10 (+1) tra i Migliori Dialoghi della Storia del Cinema

Redazione Settima Arte

Luglio 22, 2018

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10 (+1) tra i Migliori Dialoghi della Storia del Cinema.

La dialettica, nel conflitto, nella pace, nell’odio e nell’amore, perpetua l’esistenza del mondo. Senza il contrasto, senza poli complementari e opposti, la realtà si fermerebbe per sempre. E il cinema, della realtà conosce molto bene i trascorsi.

Ecco i Migliori Dialoghi secondo la Redazione de La Settima Arte

L’ORDINE È CASUALE

10 (+1) tra i migliori dialoghi della storia del cinema.

1. Il Padrino – Scena Iniziale (di Gabriele Fornacetti)

Il capolavoro di Francis Ford Coppola, forse il più grande film nella storia della Settima Arte. Il Padrino inizia così, con la celebre scena in cui Amerigo Bonasera, uno dei tanti emigrati italiani presenti negli States, chiede aiuto a Don Vito Corleone, sperando che quest’ultimo possa compiere ciò che la giustizia ordinaria non può.

Il Padrino migliori dialoghi
“Il Padrino”

Bonasera lamenta a Don Vito la tentata violenza subita dalla sua unica figlia, una giovane ragazza italoamericana pestata per non essersi concessa a due giovanotti del posto, e chiede al Padrino il massimo della pena, ossia che questi vengano uccisi. Ma Don Vito, uomo saggio e dotato di ottima memoria, ricorda come quest’ultimo non si sia rivolto direttamente a lui (inizialmente aveva fatto ricorso ad avvocati e tribunali ma i risultati erano stati insoddisfacenti) e ricorda come Bonasera si mantenga, nonostante alcuni vincoli di parentela, a debita distanza dai Corleone, rifiutando di mostrare il dovuto rispetto a Don Vito, nonché la giusta gratitudine nei confronti di uno degli uomini più potenti di New York.

Bonasera ribatte che ha sempre avuto timore di immischiarsi negli affari di Don Vito ma che, qualora il Padrino ottempererà a quanto richiestogli, sarà pronto a sdebitarsi in qualsiasi modo. Don Vito quindi, assicuratosi della fedeltà di Bonasera nonché della sua lealtà, acconsente al pestaggio dei due violentatori, rammentando però a Tom Hagen di non ucciderli, in quanto i Corleone non sono meri sicari ma uomini d’onore che sanno ben scegliere fra la vita e la morte.

Due anni dopo, quando scoppia la guerra tra le Cinque Famiglie di New York, il figlio del padrino Santino Corleone viene ucciso in un’imboscata e Don Vito, sconvolto per la perdita e ancora convalescente dall’attentato in cui è rimasto coinvolto, convoca Bonasera nel suo laboratorio, fa portare le spoglie del figlio e, visibilmente commosso, gli chiede di comporle, in modo che la madre possa vederlo un’ultima volta senza le tremende conseguenze dei colpi subiti. In tal modo Bonasera salda il suo debito con la famiglia Corleone.

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10 (+1) tra i migliori dialoghi della storia del cinema.

2. Il Cavaliere Oscuro – Due facce della stessa medaglia (di Tommaso Paris)

In questo potentissimo dialogo, che rappresenta la scena madre di tutta la trilogia, avviene il vero scontro tra i due protagonisti, uno scontro eminentemente dialettico. Joker getta la maschera, si svela, e rivela tutti i suoi piani e ciò che architetterà, ma soprattutto rivela la sua uguaglianza con Batman, il fatto di essere due facce della stessa medaglia, di cui uno completa l’altro.

Joker rappresenta l’inevitabile esito dell’apparizione di Batman a Gotham, i due raffigurano un’ulteriore dicotomia che oltrepassa la classica Bene e Male, e si erge come manifestazione di due differenti tipologie di Male. Ecco quindi, due facce della medesima medaglia. Si esplica qui il grande tema caro a Nolan, quello del Doppio (Leggi anche Il doppio nolaniano). Entrambi mascherati, entrambi al di fuori della legge, entrambi eroi per qualcuno e cattivi per qualcun altro, ma con una finalità diametralmente opposta. Nolan ci disorienta, ci fa perdere la bussola e così ci smarriamo nei vasti confini di Bene e Male, mostrandoci l’attrazione per il Male e l’ambiguità del Bene. Ma l’uno non esiste senza l’altro, e Joker non esiste senza Batman.

