Il significato di Primetime: non lo sai, ma stai amando quel pedofilo

Alessandro Truccolo

23.10.2026

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«Execution by firing squad. Army major betrays his country, radical Islamist, kills a bunch of Americans at Fort Hood. Of course, we’re going to do it at Fort Hood. We’re going to do it on a Thursday. We’re going to do it at one o’clock, which is when he did it. And it’s going to be soldiers with rifles executing the firing squad. […] And so he’s going to get a firing squad of soldiers, as it should be. And we’ll make sure that people are able to watch it, that it’s public, because people need to understand that there’s serious consequences for these types of things.»

(Pete Hegseth, intervistato da Jack Posobiec per Real America’s Voice, 8 ottobre 2026)

Vogliamo le teste. Vogliamo che cadano, tutte, una per una. E le vogliamo vedere. Vogliamo che la gente assista. Il mostro deve morire terrorizzato, deve esalare l’ultimo respiro avvolto nel più atroce dolore. E guai a far cadere una scure lontano dalla telecamera. Guai a non nutrire quotidianamente la bieca sete di sangue di cui abbiamo bisogno per continuare ad odiare.

A morte i mostri. Motore… partito. A morte i mostri. Ciak… esecuzione capitale uno prima. A morte i mostri. Azione!

Prego sedetevi comodi, sta cominciando lo show

Nessun odia e allo stesso tempo ama un pedofilo più di Chris Hansen, protagonista di Primetime. Sulle motivazione riguardanti l’odio, beh, nulla da dire. Per quanto riguarda l’amore, invece, la questione è un po’ più complessa. Perché sì, To Catch A Predator è una trasmissione d’inchiesta, dove vengono scovati degli effettivi criminali.

Ma è anche, soprattutto, un programma che fa milioni, e milioni, e milioni di ascolti. Che aumentano, di settimana in settimana. Milioni di occhi che si incollano al televisore, ad aspettare Chris Hansen (Robert Pattinson).

Milioni di occhi che non si limitano a guardare. No no. Milioni di occhi che bramano. Assetati di quella giustizia farsesca e crudele da non sembrare nemmeno più tale. Milioni di occhi che pretendono Salomé porti loro la testa. Non quella del Battista. La testa del mostro, la testa di quello che non vede l’ora di scopare un tredicenne.

Silenzio! Inizia. Ecco la sigla. Ecco la casa. Ecco l’attore che fa il ragazzino.

Ed eccolo. Il mostro. Travestito dal più comune ed insulso essere umano. Che schifo! Guardalo, guarda come ci prova con un bambino. Guarda. Merda! Va’, va’ come si avvicina. 

Chris Hansen: «What would’ve happened if I wasn’t here? You see how this looks, right? At the end of the day, a man must be held accountable for the decisions that he makes. Do you agree? Do you watch television? Well, there’s something you should know. I’m Chris Hansen with Dateline NBC. And you’re about to be a part of television history».

Evvai! È arrivato Chris! Sì, così, digliene quattro! Ah, ora è zitto, lo schifoso. Ha paura! Ora ha paura! Ecco la polizia. Ma guardatelo, guardate che faccia che fa mentre lo arrestano! Che schifo! Piange pure! Per fortuna c’è Chris! Altro che il mostro. Eccolo di nuovo, guardatelo! Mostro! Verme, che fai coi bambini!? Muori! Mostro! Muori!
Fine dello show. Titoli di coda. Ci vediamo alla prossima puntata.

Gita allo zoo

Lance Oppenheim mette in scena esattamente questo. Un uomo, e la sua troupe, sempre in bilico sul filo dell’ambiguità. A introdurci nel grottesco teatrino di To Catch a Predator è Dan Plumb (Skyler Gisondo), giovane attore reclutato per fare da esca ai predatori. Attorno a lui, una troupe di personaggi farseschi, tra chi finge di non vedere nulla di male, chi se ne infischia e chi, invece, comincia a interrogarsi su ciò che sta facendo. Eppure, tutti continuano.

Poi c’è Hansen. Genuinamente convinto di svolgere un servizio ineccepibile per la società, ma consapevole che a muoverlo non sia soltanto il senso etico. C’è qualcosa di più concreto: la prima serata. Primetime. Hansen vuole essere il programma più visto d’America. E per farlo ha bisogno di pedofili. Ogni volta più perversi, più scabrosi, più bestiali. Il popolo ha bisogno di sangue. Sempre.

E se è il sangue di un criminale, ben venga. Perché così se ne può godere senza sentirsi in colpa. Anzi, se ne può godere e poi sentirsi sollevati.

Il film, per fortuna, pone un’ottima domanda: perché? Perché tutto questo? La giustizia, risponde Hansen. I soldi, suggerisce Oppenheim. Giusto. Ma sarebbe fin troppo facile liquidare la questione contrapponendo la mostruosità dei criminali al cinismo di Hansen. Sono entrambi spregevoli, e blah blah blah.

E chi guarda?

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel piacere, folle e gutturale, che si può provare davanti a un predatore sessuale smascherato, umiliato, arrestato. Non perché quel piacere sia equiparabile alla violenza del predatore. Ma perché si nutre della sofferenza altrui. E quando a soffrire è qualcuno che abbiamo già decretato mostruoso, possiamo finalmente goderne senza vergogna. Anzi, convincerci che sia giusto farlo.

Non è forse questa la più comoda delle assoluzioni?

Ma il mostro, dunque, sta al di là, o al di qua dello specchio? 

La pornografia della violenza

Chris Hansen combatte un male reale. Questo è innegabile. Ma il bene che sostiene di fare non è necessariamente quello che vende. Perché Hansen, prima ancora di smascherare i predatori, fa godere il pubblico.

