Cry Macho è giunto nelle sale italiane dalle piane desertiche del cinema di Clint Eastwood, finalmente. La pellicola è una fiaba piuttosto tradizionale, così come il west comanda: un cowboy viene ingaggiato per recuperare un ragazzo dal Messico e riportarlo dal padre. Non serve altro al texano dagli occhi di ghiaccio.
Il cavaliere pallido, infatti, è tornato in sella, e subito il film ci proietta nella sua aura crepuscolare. Sulle note di una chitarra amara, la sequenza si apre su un destriero motorizzato di un non-più cavaliere. Non è difficile immaginarsi le prime scene con Clint su di un cavallo, come quelle di una volta nei western.
Tuttavia, l’inizio del film simboleggia, immediatamente, la fine dei giorni di gloria di Mike, il protagonista. Un tempo campione di rodeo, adesso un vecchio stanco e abbattuto dalla vita. Clint Eastwood non entra in scena per riscuotere taglie o aiutare gente in difficoltà: il suo incipit è essere preso, metaforicamente, a calci nel sedere.
Accetterà, per questo, un lavoro, perché tanto ormai non ha più nulla da perdere, un deserto vale l’altro. Che sia il suo animo o il mondo che lo circonda, ci sono solo sabbia e aridità.
Eppure, il viaggio che intraprende in Cry Macho gli ricorderà cosa vuol dire incrociare i destini degli altri nelle lande desolate, in cui gli uomini possono trovare versioni migliori di loro stessi.

Ritorno a casa, ritorno al west
L’Occidente, la terra in cui appunto il sole muore, è sempre stata la casa di Clint, e così il sottotitolo italiano non è poi così sbagliato.
Cry Macho è una cavalcata alla fine dei tempi, in un west che ha superato cowboy e indiani, in un paese non più per vecchi. Clint Eastwood guarda al suo passato e riflette sul suo presente, in un deserto che ha scelto di non abbandonare. L’unico addio è alle armi, quasi del tutto assenti per la durata della pellicola. Proprio Clint, poi, non spara neanche un colpo.
Per quanto nella trama sia il solito gringo con un compito da svolgere in Messico, tutto ciò che potrebbe ricondurre al western è ribaltato. Non viene data importanza al conflitto, ma alla quotidianità, alle piccole cose, piccoli atti di gentilezza e amore.
Alla fine dei tempi, alla fine di tutto, quel che resta sono i legami che abbiamo creato e possiamo ancora creare. Perché non è mai troppo tardi, non bisogna lasciar entrare l’uomo vecchio; Clint, d’altronde, è solo un vecchio uomo, di un’altra epoca. Eppure, esistono sinergie che ci accomunano anche attraverso lo spazio e il tempo.
Come afferma in Cry Macho, attraverso il personaggio credente di Mike, cosa potrebbe renderlo distante a seguaci di altre religioni o agli atei?
Tuttavia, in maniera quasi lapidaria, ricorda l’unica cosa che conta alla fine, in una scena lugubre, all’interno di una cappella abbandonata, a tratti inquietante. Una scena amara, eppure di una dolcezza singolare.
Rafael: «Lei crede che siamo tutti figli di Dio?».
Mike: «Beh… Siamo tutti figli di qualcuno».
Essere figli, a prescindere dalle differenze d’età, è un qualcosa che accomuna l’umanità, senza discriminazione alcuna. Viviamo, inoltre, una vita destinata a terminare, quindi tanto vale capire cosa conta davvero, a cosa vogliamo legarci davvero.
Questo è tutto ciò che cerca di dirci Clint Eastwood in Cry Macho, lasciandosi alle spalle con amara ironia le sue epiche vite precedenti, senza prendersi troppo sul serio.

I veri uomini (non) piangono
L’ascesa di Clint Eastwood comincia tramite il suo sodalizio con Sergio Leone, nel lontano 1964. Dopo Per un pugno di dollari, Eastwood divenne presto l’icona maschile per eccellenza, l’uomo duro e rude da prendere come esempio, il macho per eccellenza.
Tra alti e bassi, ha sempre mantenuto quest’aura, persino negli anni più recenti. Si pensi al Clint di Gran Torino, l’uomo da non far incazzare.
Un modello di uomo, vero e proprio maschio, secondo ideali ormai retrogradi, ma ancora assai presenti. Il machismo, giustamente detto tossico, condiziona ancora le vite di molte persone.
Molti figli, quelli di cui si parlava prima, crescono secondo ideali che li mettono a disagio: sei un vero uomo se hai solo un’espressione facciale, se ti fai rispettare, se sei forte e non piangi mai.
Ed ecco che quell’icona di nome Clint Eastwood guarda a tutti coloro che hanno cercato questa forza e li rimprovera: non serve a niente, quindi piangi, macho (parafrasi totalmente arbitraria del messaggio del film).
Parliamo dell’attore e regista che è stato un invincibile uomo senza nome: uno spietato, l’ispettore Callaghan, l’irascibile reduce di Gran Torino, il cavaliere pallido, il texano dagli occhi di ghiaccio. Sulle sue rughe, in pratica, è iscritta la storia del cinema. E proprio lui, simbolo e definizione di un’era di mascolinità, si guarda alle spalle e ne ride. Cry Macho, ovvero un Clint Eastwood che ha capito che, in questa vita, non vale la pena prendersi troppo sul serio.
Laddove, in alcuni contesti, il machismo ancora la fa da padrone, colui che più di tutti l’ha incarnato emerge per dirci che è una stupidaggine. Non esiste una definizione di vero uomo: esistono gli esseri umani, in tutte le loro imperfezioni e fragilità. Perché qualcuno dovrebbe essere privato del diritto di piangere?
Forse è ora che i machi tramontino, proprio con quel Clint Eastwood con cui videro l’alba.
Questo film potrebbe essere la sua ultima cavalcata, il suo testamento, e lo consegna a noi, i suoi spettatori, come un nonno racconta le sue storie al nipote.




