Intervistare un DOP è sempre emozionate: è la figura che si dice faccia davvero il cinema. A discapito del regista, degli attori, il DOP ha una notevole importanza nella produzione del materiale che apparirà sul frame. Antonino Costa, classe ’73, si è laureato e specializzato presso la NABA di Milano, ha diretto e fotografato spot pubblicitari di svariato tipo, lavorando con autorevoli figure del calibro di Pierfrancesco Favino. Dopo tanti anni di lavoro a Milano, ha deciso di rientrare a Palermo, e adesso ha voluto presentarsi al Sottosuolo Italiano, pronto a imbattersi nelle diverse sfide che questa città propone. Ha recentemente pubblicato una raccolta di fotografie realizzate nella periferia di Milano, e si appresta alla lavorazione di nuovi progetti.

Antonino, perché hai preferito comunicare il tuo mondo interiore con l’immagine piuttosto che con la parola? Cos’hanno la luce, la composizione, le focali, in più della parola?
Antonino Costa
Credo sia stata una scelta istintiva e non ponderata. In campo artistico c’è chi nasce per parlare e chi per scrivere. Generare immagini, vederle prima nella propria mente e poi ricrearle con mezzi tecnici, che siano delle matite colorate o delle luci per il cinema o degli obiettivi, è una predisposizione naturale. Immagino che per me sia cominciato tutto quando già da piccolo amavo disegnare e colorare. Poi lo studio della storia dell’arte in generale e, più in particolare, lo studio della luce usata in maniera diegetica dai grandi pittori, hanno fatto il resto per accrescere la mia passione per le immagini e quindi per la fotografia e la cinematografia.
Le immagini di Milano Zona Cinque, edito da Flaccovio, raccontano una periferia milanese molto più introspettiva che estetica. Ogni immagine racconta una storia, un tuo personalissimo punto di vista su come viene vissuta quella zona del mondo. Com’è stato lavorare a questo progetto? Quanti anni hai speso? Quale principio hai utilizzato per selezionare le immagini? Perché hai preferito un bianco e nero tenero, i cui grigi sono tutti ben visibili, a un bianco e nero contrastato?
Antonino Costa
È vero, è stato uno dei miei lavori più introspettivi; di fatto, dopo molti anni vissuti nei quartieri centrali di Milano, ero andato a vivere nella periferia estrema, vicino alla campagna. Pur essendo nella città, scoprii in questa zona un mondo bucolico quasi surreale. Ho lavorato per questo progetto circa quattro anni. Fotografando in pellicola e avendo a disposizione dodici pose per ogni rullo. La selezione la facevo “in camera”, scattavo solo quando la foto che pre-visualizzavo coincideva con quella che vedevo nel pozzetto della mia macchina fotografica, una Yashica 6×6.
Una volta, prima di realizzare uno scatto ci misi quasi un mese: passavo spesso di fronte a una roggia incorniciata da delle strutture architettoniche, l’inquadratura era perfetta… ma non succedeva nulla, così inquadravo e puntualmente toglievo il dito dal pulsante di scatto e me ne andavo. Ripassando di là trovai un bambino che giocava in quella roggia così ricomposi la solita inquadratura e scattai cinque foto col bambino che si arrampicava tra le strutture. Scelsi la foto in cui il bambino si sedette un momento per riposare o forse contemplare la bellezza di quel posto.
Concludendo sul discorso del bianco e nero tenero: ero interessato a vedere tutte le sfumature che poteva darmi il negativo che stavo usando; lo avevo scelto per la sua ampia latitudine di posa e volevo cogliere dettagli sia nelle zone d’ombra che nelle alte luci, ovviamente lo si fa già in fase di esposizione. Naturalmente questo genera un’immagine più tenera, se poi non la tratti per avere dei contrasti. Sul piano diegetico non volevo che una fotografia contrastata aggiungesse più dramma a quello che stavo già vivendo col mio trasferimento in periferia.

La tua produzione pubblicitaria vanta una lunga serie di lavori. Cosa significa gestire la fotografia di uno spot? Qual è la regola che per te è indispensabile ai fini di un buon prodotto? Quanto, della tua creatività, sei disposto a sacrificare pur di realizzare il prodotto commissionato dall’azienda?
Antonino Costa
Finché non ci sono problemi di budget tutto fila liscio. Quando c’è poco budget, ma ti chiedono di realizzare uno spot in stile Nike allora ci si deve mettere in modalità problem solver e l’esperienza e la creatività giocano un ruolo fondamentale. Di base dopo il PPM l’agenzia ti dice come vuole lo spot, spesso ti dà delle reference, sono loro che impongono in un certo senso la fotografia secondo il look and feel del brand e sono presenti, oltre che sul set, anche durante il color grading (ho visto stravolgere la mia idea più di una volta durante la sessione con il colorist e quindi mi sono limitato a dare solo delle indicazioni di color correction, lasciando carta bianca all’agenzia).
In ogni caso la regola fondamentale è quella di attenersi allo storyboard approvato e quindi a ciò che ti sei detto col regista. Fondamentali sono i sopralluoghi quando si gira in location.
Creatività nel girare uno spot per me significa accontentare l’agenzia e quindi il cliente che rappresenta, utilizzando al meglio il budget a disposizione; la creatività può essere espressa anche per ottenere una certa luce con i materiali che ti puoi permettere.
Qual è il rapporto che si stringe con il regista del progetto? Quanto dialogo si crea tra le due figure? Qual è stato il regista con cui più ti sei divertito?
Antonino Costa
Non ho lavorato solo con i miei registi preferiti, ma anche con degli sconosciuti. Il rapporto è quindi professionale, si deve parlare lo stesso linguaggio tecnico e fare in modo che tutto fili liscio. Non è impossibile che si “scazzi” sul set, l’ho visto succedere quando ancora facevo l’assistente operatore ed è successo anche a me lavorando come direttore della fotografia; in questa, per fortuna, unica occasione il dialogo si annullò completamente e ci limitammo a realizzare una dopo l’altra le scene dello storyboard (già preparate molto dettagliatamente). Vorrei aggiungere che il regista era comunque molto occupato a pararsi dagli attacchi dell’agenzia…
Il regista con cui mi sono più divertito non è necessariamente quello con cui ho fatto il mio lavoro più bello.

