosi di una Sicilia che è teatro di una vacanza presto deragliata dai binari classici narrativi. Perché è nel non tempo del viaggio, dell’uscita dall’ordinarietà e dal tempo della scienza bergsoniano, che una ragazza scompare. Eppure, quella che dovrebbe essere la pista narrativa centrale è presto accantonata. I suoi amici, inizialmente presi nella sua ricerca, presto si perdono anche loro. I codici della narrazione si ampliano a tal punto da dissolversi. E lo spettatore si chiede: qual è il punto? Vi siete dimenticati di Anna?

Dove state andando?

L’avventura

I personaggi si perdono dentro inquadrature vuote popolate di mari e cieli, di bianchi e neri, di silenzi e dialoghi vacui. I personaggi semplicemente si perdono. Come Anna. Claudia e Sandro si innamorano, si cercano tra loro perché Anna non la si trova più. Quando il tempo si sfilaccia così, dentro attese e inazioni, dentro solitudini e inquietudini, dentro le indolenze dei passatempi borghesi, ed è estate, e sei su un’isola, e ti sei perso, cosa resta?

Aftersun

Ci si può solo innamorare, d’estate. O, almeno, volersi bene. Forse perdonarsi. Dirsi che va bene così. 

Un padre e una figlia possono ritrovarsi anche solo per un poco, in un altrove, in un altro tempo, come in Aftersun (2022) di Charlotte Wells o in Somewhere (2010) di Sofia Coppola.

 

Somewhere

Gli incanti possono farsi possibili, presenze forse afferrabili, anche solo in sogno. E penso a Sogno di una notte di mezza estate (1999) o alla ripresa comica e poetica di Woody Allen di Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982).

 

Una commedia sexy in una notte di mezza estate

Le gerarchie possono rompersi. Come in un Carnevale, o un baccanale dell’antica Roma. Non esiste più classe o distinzione tra ricchi e poveri: l’estate ci fa tutti nudi uguali

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) di Lina Wertmüller spoglia queste convenzioni degli abiti che ormai non fanno più i monaci perché ogni credo è morto. Su un’isola deserta, spruzzata di quel sale della commedia all’italiana, i due protagonisti, agli antipodi della piramide sociale – lei moglie di un ricco industriale milanese che si gode le vacanze a bordo di uno yacht di lusso, lui marinaio presso quello stesso yacht -, non possono far altro che amarsi.

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto

Come accade a Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze romane (1953) del regista della Hollywood classica di capolavori quali Ben-Hur (1959) e Funny Girl (1968), William Wyler: è la vacanza, è il non tempo, è l’otium, è il dolce far niente italiano, a generare quel tempo morto dentro cui finalmente può scaturire libera la vita. E quindi l’amore. Ma come?

Vacanze romane

Una principessa fugge dalla gabbia dorata dei cerimoniali di palazzo squadrati con orologio e righello solo per vedere la gente per le strade, per ascoltarsi, per perdere il controllo. Per perdere tempo.

E, si sa, quando lasci la presa, è lì, in quella libertà, che sta il vero potere.

Lo diceva anche Jack, al tavolo da gioco, nell’incipit di Titanic (1997): quando non hai niente, non hai niente da perdere. È la stessa cosa che fa Francesco quando si spoglia in piazza ad Assisi davanti ai genitori e al resto della città. Perdere tutto diventa avere tutto. Perché le mani si liberano, le allarghi, e ci può stare dentro molto di più. E allora la principessa Anna vaga per Roma per sentirsi la vita addosso. Per sentire tutto. Si fa flâneur, come direbbe Walter Benjamin, si fa viandante, vagabonda.

La vacanza inizia quando non ho tempo ho fretta si traducono in c’è tutto il tempo.

C’è tutto il tempo del mondo. Perché tanta fretta?

Vacanze romane

Quanto è liberatorio dirlo? 

Milan Kundera parla della lentezza nel suo testo omonimo, attraverso storie di seduzione, di relazioni pericolose, intrecciate, non a caso, in una notte di mezza estate. E dice: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità, ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuol farci capire che ormai non aspira più a essere ricordata, che è stanca di se stessa, disgustata di se stessa.

«perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo?»

(Milan Kundera, La lentezza, 1995)

Anora

Anna è un’Anora al rovescio eppure speculare.

