Dialogo Immaginario tra Il Joker di Ledger e il Joker di Phoenix

Andrea Vailati

09.10.2019

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EST. GOTHAM CITY – POMERIGGIO

Una pioggia fitta e incessante cade su Gotham. Il traffico è immobile. Clacson, motori, sirene. Milioni di persone attraversano le strade della metropoli, inghiottite da una nebbia d’acqua e smog. La visibilità è ridotta.

GOTHAM. ORE 14:00.

Un grattacelo brucia. Le fiamme divorano i piani superiori, il fumo nero si mescola alla pioggia. L’acqua cade senza sosta, ma non riesce a spegnere l’incendio. Pezzi di facciata si staccano dal palazzo e precipitano sulla strada, mentre la folla continua a camminare.

Nessuno si ferma.

EST. STRADA DI GOTHAM

Dinnanzi al palazzo in fiamme, un piccolo tavolino con due sedie: una è vuota, l’altra è occupata da Arthur Fleck che fuma. Il trucco sul volto è ancora intatto, nonostante la pioggia. Il sorriso dipinto sulle labbra non è ancora quello del Joker.

Porta la sigaretta alla bocca. Tira, ancora, fino a consumarla quasi completamente. La tiene tra le dita mentre aspira l’ultima briciola di tabacco. Arthur comincia a ridere, una risata soffocata. Si piega leggermente in avanti, gli occhi si riempiono di lacrime. Continua a ridere. Non è chiaro se stia ridendo perché è triste o se sia triste perché sta ridendo. La risata si interrompe.

Silenzio.

Arthur guarda davanti a sé, lo sguardo è perso nel vuoto. Poi, improvvisamente, sembra accorgersi di qualcuno: un pubblico invisibile. Arthur si ricompone, raddrizza la schiena – un piccolo movimento delle braccia, quasi elegante. Sorride. Poi torna immobile. Fuma un’altra sigaretta.

Intorno a lui, Gotham continua a muoversi. Milioni di persone attraversano la strada senza degnarlo di uno sguardo. Il traffico scorre, la pioggia cade, il grattacielo brucia. Un altro pezzo di facciata precipita sull’asfalto. Arthur non si muove. Il tempo passa.

Stacco sul tavolino: due sedie: una occupata, una vuota.

Arthur aspetta.

EST. STRAA DI GOTHAM

Un uomo entra nell’inquadratura.

Cammina attraverso la folla e si avvicina al tavolino. Il rumore della città sembra lentamente attenuarsi. Il palazzo continua a bruciare alle loro spalle. La folla continua a passare, ma Arthur e l’uomo rallentano il tempo.

L’uomo raggiunge il tavolino. Guarda la sedia vuota, poi Arthur. Quest’ultimo solleva lo sguardo.

Gotham City

Gotham CIty

EST. STRADA DI GOTHAM – POMERIGGIO

Il JOKER DI LEDGER raggiunge il tavolino e si ferma davanti ad Arthur. Un rapido movimento della mascella. La lingua sfiora il labbro. Un sorriso.

JOKER LEDGER: «Buonasera. Tu devi essere Arthur. Molto piacere».

Arthur ride, soffocandosi leggermente. Fa un tiro dalla sigaretta. Non lo guarda.

ARTHUR: «Ciao. Mi hanno detto che hai un posto nel tuo spettacolo. Io sono un comico».

Una breve risata gli spezza la frase. Arthur si ferma e riprende fiato.

ARTHUR: «Mia madre mi dice sempre che sono venuto al mondo per portare un sorriso».

Un altro accenno di risata. Arthur abbassa gli occhi.

ARTHUR: «Ho preso degli appunti, negli ultimi tempi, sul mio taccuino».

Il Joker annuisce lentamente.

JOKER LEDGER: «Bene. Bene. Bene».

Si accomoda sulla sedia.

JOKER LEDGER: «Si dà il caso che siamo alla ricerca di nuovi collaboratori. La nostra è una piccola impresa, ma siamo prontamente in espansione».

Guarda la città, il grattacielo continua a bruciare alle loro spalle.

JOKER LEDGER: «Vogliamo dare una bella scossa a questa triste città».

Torna a guardare Arthur.

JOKER LEDGER: «Qual è il tuo talento, Arthur?»

Arthur inspira.

ARTHUR: «Rido quando gli altri non lo fanno».

Il Joker scoppia a ridere.