Il tuo lavoro in super 8, Deep Dream, vanta un’estetica che farebbe invidia a molti film di alto contenuto. Com’è stato lavorare in pellicola? Quanto è differente dal lavoro in digitale? Quanto influisce nel budget e nel work flow?
Antonino Costa
Grazie per l’apprezzamento su Deep Dream! Per me lavorare in pellicola è molto naturale, ho cominciato questo mestiere facendo l’aiuto operatore, che ha come mansione principale caricare i magazzini (chassis) con la pellicola vergine. Esporre correttamente un negativo è la prima cosa che deve imparare un direttore della fotografia, poi da lì viene il resto.
L’idea di girare in super 8 è nata da Andrea Bauce, un giovane regista che voleva sperimentare per la prima volta l’utilizzo della pellicola. Dal canto mio ne ho approfittato per testare l’esposizione con la luce inattinica di una camera oscura, ma sapendo che in certe scene non sarebbe stata abbastanza forte, per esporre la pellicola, ho simulato la luce rossa con della gelatina posta davanti ai Kino Flo.
C’è una differenza importante tra il guardare in un monitor di controllo un’immagine elettronica generata da una micro-telecamera posta vicino al prisma di una cinepresa e guardare un’immagine su un monitor con il Waveform o il false color, pronta per essere lavorata col DaVinci Resolve: nel primo caso devi conoscere quello che non vedi, nel secondo quello che vedi.
Quando si lavora in pellicola, tutta la crew ne è implicata, e non parlo solo del reparto macchina da presa, credo di poter dire che sul set cala una sorta di atmosfera magica e di massima concentrazione. Certamente i costi nel lavorare in pellicola non sono trascurabili e vanno vagliati di progetto in progetto.
Visionabile qui: http://visionabile qui: https://player.vimeo.com/video/337854615
Quali sono le tue figure di riferimento artistico? Raccontacele un po’.
Antonino Costa
Beh, quando ho iniziato a studiare prima il cinema come arte e poi la tecnica cinematografica attraverso il lavoro espressivo dei direttori della fotografia, i miei riferimenti sono stati senza dubbio Vittorio Storaro, Alfio Contini, Giuseppe Rotunno, Tonino Delli Colli e Dante Spinotti (li cito nell’ordine in cui li ho scoperti), ma fin dall’inizio ho guardato al cinema americano e ai suoi innumerevoli e famosi maestri. Ho un certo interesse anche per la fotografia del cinema scandinavo, tra i direttori della fotografia che amo di più c’è infatti Sven Nykvist che lavorava con Bergman.
Quando stavo a Milano, prima di un qualsiasi lavoro, che fosse anche un fondo limbo da illuminare con luce diffusa, andavo a contemplare alla Pinacoteca di Brera un quadro del Caravaggio, La cena in Emmaus.

Vorrei chiederti una cosa che sembra da pazzi, ma che capiranno tutti i fotografi che ci leggeranno. Come guardi il mondo, quotidianamente? Mi spiego meglio. Ti capita mai di fare qualcosa di quotidiano, e di immaginare una fotografia? In cosa il tuo occhio pensi s’interessi di più? E perché, secondo te?
Antonino Costa
Di continuo! E devo riconoscere che annotare certe situazioni di luce nel mio taccuino fa sì che rimangano impresse nella mia memoria; quando invece genero un’immagine di promemoria con lo smart phone, la maggior parte delle volte quelle immagini cadono nel dimenticatoio. Trovo tuttavia molto bella l’app viewfinder Cadrage che uso quando lavoro in fase di sopralluoghi.
Fotografare per un mio progetto personale e fare la fotografia per uno spot o un film sono due cose che riesco in un certo senso a tenere separate.
Quando osservo il mondo come fotografo, mi soffermo sulla possibile inquadratura di una possibile fotografia: un gesto, una situazione, delle persone, una cornice architettonica. Nel secondo caso, quando la mia osservazione è da DOP, mi soffermo a studiare la luce: il mutare di essa, nelle ore del giorno e della notte e nelle stagioni, e specie come colpisce i volti. Questo te lo può raccontare la mia fidanzata.