Entrambe hanno un sogno. Entrambe vivono un’avventura, una vacanza, se vogliamo. Un non tempo. Quindi, un tempo assoluto. Un tempo dove possono essere quello che vogliono. Tutto e niente. È il loro c’era un volta. Sono due principesse, d’altronde, come nelle fiabe.

Ma è diverso.

Perché Anna ha tutto e di quel tutto non sa che farci. Perché non ha niente di davvero suo. Non sa chi è. 

Anora, invece, non ha niente, eppure ha tutto. Perché quel niente se lo prende da sola, se lo sa prendere da sola. 

Anna è l’anti-Cenerentola che si tramuta in Cenerentola per mera avventura o forse per perdere e perdersi e così ritrovarsi, per poi arrivare finalmente a capire, a sentire. Anna lo dice chiaramente: a mezzanotte, come con l’incantesimo della zucca divenuta carrozza, il suo giorno di vacanza, finirà. Ma è tutto al rovescio. Anna non è Cenerentola, e lo saÈ tornata nel suo collegio di cristallo. Certo, la principessa è tornata principessa, eppure qualcosa è cambiato.

È nel suo sguardo.

Vacanze romane

C’è dentro quegli occhi tutta la vita degli occhi di Anora quando dentro quella macchina di Igor piange. Finalmente piange. La Cenerentola senza fate madrine, che aveva creduto di poter essere anche lei principessa (come le altre, come Pretty Woman), così come aveva creduto nelle favole, nelle narrazioni del sogno americano, capisce che quel sogno non è più abitabile. Non regge più.

Anora

Anna e Anora sono state in vacanza. È stato bello.

Poter essere tutto. Lasciar andare. Perdere tempo, per vincerlo. Per poi capire, in silenzio, sole, ma piene di vita, ora, e forse d’amore, almeno un po’. Alla fine, entrambe guardano e non dicono niente, sanno.

Le principesse restano principesse, le sex-worker restano sex-worker. E, le vacanze, in quanto vacanze, son fatte per finire.

Lost in Translation

E, così, finirà anche la vacanza di Lost in translation (2003) di Sofia Coppola.

Dopo quello che è forse è il più non tempo di tutti, perché non accade nulla, un po’ come in In the mood for love (2000) di Wong Kar-waiC’è la sospensione dell’evento, l’impossibilità dell’io di farsi soggetto, l’impasse di un’identità irrisolta. L’impossibilità di traduzione, l’incomunicabilità, la stessa di Antonioni. 

L’amore non si compie. La vita non si compie. 

Siamo in un albergo a Tokyo, un non luogo, e Charlotte e Bob si incontrano. Sono soli, sono persi, sono veri. È uno spazio-tempo sospeso, eppure assoluto. Già si carica il presente di passato, già c’è nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato

Hikmet ha detto, in una delle sue poesie più belle: e quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto.

Forse ci innamoriamo sempre di quello che non possiamo toccare mai, di quello che non può accadere mai. O, forse, non ancora. Perché, se qualcosa non accade, come può finire?

E, in silenzio, possiamo dirci tutte le parole del mondo. Le più belle. All’infinito. Come in quel finale nel traffico di Tokyo. Non sapremo mai cosa Bob dica a Charlotte all’orecchio. E va bene così.

Lost in Translation

Perché perdere tempo d’estate? 

Perché, in un mondo che fa rumore e chiede pieni, strepita di più un silenzio e i suoi vuoti. I suoi tempi morti, i suoi tempi persi, i suoi non tempi.

Lost in Translation

 

Forse, perdere tempo è un’altalena. Se ti lasci andare, vai più forte. E quanto vento ti torna indietro, poi. 

Perché tanta fretta? C’è tempo. 

Alla fine, abbiamo tutto il tempo del mondo.

Call me by your name

E, allora, perché perdere tempo d’estate? Perché organizzare una festa? Perché le vacanze, le avventure, i falò, le smanie della notte, ballare, partire? Anche quando significa tornare? Anche quando significa perdere?

Call me by your name

Perché vivere è l’avventura, la festa, il tempo perso.

Non c’è un senso, non c’è lavoro o piano che regga. Siamo tutti flâneur su questo fazzoletto di terra e cerchiamo le parole giuste.

Perdiamo tempo alle feste, ci innamoriamo, e, poi, ce ne andiamo.

Dovremmo farlo più spesso.

Siamo stati felici, qui.

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