«Niente costringe qualcuno a godere, tranne il super-io. Il super-io è l’imperativo del godimento – Godi!»

(Jacques Lacan, citato da Slavoj Žižek in Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo)

Il godimento in questione è estremamente viscido, capace di nutrirsi persino del disgusto, dell’angoscia, della sofferenza. Un godimento che non ci viene semplicemente concesso, ma comandato. Il Super-io non si limita più a dirci cosa non dobbiamo fare. Ci urla ciò che dobbiamo fare: Godi! E se non godi abbastanza, se non sei abbastanza soddisfatto, se non riesci a divertirti come dovresti, tanto peggio per te.

E To Catch a Predator sembra aver preso Žižek dannatamente sul serio.
Godi! Guarda il mostro che trema, che supplica, che si vergogna. Godi mentre Hansen lo incalza e la telecamera gli si avvicina. E non vergognarti di quello che provi. Anzi, vanne fiero. Non stai guardando un uomo che soffre.
Stai guardando un mostro che viene punito. Sei dalla parte del Bene.

Ecco il capolavoro. Il programma non si limita a soddisfare il godimento dello spettatore. Gli fornisce una giustificazione morale per farlo. L’indignazione diventa un alibi, la giustizia una licenza. Non stai godendo. Stai condannando.

Ecco perché Primetime diventa davvero inquietante. Chris Hansen non è un impostore che predica la giustizia mentre pensa al conto in banca. È un uomo che ha bisogno di credere alla propria missione. Più un predatore viene umiliato, più Hansen può sentirsi un eroe. La sua coscienza è salva, gli ascolti salgono, il pubblico applaude. Tutti contenti. Tutti dalla parte giusta.

Ma, soprattutto, tutti pronti per la prossima puntata.
Perché Hansen può benissimo voler ripulire il mondo, ma sa che il suo programma ha bisogno che i mostri non finiscano mai. E noi, naturalmente, abbiamo bisogno di vederli.

Me la scambi questa?

(Jeffrey Epstein, email a Ghislaine Maxwell, 2 aprile 2011. Documento pubblicato dalla House Committee on Oversight and Government Reform il 12 novembre 2025. (Documento originale, PDF))

Verso la fine della pellicola, si capisce che la barca sta lentamente colando a picco. Lo scandalo, come suo solito, viene inglobato dal sistema e non fa più notizia. E allora Hansen deve osare di più. Deve pescare un pesce grosso. Non un qualche redneck ignorante. Serve Moby Dick. Un politico.

Ma qui, casca il palco. Per Hansen, per noi. Il Godi! si inceppa. E per un attimo rimaniamo interdetti. L’ideologia, però, ha sempre un piano B. Nel momento in cui quella rabbia gutturale potrebbe finalmente avere la possibilità di esplodere, ecco che invece si dimostra per quello che è. Intrattenimento. Prodotto da consumare.

La nostra indignazione sembra neutralizzarsi di fronte ad un mostro in giacca e cravatta. Nel momento in cui il fiume della collera dovrebbe esondare, ecco che l’ideologia ci costruisce  attorno degli argini. “È uno scandalo. E’ un porco. Mi fa schifo!”

E? E poi? Cosa? E poi niente.

Perché siamo immobili? Eppure, è tutto lì! Le prove, i documenti, le foto. Alla luce del sole. Se odiamo così tanto i pedofili, perché siamo fermi? Non è quello che ha insegnato Hansen? Perché proprio lui non fa la prima mossa? Perché… perché?

Oltre al danno, giustamente arriva anche la beffa. L’ideologia riesce a trasformare in intrattenimento persino il baratro più agghiacciante ed efferato. Gli Epstein Files si trasformano in un catalogo, in un orrido album di figurine, dove ci si diverte, sempre più perversamente, a cercare i nomi dei VIP, dei politici, dei miliardari. Per vedere chi c’era dentro. Per vedere che cosa si dicevano. Lui c’è, lei non c’è. Lui? Aspetta che guardo…

O, ancora peggio, insozzarsi gli occhi delle immagini delle vittime – spesso bambini. Nutrirsi dell’orrore, mero prodotto da consumare, goderne da soli, in silenzio, e poi andare finalmente a cena fuori. Tranquilli e pacati. 
Invece che, una volta per tutte, radere al suolo tutto. 

Il mostro non può morire

Hans Beckert: «[…] I can’t help myself! I have no control over this, this evil thing inside of me, the fire, the voices, the torment!»
Schraenker: «Do you mean to say that you have to murder?»
Hans Beckert: It’s there all the time, driving me out to wander the streets, following me, silently, but I can feel it there. It’s me, pursuing myself! I want to escape, to escape from myself! But it’s impossible. […] And I’m pursued by ghosts. Ghosts of mothers and of those children… they never leave me. They are always there… always, always, always! […] But who will believe me? Who knows what it’s like to be me? How I’m forced to act… how I must, must… don’t want to, must! Don’t want to, but must!»

(M il mostro di Dusseldorf, Fritz Lang,1931)

A te, che ti nutri di merda. A the che vedi l’omicidio solo come un prossimo episodio. A te che fai dell’orrore il tuo programma preferito. A te che ti rifugi nella rabbia da prima serata. A te che non vedi l’ora di leggere i dettagli più scabrosi, più efferati.

Sì, mi rivolgo a te.
Leggi queste parole.
Svegliati. I mostri non esistono. 
Ora spegni la TV. E vai ad arrabbiarti davvero.

Leggi anche: Il significato di Her Private Hell di Refn: ognuno insegue il proprio fantasma

Autore

  • Alessandro Truccolo

    Scrivo di cinema, preferibilmente quando è cupo, scomodo e inutilmente complesso. Lars von Trier come comfort zone. Il resto si discute.

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