JOKER LEDGER: «Uh-ah-ah! Ah-ah!»

Si sporge verso Arthur.

JOKER LEDGER: «E cosa ti fa ridere che gli altri non capiscono?»

Il Joker avanza con il busto, poggia entrambe le mani sul tavolino. Il volto si avvicina ad Arthur. Un altro movimento della lingua. Con una mano si sistema i capelli verdi – il verde del Joker è scuro, radicato; quello di Arthur, invece, è ancora fresco. Una goccia di colore cade sul tavolino e gli macchia la mano. Arthur se ne accorge e scoppia a ridere a crepapelle, soffocandosi come prima. Poi, improvvisamente, si ferma: fissa la mano del Joker. Il sorriso scompare. Arthur prende una sigaretta.

ARTHUR: «Perché non fumi?».

Alza lo sguardo. Per un istante è deciso. Poi la sicurezza vacilla. Il Joker sorride.

JOKER LEDGER: «Uh! Uh!».

La sua voce diventa quasi una cantilena.

JOKER LEDGER: «Perché io non brucio, caro il mio Arthur».

Pausa.

JOKER LEDGER: «Io faccio bruciare le cose».

Arthur ride.

ARTHUR: «Eheh… eheh… eheh…».

Il sorriso si spegne. Arthur torna serio. Abbassa la voce.

ARTHUR: «Sei buffo».

Il Joker lo osserva. Poi, lentamente, posa le dita sul tavolino. Comincia a fingere di suonare un pianoforte. Il volto si fa esageratamente serio, concentrato. Suona qualche nota immaginaria. Ridacchia tra sé, continua a suonare. Poi parla, seguendo il ritmo delle dita.

JOKER LEDGER: «Buffo è un mondo che, fin quando non si rende conto di bruciare, finché fa parte dell’ordinaria amministrazione, delle regole tacitamente accettate, non si spaventa neppure».

Le dita continuano a muoversi sul tavolo.

JOKER LEDGER: «Possono bruciare città, Arthur. Basta che ci venga raccontato come qualcosa che fa parte dei piani».

Arthur ascolta.

JOKER LEDGER: «Possono morire persone. Basta che non siano coloro che, secondo gli orripilanti presupposti sociali, non dovrebbero morire».

Il Joker continua a suonare sempre più piano.

JOKER LEDGER: «Possiamo lasciar soccombere ogni cosa che, per gerarchia, non deve essere salvata. Anche quando salvarla non ci costerebbe nulla».

Le dita si fermano. Il Joker guarda Arthur.

JOKER LEDGER: «Non è una questione morale».

Pausa.

JOKER LEDGER: «È una questione di priorità».

Arthur sembra ascoltare ancora delle note. Il suo volto cambia. Un sorriso. Poi un altro. Allarga lentamente le braccia. Comincia a muovere le mani nell’aria, disegnando piccoli semicerchi con gli avambracci. Una danza incerta, quasi infantile. Ride. Questa volta, la risata è più dolce.

ARTHUR: «Quindi tu bruci le cose che, secondo loro, non dovrebbero bruciare?»

Il Joker sorride.

JOKER LEDGER: «Io brucio le loro false credenze civili, Arthur».

Si inclina leggermente verso di lui.

JOKER LEDGER: «Semplicemente, mostro la verità che hanno sotterrato sotto mille perverse convenzioni».

Arthur lo guarda. Pausa.

ARTHUR: «Le battute sul sesso fanno sempre ridere».

Il Joker esplode in una risata.

JOKER LEDGER: «Uh-ah-ah! Ah-ah!»

Si lascia andare contro lo schienale. Il suo atteggiamento prevaricante si attenua, ma solo apparentemente. Osserva Arthur. Per la prima volta, sembra quasi incuriosito, come se avesse trovato qualcuno che non ha bisogno di essere convinto. Qualcuno che non ha bisogno di essere istruito. Qualcuno che, a modo suo, il Caos lo incorpora già.

Il Joker sorride. Arthur fuma. Dietro di loro, Gotham continua a bruciare.

Gotham City

Gotham City

EST. STRADA DI GOTHAM – POMERIGGIO

Il palazzo continua a bruciare. È sempre più squagliato, frastagliato. La struttura cede lentamente sotto il peso delle fiamme. Pezzi di cemento e vetro precipitano tutt’intorno al tavolino, ma mai abbastanza vicini da colpirlo. Attorno a quel piccolo spazio sembra essersi formata una bolla sospesa, quieta.