In questo folgorante dialogo avviene l’implicita vittoria di Joker. Joker ha vinto, ha sconfitto Batman, ne ha macchiato il simbolo. Il suo obiettivo è mostrare che il Male è un carattere fondamentale dell’essenza umana, vuole mostrare il fallimento dell’uomo civilizzato, mostrare l’ombra celata di ognuno di noi a cui basta per manifestarsi una piccola spinta.

Joker risveglia il Male che è in tutti noi, così come in Batman che innanzitutto è uomo. Batman, qui, provocato dall’abilità del pagliaccio si lascia sconfiggere dall’ira, e picchia Joker senza pietà, quasi ammazzandolo di botte. Si sporca il simbolo. L’ideale di giustizia, il paladino della retta causa e dei buoni mezzi è caduto, e si è ritrovati all’altezza di tutti noi, umani troppo umani.

Il simbolo Batman ha fallito, ma lui non è un eroe, è un cavaliere oscuro.

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10 (+1) tra i migliori dialoghi della storia del cinema.

3. Hunger (di Francesco Gamberini)

Hunger narra la storia di Bobby Sands, militante dell’IRA, che nell’Irlanda degli anni ’70 decide di avviare un massiccio sciopero della fame per ottenere lo status di prigioniero politico da parte del governo Thatcher. Il lungo dialogo fra Sands e Padre Dominic, situato a metà del film, funge da spartiacque: ideologicamente e graficamente divide il film in una prima parte incentrata sulla violenza bruta inflitta dalle guardie sui detenuti, e una seconda parte incentrata sulla violenza eroica che Sands infligge contro il proprio corpo in nome delle sue idee. I due personaggi si ritrovano in una sala vuota a parlare. Inizialmente i loro discorsi sono vaghi e distaccati, ma poi diventano sempre più coinvolti e si concentrano sulle ingiustizie del governo Thatcher. In particolare ci si interroga sulla moralità di uno sciopero della fame. Sands sostiene con forza l’idea di protestare senza scendere a patti col governo britannico, mentre padre Dominic cerca di convincerlo a dialogare. Tuttavia Sands ha già preso una decisione e decide di procedere.

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“Hunger”

McQueen fa un cinema estremo in cui la sofferenza non è solo fisica ma anche visiva, costringendo lo spettatore a seguire un dialogo senza il classico campo-controcampo, ma attraverso una lunga ed estenuante visione monopuntuale. Infatti, inserire in un’opera prima diciassette minuti di dialogo in piano sequenza (più precisamente in long take) è coraggioso. Coraggioso per il regista perché vuol dire non avere paura di annoiare o cambiare la percezione cinematografica del pubblico. Coraggioso per il pubblico perché significa uscire dai consolidati schemi del cinema classico. E coraggioso per gli attori, perché significa cimentarsi in una scena difficile da recitare in cui ogni gesto e ogni parola deve essere calibrata in un continuo botta e risposta, pena ripetere la scena da capo. Il grandangolo poi distorce la prospettiva e isola le sagome dei personaggi, splendidamente intagliate nella luce e immerse nel fumo delle sigarette, conferendo oggettività alla situazione. Perciò il dialogo non è solo stupefacente per i contenuti che trasmette o per le frasi iconiche, ma per la maestria con cui è stato girato.

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 10 (+1) tra i migliori dialoghi della storia del cinema.

4. Bastardi senza gloria – Tra verbo e non-verbo (di Andrea Sciannimanico)

Tra i migliori dialoghi non possiamo non citare il primo capitolo di Bastardi senza gloria, in cui il colonnello Hans Landa si reca in visita nelle campagne francesi a caccia di ebrei, più precisamente a casa di un contadino francese di nome Perrier. Il colonnello, interpretato da un formidabile Christopher Waltz, è un abile comunicatore, infatti fin dal primo istante, con un’apparente cortesia, riesce a far sembrare la sua visita innocua. Sicuramente la parte del dialogo più interessante è il paragone metaforico tra i soldati tedeschi, comparati a dei falchi, e gli ebrei, paragonati a dei ratti. In questa piccola parte del discorso il colonnello esplica essenzialmente l’ideologia nazista, in cui eleva i tedeschi a grandi cacciatori, fieri e astuti, mentre degrada gli ebrei a dei ripugnanti ratti, non meritevoli di nessuna gentilezza e senza dignità. Ma ciò che rende davvero speciale questo dialogo non è espresso verbalmente, bensì con il corpo: prestando particolare attenzione possiamo suddividere il dialogo in tre parti:

Parte 1

Il colonello entra in casa, si accomoda e dopo aver fatto uscire la famiglia di Perrier incomincia un lungo dialogo, quasi un monologo poiché il contadino per la maggior parte del tempo risponde in maniera monosillabica. Questa parte del discorso è volta a mostrare la superiorità del colonello rispetto al contadino. Hans Landa strappa di bocca a Perrier tutto ciò che si dice sul suo conto con lo scopo di ricordare al contadino chi ha di fronte, con un continuo ghigno di superiorità sul suo volto. Possiamo notare come gesticola indicando prima il contadino e poi se stesso (gif 1), come metta la mano sul suo giaccone nel momento si parla di sé (gif 3), simbolo di fierezza. Al contrario Perrier nel momento in cui il colonello inizia a fargli domande incrocia le braccia (gif 2), come volendo costruire un muro tra i due ed evidenziando di non sentirsi a proprio agio. Nella gif numero 4 notiamo come l’estrarre la maestosa pipa da parte del colonello metta a disagio Perrier che nasconde la propria sotto il tavolo per la vergogna.

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Parte 2

Dopo aver demoralizzato inconsciamente il povero francese, il colonello cambia espressione: diventa serio, non notiamo più il sorriso di (finta) gentilezza sul suo volto, ora guarda fisso negli occhi l’uomo di fronte a lui. A questo punto Perrier è terrorizzato, ha difficolta a ingoiare, serra la mandibola e ha piccoli spasmi facciali che denotano la difficoltà a mentire.

Parte 3

Avendo ricevuto conferma alle sue supposizioni, il colonello riprende la pantomima, ricomincia a parlare francese, a gesticolare in maniera plateale, e mentre pronuncia parole di congedo alla famiglia di Perrier in realtà sta congedando definitivamente gli ebrei nascosti sotto le tegole.

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5. Non è un paese per vecchi – «Anche io ci rido su qualche volta». (Di Giacomo Simoncini)

Cosa fare di fronte al male? Di fronte alla perdita di tutti i valori cardine che caratterizzano la società? I fratelli Coen cercano le risposte in questo film capolavoro.

Lo sceriffo Bell, interpretato magistralmente da Tommy Lee Jones, è il protagonista di questo dialogo. Insieme al suo vice Wendell prova a risolvere una serie di omicidi causati da una valigetta piena di soldi. Bell è un uomo del passato che vive in un mondo in cui tutti i valori in cui crede stanno crollando. Osserva impotente il disfacimento del paese in cui hanno vissuto i suoi padri, un paese che non fa più per lui. Quello in cui vive lo sceriffo non è un paese per vecchi.

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“Non è un paese per vecchi”

Sceriffo Bell: «Nella criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa. Non è che mi faccia paura, ma non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, di uscire per andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire: ok, faccio parte di questo mondo».

Lo sceriffo ci aveva avvertito sin dall’inizio del film con queste parole. Il dialogo con il suo Vice è una vera e propria presa di distanza dalla realtà e dal non senso che la permea. Bell è un uomo d’azione, né tanto meno ama le armi, gli piace soprattutto osservare e analizzare l’esistenza più che viverla. Il suo personaggio ha quasi una natura filosofica, ed è proprio la riflessione, forse, l’arma che usa per prendersi una rivincita sulla vita e tentare di restarne fuori il più possibile. L’insostenibile dicotomia tra l’aridità della realtà che lo circonda e la sua complessa interiorità genera in lui un profondo sentimento di disperazione e solitudine. Non può fare altro che «riderci su qualche volta», non può far altro che pensare che la gente compia omicidi perché il televisore si è rotto. Può solo capire che le persone guardano solo al proprio orticello, senza osservare che gli altri nel loro scavano fosse per seppellire persone. Tutto ciò che può fare è riderci su, del resto questo non è un paese per vecchi.

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10 (+1) tra i migliori dialoghi della storia del cinema.

6. Il dialogo finale di Manhattan, di Woody Allen (di Francesco Malgeri)

Una giostra in bianco e nero accompagna le vicende di Isaac, il disilluso protagonista di Manhattan, che vede il mondo demolirglisi addosso dopo che l’amata Mary gli confessa di amare un altro uomo. Una giostra senza percorso premeditato, senza inizio e senza fine, che getta Isaac nello sconforto più assoluto, nella consapevolezza che ciò di a lungo inseguito gli sia scivolato tra le mani nel tempo di un dialogo.

