«Le coppie escono insieme e vanno ai concerti tenendosi strette
Lui le ha fatto conoscere il gruppo ed essendo più alto l’abbraccia da dietro
Lei scherza sul fatto che, in fondo, il tipo che canta è piuttosto carino
Lui la ignora e per altri motivi più tardi s’incazza
Ma non si lasciano quasi mai, non si lasciano quasi mai
Non si lasciano quasi mai, non si lasciano quasi mai
Non arrivano al punto di rottura quasi mai
La statistica afferma che spesso
Chi dà il primo bacio nel seguito del primo amplesso
Sarà quello che ne uscirà male.»(I Cani, Le Coppie)
Michele Apicella proprio non ce la fa a non amare le coppie. Adora osservarle, studiarle, catalogarle. Le segue con la dedizione di un entomologo e l’ansia di un genitore. E soffre dannatamente quando qualcosa si incrina.
Michele riconosce subito quei cambiamenti impercettibili, quelle sensazioni, quella luce diversa negli sguardi. I tristissimi sentori della fine.
E come Niccolò Contessa, non ce la fa a rimanere in silenzio quando tutto inizia a scivolare verso l’inesorabile.
Bianca di Nanni Moretti racconta di un uomo che si rifiuta di vivere la propria vita, preferendo vivere quelle altrui. Di un osservatore che, senza nemmeno volerlo, diviene protagonista. E impazzisce. Non per colpa sua, quello no.
Per colpa degli altri.
Delle coppie.

Informare, mai formare
Michele entra nella sua nuova casa e dà fuoco al bagno.
Poi, uscito in terrazza, fa conoscenza dei vicini: un anziano dongiovanni, Siro Siri, e una giovane coppia in crisi, Massimiliano e Aurora.
L’indomani, ecco il primo giorno di lavoro: Michele è il nuovo professore di matematica al liceo Marilyn Monroe.
In questa eminentissima scuola, Dino Zoff ha preso il posto del crocifisso. Gino Paoli viene insegnato come materia curricolare. Gli insegnanti vengono affidati ad uno psicoterapeuta. Gli studenti sembrano più maturi dei professori. Il preside, poi, ha un solo motto: la scuola non deve formare, deve informare.
Tutto perfettamente normale.
Del resto, cosa dovrebbe esserci di strano?
Il simulacro ha già vinto.
I segni non rappresentano più la realtà, la sostituiscono. Le immagini non rimandano più a qualcosa che esiste altrove. Sono diventate autosufficienti. Zoff non occupa il posto di Cristo perché è più importante di Cristo. Lo occupa perché, semplicemente, Cristo non serve più. È stato assorbito, digerito, trasformato in qualcos’altro. In un’immagine tra le immagini.
Il pop è sacro, il pop è religione. In questo senso, il liceo Marilyn Monroe è una gigantesca cattedrale del segno. Un luogo in cui tutto continua a rimandare ad altro: una canzone, una trasmissione televisiva, un volto celebre, uno slogan, una pubblicità.
Pop, pop, pop: Canale 5 trasposto sui banchi di scuola.
Ogni immagine è già stata vista altrove. Ogni frase è già stata detta da qualcun altro. Tutto è copia di una copia di una copia.

Eppure nessuno sembra farci caso.
I professori non insegnano. Gli studenti imparano da soli. Il preside ride.
Ognuno continua a recitare il proprio ruolo all’interno di un gigantesco teatro che ha ormai dimenticato l’esistenza del mondo esterno. Anzi, l’ha sostituito.
È un universo profondamente grottesco, ma non perché sia surreale.
L’aspetto più drammatico del folle mondo di Moretti è proprio quello di essere riconoscibile.
In questo carnevale di simulacri morettiano compare, dunque, Michele. Professore di matematica. Uomo delle formule. Cultore delle categorie nette. Convinto che ogni problema abbia una soluzione e che ogni essere umano possa essere compreso, previsto e ordinato.
Povero Michele.