Due uomini siedono immobili mentre, tutto intorno, l’umanità corre dietro a se stessa. Un puzzle di cemento, fuoco e pioggia: loro mantengono le loro postazioni.

Arthur fuma l’ennesima sigaretta. Gli occhi sono ancora lucidi. La risata soffocante continua ad affiorare, ma sempre meno. È più contenuta. Sembra più a suo agio, ma non completamente. Mai completamente.

Guarda il Joker. Per la prima volta, gli trafigge lo sguardo con una calma inquietante. Lo fissa, quasi affascinato.

Pausa.

ARTHUR: «Posso farti una domanda?».

Il Joker sorride, un sorriso così ampio da trascinare le cicatrici fino agli occhi. Arthur non distoglie lo sguardo.

ARTHUR: «Tu come ti chiami?».

Il Joker rimane perplesso.

JOKER LEDGER: «Puoi chiamarmi Joker. Pensavo lo sapessi».

Arthur inclina appena la testa.

ARTHUR: «Ti ho chiesto come ti chiami».

Pausa.

ARTHUR: «Non cosa sei diventato».

Il Joker scoppia a ridere.

JOKER LEDGER: «Uh-ah-ah! Ah-ah!».

Si sporge verso di lui.

JOKER LEDGER: «Mi sto divertendo un sacco».

La lingua sfiora lentamente le labbra.

JOKER LEDGER: «Che. Vuoi. Dire. Piccolo. Dolce. Strano. Arthur?».

Arthur non si scompone.

ARTHUR: «Forse tu non esisti».

Silenzio.

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, Arthur sembra tranquillizzarsi. La risata si è quasi completamente acquietata, restano soltanto alcuni piccoli movimenti involontari degli occhi e del volto.

Il Joker, invece, si irrigidisce. La lingua si muove compulsivamente. Per la prima volta sembra essere stato colto di sorpresa. Lui, che nel disordine sembra muoversi come nel proprio elemento, non sa più prevedere dove porterà la conversazione.

Arthur apre le spalle: un movimento grazioso, sicuro. La voce si addolcisce ancora, quasi perversamente.

ARTHUR: «Perché io so di cosa parli».

Pausa.

ARTHUR: «So di questa gente che calpesta il bisognoso e protegge proprio chi il bisogno non lo risolve, ma lo accresce».

Il Joker ascolta.

ARTHUR: «Questa gente non si cura di chi non rientra in quel fasullo ideale di persona equilibrata».

Arthur sorride appena.

ARTHUR: «E quelli che ci rientrano?».

Una breve risata.

ARTHUR: «Non ci rientrano davvero».

Si asciuga distrattamente una lacrima.

ARTHUR: «Sono solo bravi a fingere».

Pausa.

ARTHUR: «Così bravi da dimenticarsi di aver finto».

Arthur guarda il palazzo in fiamme.

ARTHUR: «Nessuno è come è davvero. Seguiamo delle regole e ci convinciamo che siano state quelle regole a definirci».

Il suo sorriso scompare.

ARTHUR: «Sono orribili».

Una lacrima gli scende lungo il viso.

ARTHUR: «Prevaricano. Umiliano».

Guarda il Joker.

ARTHUR: «E lo fanno sotto il segno della risata».

Pausa.

ARTHUR: «Ma non fanno ridere».

La voce si incrina.

ARTHUR: «Non fa ridere».

Silenzio.

ARTHUR: «A me non fa ridere».

Arthur si scalda, le lacrime aumentano, la rabbia comincia a prendere il posto della tristezza.

ARTHUR: «Però io questo l’ho capito perché ne sono stato vittima».

Pausa.

ARTHUR: «Capisci?».

Il Joker non risponde.

ARTHUR: «Io esisto senza riuscire ad esistere nel loro modo ipocrita».

Arthur si porta una mano al petto.

ARTHUR: «Io volevo solo che le persone ridessero con me».

La voce si fa più fragile.

ARTHUR: «Che provassero a capire perché ridevo di quelle brutte cose».

Pausa.

ARTHUR: «Cosa ci fosse dietro».

Arthur scuote lentamente la testa.

ARTHUR: «Ma no».

Silenzio.

ARTHUR: «No».

Un altro respiro.

ARTHUR: «NO».

La voce esplode.

ARTHUR: «Loro pensano che tu debba agire come se non avessi un disturbo di qualche genere».

