Ho visto Living Stones al Figari International Short Film Fest in riva al mare, sotto uno stellato di come non se ne vedono più con tutto l’inquinamento luminoso che c’è oggigiorno. Seduto due posti a fianco a me c’era il regista Jákob Ladányi. Dopo i primi cinque minuti di un cortometraggio d’azione, contro ogni pronostico, si è addormentato. Ha dormito per tutto il secondo corto proiettato e si è svegliato a metà del suo, di soprassalto. Quando si è accorto del danno, ha sobbalzato e ha cercato di darsi un tono. Ringalluzzito dal power nap, Jákob poi deve aver pensato che valeva la pena fare una foto alla sua opera proiettata a schermo nel paesaggio sognante di cala Moresca. Peccato che si fosse dimenticato di togliere il flash.
Nonostante non fossimo arrivati neanche a metà del suo cortometraggio, questa performance mi aveva già fatto intuire che si trattava di un fuoriclasse, e non mi sbagliavo.
Appena terminato Living Stones ho avvertito il classico misto di incredulità e ilarità che monta quando si assiste a un qualcosa di così ingiustificatamente tragico da riderci istintivamente sopra.
È un po’ come quando per strada capita di incontrare un signore cieco con il suo cane guida, insomma è triste, ma purtroppo ci sono molti ciechi al mondo.
Poi scopriamo che il suddetto signore sta andando a trovare la madre, che è in fin di vita in un hospice. Devastante.
Mentre attraversa la strada sulle strisce per raggiungere la struttura sanitaria, un’auto non si ferma e investe il suo povero cane guida, uccidendolo sul colpo. Grottescamente drammatico.
L’uomo, ancora con i lacrimoni sugli occhi, dopo che le spoglie del suo povero golden retriever sono state portate via, arriva finalmente all’ingresso dell’hospice per fare un saluto alla madre moribonda. Non fa in tempo a varcare le porte a vetri che gli cade un pianoforte in testa. E tutti giù a ridere.
Living Stones di pancia dà questa sensazione: è la storia di Natasa che, sull’orlo di una devastante depressione e con sogni suicidari, si affida a Georg, un terapista poco ortodosso che pratica l’ippoterapia e che intesserà con la ragazza una relazione sempre più dubbia. Dopo che Georg si approfitta sessualmente di lei, Natasa gli ruba il fucile nottetempo e fredda il cavallo senza pietà.
C’è qui una sovrapposizione che il film lascia affiorare in punta di piedi: quella tra Georg e la figura paterna. La relazione analitica è, freudianamente, il luogo in cui il paziente proietta sul terapeuta i conflitti irrisolti con le figure di riferimento della propria vita – il transfert – e Georg non solo sollecita questa proiezione, ma la tradisce nel modo più archetipico possibile.
Secondo questa lettura quindi, Natasa ucciderebbe l’animale per regolare i conti con un padre, in un’impietosa dimostrazione del complesso di Elettra dove a farne le spese è il povero cavallo che Georg allevava.

Tutto sembra così insensato e impietoso, poi nei titoli di coda un elemento cattura la mia attenzione: il nome di Bela Tarr tra gli executive producer.
E allora quel ciccione di un criceto che ho in testa decide che, dopo la colazione doppia, stasera si sente performante e allora mi ricordo de Il Cavallo di Torino e dell’aneddoto storico che ci sta dietro. Il povero Nietzsche, che nel 1889 ha una certa età, sta soggiornando a Torino.
Una mattina esce di casa e si imbatte in un cocchiere che sta spronando il suo cavallo a calci e a frustate. Il filosofo, davanti a questa scena truce, scoppia in lacrime e si prodiga per fermare l’uomo, per poi abbracciare e baciare il cavallo. Secondo una lettura pseudo storica, questo viene tradizionalmente ricordato come il momento in cui il filosofo di Rocken avrebbe irrimediabilmente perso il senno.
Analogamente anche Natasa, nella totale sfiducia affettiva che dimostra verso il mondo sembra però ritrovare un pochino di tranquillità nei momenti di ippoterapia, dando l’idea di aver creato un legame profondo con l’animale.
Poi però qualcosa cambia e la sua rabbia si riversa proprio sul cavallo. Il fatto ha ovviamente una spiegazione nei confini della storia e cioè nell’idea espressa proprio da Natasa di non colpire direttamente chi le fa del male, ma di danneggiare la cosa a loro più cara.
Più interessante è però una spiegazione di carattere allusivo-metaforico, per cui Natasa sentendosi braccata da gravi turbe psichiche, invece di abbracciare il cavallo – e quindi la follia – come aveva fatto Nietzsche, avrebbe deciso di uccidere il fantasma della sua follia incarnato dal cavallo.
Anche il continuo de Il Cavallo di Torino, per quanto sia un’opera ermetica e silente, sembra dire qualcosa in questo senso. Bela Tarr si immagina cioè quale potesse essere la storia dietro al famoso cavallo, e quindi quella del cocchiere e di sua figlia, della loro casetta sperduta in mezzo alla campagna ungherese e del vento incessante che sferza dall’inizio alla fine.
Silenzi inframmezzate da poche battute, folate di vento e una rassegnata miseria che trabocca dai volti e dalle vite dei personaggi. Non c’è alcuna possibilità di salvezza esistenziale e psicologica di sorta in questo film.
Quindi Jákob Ladányi catalizza tutti questi simboli e con l’arte allusiva omaggia il suo compianto mentore Bela Tarr, facendo risuonare Living Stones, che ha una statura drammatica e narratologica indipendente, con i temi e i simboli derivanti da Il cavallo di Torino.

Galvanizzato da questa intuizione decido di intervistare Jákob al termine delle proiezioni in maniera molto poco professionale: attorno alle 24 davanti a un panino fumante preso da un “caddozzone”. Gli illustro la mia lettura, lui mi guarda glaciale, tra un morso al suo panino al polpo e l’altro. Quando termino la mia filippica annuncia lapidario che potrei essermi fatto un viaggione.
Eh vabbè, il bello del cinema è anche questo, ma in particolare dei festival come il Figari. Il bello di trovarsi in un microcosmo in cui gli autori sono lì a un palmo da te, che non vedono l’ora che qualcuno si avvicini per uno scambio sincero di opinioni. Il bello di essere tutti nello stesso posto: attori, giurati, registi, critici e semplici appassionati, senza passerelle e senza barriere. Senza nessuno che dice tu di qua e tu di là.