Le vite degli altri
Nel grottesco mondo senza veli di Bianca, iper-esplicito e ordinatamente caotico, Michele si muove sinuosamente, senza però mai inscrivervisi. Il personaggio di Moretti è un appassionatissimo spettatore del contesto che lo circonda, risultando però essere molto più interessato alle difficoltà altrui che non alle sue. Michele per stare bene ha bisogno che le persone che lo circondano stiano altrettanto bene. Non stupisce che sia un professore di matematica, e come tale legga la realtà: i problemi, qualora dovessero sorgere, vanno assolutamente analizzati e risolti. Non è possibile accettare un ripensamento, un imbroglio od un fallimento.
La vita deve necessariamente essere schematica, proprio perché intrisa del grottesco morettiano. Il programma, il calcolo, il piano sono le uniche armi di salvezza per Michele. Non è strutturalmente capace di vivere nel caos, seppur ci sia completamente sommerso: è terrorizzato da ciò che non è prevedibile e preferisce chiamarsi fuori da qualsiasi azione non sia calcolabile.
Michele, dunque, ha paura della vita e per tanto non la vive. Ma minuziosamente spera che gli altri vivano anche la sua.

Eppure, prima o poi, anche il più prudente degli spettatori è costretto a salire sul palco. Prima o poi il desiderio bussa alla porta anche di chi ha passato una vita ad osservarlo da lontano. E quando questo accade, quando il sentimento smette di appartenere agli altri e assume il volto di Bianca, tutto il fragile equilibrio costruito da Michele comincia lentamente a vacillare.
Bianca: «Avanti, provalo!»
Michele: «Ma le cose mica bisogna provarle per sapere se vanno bene oppure no. Lo si può prevedere, così non si fanno errori.»
Ahimè, l’amore, caro Michele, non funziona così. Esso sfugge a qualsiasi classificazione o schematismo.
«When someone asks: ‘Tell me why do you love me?’, it’s a very good question, because there is no answer to it. The paradox is: the moment you can answer it, it is by definition not love.»
(Slavoj Žižek)
Zizek è chiarissimo: il problema dell’amore è che arriva prima delle spiegazioni. Sfugge alle analisi, non sottostà ad alcun dato. Bianca arriva, e basta.
«If you have reasons to love someone, you don’t love them.»
(Slavoj Žižek)
Nessuna aritmetica, nessun teorema, nessuna formula. Nulla di più lontano.
Uno più uno non fa due.
Ma come può Michele accettarlo? Un uomo che deve capire prima di agire. Che deve prevedere prima di vivere. Che vuole sapere in anticipo chi soffrirà, chi tradirà, chi resterà e chi se ne andrà. Un efficientissimo matematico che vorrebbe, giustamente, eliminare ogni possibilità di sbagliare.
Peccato però che gli esseri umani, per essere considerati tali, debbano sbagliare.
Mentono. Cambiano idea. Tradiscono. Tornano indietro. Ricominciano. Si contraddicono. Ma soprattutto fanno una cosa che Michele non riesce assolutamente a tollerare: deludono le aspettative.

Michele non è innamorato delle persone. È innamorato dell’idea che si è fatto delle persone.
E quando queste ultime iniziano ostinatamente a comportarsi da esseri umani, l’intero castello matematico che aveva costruito attorno a loro comincia lentamente a crollare.
Michele riesce a vivere la propria vita soltanto attraverso quella degli altri.
Ma cosa succede quando anche la vita degli altri smette di seguire il copione?
Che cosa succede quando le coppie litigano, si separano, tornano insieme, sbagliano?
Che cosa succede quando gli altri si rifiutano di essere un teorema?
Eh, Michele?
Che si fa, allora?
Contessa canta, Apicella non capisce
«Le coppie si dicono: “Basta” e sui social network non sono più amici
Lei comunque sostiene che lui abbia fatto di tutto per farsi lasciare
Dopo mesi lo incontra a una festa e guarda di striscio se l’altra è più fica
Si dicono: “Non rimaniamo estranei o nemici”
Ma non ci riescono quasi mai, non ci riescono quasi mai
Non ci riescono quasi mai, non ci riescono quasi mai
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai
La statistica afferma che spesso
Il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso
Che alla fine dirà di troncare.»(I cani, Le Coppie)
Michele Apicella non potrebbe mai scrivere una canzone come Le Coppie. Perché Niccolò Contessa ha capito una cosa che il professore di matematica del liceo Marilyn Monroe non riuscirà mai ad accettare: gli esseri umani non mantengono le promesse che fanno a sé stessi.
Contessa sa che le coppie vivono nel quasi. Infatti possiede il tassello fondamentale che al personaggio di Moretti manca: l’esperienza.
Il cantautore romano è un narratore onnisciente. Che sì, racconta la realtà, ma lo fa con l’ironia e la nostalgia di chi sa già come andrà a finire.
Michele spera fino all’inverosimile.
Contessa accetta, quasi beffardo.