Arthur ride una volta. Una risata vuota.

ARTHUR: «Disturbo».

Ripete la parola quasi assaggiandola.

ARTHUR: «Semplicemente una sofferenza più difficile da comprendere».

Guarda il Joker.

ARTHUR: «No?».

Il volto si contrae.

ARTHUR: «Ma loro no».

Pausa.

ARTHUR: «No».

Più forte.

ARTHUR: «NO».

Ancora.

ARTHUR: «NO!».

Arthur urla.

ARTHUR: «NOOO!».

Silenzio.

La pioggia. Il fuoco. Arthur respira affannosamente, poi si calma.

ARTHUR: «Però io questo lo so perché mi chiamo Arthur Fleck».

Pausa.

ARTHUR: «Mia madre si chiama Penny».

Guarda il Joker.

ARTHUR: «Io esisto».

Un’altra pausa.

ARTHUR: «Io ho un bisogno viscerale che mi distrugge».

Arthur inclina la testa.

ARTHUR: «Tu invece?».

Silenzio.

ARTHUR: «Perché vuoi vedere bruciare il mondo?».

Il Joker lo osserva. Non sorride.

JOKER LEDGER: «Qual è il tuo bisogno, Arthur?».

Arthur abbassa lo sguardo, poi torna a fissarlo.

ARTHUR: «Non chiamarmi più Arthur».

JOKER LEDGER: «Rispondi».

Arthur sorride.

ARTHUR: «Chiamami…».

Pausa.

ARTHUR: «Un Joker».

Il Joker lo fissa.

JOKER LEDGER: «Rispondimi».

Arthur inclina la testa. La voce torna dolce.

ARTHUR, UN JOKER: «Dolcezza».

Il Joker sorride appena.

JOKER LEDGER: «La dolcezza è la più perversa delle falsità moderne».

Si sistema i capelli.

JOKER LEDGER: «L’uomo non può essere dolce se non all’interno di sovracostruite convenzioni».

Pausa.

JOKER LEDGER: «Se lo riporti alla sua equa origine, lì c’è solo anarchico caos».

Guarda Arthur.

JOKER LEDGER: «Equo in sé».

Un sorriso.

JOKER LEDGER: «Ma proprio quel caos porta l’uomo a prevaricare».

Pausa.

JOKER LEDGER: «Per paura».

Si avvicina.

JOKER LEDGER: «Per sopravvivere a un mondo originario non regolamentato».

Arthur ascolta. Il suo volto è cambiato.

ARTHUR, UN JOKER: «Tu hai tutte queste teorie».

Pausa.

ARTHUR, UN JOKER: «Così potenti».

Guarda il palazzo.

ARTHUR, UN JOKER: «Così distruttive».

Poi torna sul Joker.

ARTHUR, UN JOKER: «Io vorrei diventare come te».

Pausa.

ARTHUR, UN JOKER: «Però non vedo la tua storia».

Il Joker lo osserva.

ARTHUR, UN JOKER: «Com’eri prima di diventare quello che sei?»

Arthur sorride.

ARTHUR, UN JOKER: «Io so che la mia vita era una tragedia».

Pausa.

ARTHUR, UN JOKER: «Per questo, ora, è una commedia».

Arthur apre lentamente le braccia.

ARTHUR, UN JOKER: «Io sono libero di decidere cosa mi fa ridere».

Guarda il Joker negli occhi.

ARTHUR, UN JOKER: «Cosa è giusto».

Pausa.

ARTHUR, UN JOKER: «Cosa è».

Un sorriso.

ARTHUR, UN JOKER: «E cosa non è».

Il Joker muove compulsivamente la lingua. Si tocca i capelli. Per la prima volta, non sembra avere una risposta immediata.

Dietro di loro, il palazzo continua a bruciare.

JOKER LEDGER: «Vuoi sapere come mi sono fatto queste cicatrici?».

ARTHUR, UN JOKER: «Secondo me tu le hai sempre avute».

JOKER LEDGER: «Tu. Mi. Stai. Facendo. Ridere».

ARTHUR, UN JOKER: «Tu sei Il Joker, ma per poter essere IL Joker, ti sei dimenticato di essere stato un uomo, UN Joker tra mille altri. È davvero questo che mi aspetta? La dolcezza è antica quanto il caos, l’una ci salva dall’altro. Tu non esisti».

JOKER LEDGER: «Hai ancora una speranza, “un Joker”? Non sei ancora pronto, ti manca ancora qualcosa per poterti davvero liberare».

ARTHUR, UN JOKER: «E cosa sarebbe?».

JOKER LEDGER: «Non cercare riconoscimento in alcun modo. Tu dici che hai capito che la tua vita è una commedia, dici di aver raggiunto la tua libertà nello stravolgere i canoni: ridere per le cose orribili, nient’altro che mostrare che ogni valore, convenzione, regola è una falsa imposizione di chi ha vinto, di chi comanda. Se chi comandasse decidesse che uccidere sia divertente, lo sarebbe. Ecco perché per te già lo è, no? Hai svelato la menzogna originaria, ma ti sfugge ancora quella cosa fondamentale. Noi non siamo leader dell’anarchia, perché se così fossimo rientreremmo ancora nel paradosso di un ordine che provi a contenere il disordine: come può l’anarchia, l’assenza di un ordine, avere un capo che la ordina? Noi non esistiamo, siamo necessari però».

Arthur inizia a ridere compulsivamente. Tutt’a un tratto, il suo equilibrio crolla in un istante.

ARTHUR, UN JOKER: «Ehehehehe! Eheheheh!».

Non sta riuscendo a fermarsi. Piange, abbassa la testa. È disperato, fuori controllo.

ARTHUR, UN JOKER: «Tu sei orribile!».

JOKER LEDGER: «Per quale ragione, Arthur? Perché ti ho detto le cose che ancora non puoi pensare?».

ARTHUR, UN JOKER: «Tu non potresti danzare come danzo io, non hai un corpo, non hai una passione, sei solo una forma, dipinta. Tu distruggi, io mostro cosa significhi essere distrutto».

JOKER LEDGER: «Uh-Ah-Ah! Ah-Ah! Tu ambisci, io mostro l’orrore dell’ambizione. E-Q-U-I-L-I-B-R-I-O: solo il Caos è bilanciato, perché non ambisce a decidere cosa bilanciare. Tu. Non. Sai. Cosa. Vuoi. Io non voglio nulla, voglio il nulla. Nulla è, mentre “qualcosa” è solo un vano tentativo di definire».

ARTHUR, UN JOKER: «Quindi tu sei nulla. A che serve essere nulla e fare nulla?».

JOKER LEDGER: «A mandare un messaggio».

ARTHUR, UN JOKER: «Quale?».

JOKER LEDGER: «Che il palazzo brucia, Arthur. Si sgretola. Si sgretolerà per sempre, e noi potremo riderci per sempre».

ARTHUR, UN JOKER: «Io non voglio esistere per sempre, perché non potrei davvero esistere. Io voglio essere riconosciuto nel mio essere libero di decidere per cosa ridere».

JOKER LEDGER: «Tu stai smettendo di esistere, tu sei…».

Si ferma. Enfatizza la sua voce all’apice del buffo, ponendosi con fare ridicolizzante.

JOKER LEDGER: «Una patina bianca, con sfumature blu e rosse che si scioglie sempre più. Sei eternamente parzialmente rovinato, tendente nell’infinito a distruggere la tua stessa maschera: tu non sei un uomo libero dai vincoli umani, tu sei la negazione dell’essere umano».

Arthur si pulisce le lacrime, rovinando definitivamente la sua non-ancora-definitiva maschera di Joker. I due si assomigliano ora più che mai. Arthur prende la sua pistola dalla tasca e la poggia sul tavolo.

ARTHUR, UN JOKER: «Eppure i tuoi discorsi hanno un senso, una logica. Sei la tua stessa teoria distruttiva, sei un agente a servizio della verità più inaccettabile. Questo significa che, per diventare come te, io non ci devo essere più».

JOKER LEDGER: «Vedo che inizi a capire».

ARTHUR, UN JOKER: «Però c’è gente che ha riso vedendo la mia storia. Era scritta come una commedia, non come un film con un buono e un cattivo, come nel tuo caso».

JOKER LEDGER: «Uh-Ah-Ah! Ah-Ah! Perché era l’origine di ciò che siamo. Perché è l’origine della perversione che noi smascheriamo».

ARTHUR, UN JOKER: «Ho capito».

Arthur spara.

Il sangue gli schizza addosso.

Joaquin Phoenix/Joker

Joaquin Phoenix in Joker di Todd Phillips (2019)

Il Joker: «E’ stato uno spasso».

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Autore

  • Andrea Vailati

    "Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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