Ed è proprio qui che entra in scena Bianca.
La personificazione del desiderio di Michele. Tutto ciò in cui più sperava, ma nel quale non credeva davvero. La sua ancora di salvezza.
Una donna che per la prima volta gli sta accanto, non lo giudica, lo sopporta, tenta in tutti i modi di capirlo. Insomma, lo ama.
Lo trascina fuori dalla sua condizione di spettatore, e gli dà la possibilità di vivere la propria vita per la prima volta.
Finalmente Michele non deve più guardare alle altre coppie. Finalmente Michele è in una coppia.
I desideri, però, sono desideri e devono rimanere tali, perché nel momento in cui si realizzano, spesso diventano orribilmente devastanti.
Bianca: «Michele, gli altri non sono un teorema!»
Ma come può capirlo Michele? Come? Come si può salvare qualcuno che viene messo di fronte all’orrore del Reale? Non si può…
Bianca non distrugge Michele. Lo invita semplicemente ad esistere. Non gli chiede di osservare, di giudicare, di prevedere.
Gli chiede soltanto di amare. E di concedersi ciò che fanno tutti gli esseri umani: sbagliare.

Ma Michele non lo sa fare.
Non sa sopportare l’idea di poter sbagliare. E allora tenta di trasformare anche l’amore nell’ennesimo problema da risolvere. Nell’ennesima formula. Nell’ennesimo teorema.
Michele non potrà mai amare, perché nessuna formula potrà mai spiegarglielo.
Nè Bianca, né Žižek, né Contessa riusciranno mai a fargli capire la lezione.
«Amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole.»
(Jacques Lacan, Seminario VIII)
Caro Michele, l’amore non è matematica.
Uno più uno non fa due.
Quell’irrefrenabile voglia di ammazzare le coppie
Sì, è vero, lo sappiamo. Non ce ne siamo dimenticati: Bianca parla anche di brutali omicidi.
Ma Moretti nemmeno ci prova a creare la suspense, non si tratta di poliziesco. E’ evidente, fin dai primi minuti, chi sia il misterioso assassino di Aurora, Ignazio e Maria.
Michele: «Sono io quello che cerca, […] sono stato io.»
Commissario: «Ma perché? Erano suoi amici, che cosa Le avevano fatto?»
Michele: «Mi avevano deluso.»

Lo avevano deluso. Tutto qui.
E per Michele è inaccettabile. Dunque, da attento spettatore quale è, se lo spettacolo non rispecchia le aspettative, interviene. Prende la situazione in mano e la sistema, a modo suo.
Come quando si sbaglia un’ equazione: si tira una bella riga sopra, e si ricomincia.
Zac!
Michele: «Gli amici ti deludono, la gente normale no. A me piacciono le coppie felici. Io li aiuto, li indirizzo sulla strada giusta, gli dò consigli. Però non li seguo più quando fanno quegli errori così stupidi. Cominciano a dirsi le bugie, poi si separano, poi ritornano a stare insieme. Però è troppo tardi, perché ormai sono feriti… e cattivi… e allora non li voglio più vedere. Una volta era più facile giudicare. Come con le scarpe: c’erano solo alcuni modelli, molto caratterizzati; erano quel tipo di scarpa e basta. Ora invece tutto è più confuso, uno stile si è intrecciato a un altro: le cose non sono più nette.»
Commissario: «No, scusi, stavamo parlando dei suoi amici…»
Michele: «Sì, gli amici non possono comportarsi così. Perché io mica divento amico del primo che incontro. Io decido di voler bene, scelgo. E quando scelgo, è per sempre.»

Michele prova per tutto il film a evitare di sbagliare. A tentare di imbrigliare ciò che è necessariamente inimbrigliabile.
Ma così facendo finisce per commettere l’errore imperdonabile: sostituire la vita degli altri, con la sua idea di vita.
E quando si rende conto che è impossibile, che fallire è umano, e che sempre lo sarà, ecco che rinuncia. Rinuncia alla vita, per abbandonarsi all’idea.
Si consegna alla giustizia, deluso dalla realtà, per ricominciare a fantasticare in pace. Da solo, come è sempre stato, chiuso in una cella, per sempre.
D’altronde, un matematico trova sempre una soluzione, costi quel che costi.
Ah, povero Michele, queste coppie…
«Ma non ci riescono quasi mai, non ci riescono quasi mai
Non ci riescono quasi mai, non ci riescono quasi mai
Neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai.»