“Manhattan”

Per Mary, infatti, Isaac si lasciò scappare Tracy, una dolcissima diciassettenne innamoratissima di lui, tanto da lasciargli in segreteria avvisi su quali dei suoi film preferiti andassero in onda la sera stessa. Un amore tenuto a distanza, per l’illusione di poter esercitare un minimo controllo sulle proprie pulsioni e le proprie sensazioni. Con la successiva, dolorosa consapevolezza che quel treno sia perduto per sempre, per colpa di un semplice momento di confusione che spinse Isaac a lasciare Tracy.

Perché non c’è controllo in amore. Non c’è regola e non ci sono comandi. L’angoscia di non riuscire a decidere, a scegliere, risucchia Isaac in un vortice di malinconia che lo portano a chiedersi se valga davvero la pena addentrarsi in un oceano di fugaci e fuggevoli passioni solo per la speranza di stringere l’amore tra le proprie mani. Ma com’è possibile stringere tra le mani qualcosa di così inafferrabile, intangibile, incontrollabile?

Non ne vale la pena, o sì? Esiste veramente qualcosa per cui valga la pena sfidare il caso, inseguire le illusioni? Che ci spinga a ignorare, almeno per una volta, il razionale e il logico, per lasciarci guidare da uno sguardo, una melodia, un sorriso? Isaac decide di non scendere dalla giostra, e continuando a roteare, ci dà la sua risposta:

Sì, ne vale la pena.

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7. L’Odio (di Giammarco Chiellino)

migliori dialoghi
“La Haine”

Tarantino? Scorsese? Ang Lee? I fratelli Cohen? Welles? Bergman? A chi affidare un posto nella Classifica per i migliori dialoghi?

A mio parere stavolta dovranno fare spazio a Kassovitz e il suo La Haine.

La cosiddetta scena del bagno è emblematica dell’intero film e della -problematicamente inarrestabile – catena degli errori che la voce narrante all’inizio del film sembra, col senno di poi, aver profetizzato in modo impeccabile.

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». 

Il film, senza volersi soffermare troppo sul bianco e nero, perfettamente studiato – ed effettivamente reso – al meglio, è un capolavoro di subtexts.

Prima fra tutte la scena in questione, l’anziano sconosciuto che racconta del suo compagno Grumvalski, morto di freddo (e d’inadeguatezza, lo spettatore potrebbe commentare).

In un sistema diviso, in cui l’azione di una parte comporta inevitabilmente il disagio dell’altra, l’ottimo paretiano è se non irraggiungibile, inutile.

Il sistema è destinato a implodere, o meglio precipitare senza alcuna possibilità di ripresa.

Non ci si può tenere i pantaloni e al contempo cercare di afferrare altro, che sia un treno, la vita o entrambi, come in questo caso.

La spirale di odio non fa che generare odio, questo il vero senso del film.

La genialità di Kassovitz sta, per quanto concerne questa scena, nell’averla inserita in un bagno, all’improvviso e senza, almeno apparentemente, una causalità razionalmente intesa.

Lo spettatore resta come i protagonisti quando il vecchio lascia il bagno: confusi e storditi, e muti.

Ovviamente, però, la corsa in discesa lungo la spirale non può essere interrotta, ed ecco che il film, nonchè le scelte dei protagonisti, riprendono il loro normale, patologico corso.

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8. 2046 – Non si può tornare indietro (di Andrea Vailati)

Se esiste un sequel la cui continuità non è tanto nella trama quanto nella poetica, quello è 2046 di Wong Kar-wai.

Se In the mood for love si annida in quell’indelebile crepuscolo del forse, tra un sempre e un mai, la cui potenza emotiva è di rara intensità non detta, 2046 è un viaggio in avanti ma a ritroso, alla ricerca di quel perfetto che fu proprio non essendo mai fino alla fine.

A tutta la sospensione del primo, egli risponde con azione, dissipante azione che porta le possibilità a compiersi e le storie a canalizzarsi in un solo ramo, nella speranza di raggiungere l’albero che mai più sarà.

Così il fragile uomo innamorato è disilluso scrittore consapevole, che ancora tenta di perdersi nella sua poetica, totale ingenuità sentimentale, ma sa che nulla sarà più come fu, seppur quel fu non ebbe mai realtà.

Così immette in tutte ciò che Lei fu, e persino nella ragazza che più ha scosso il suo cuore oramai mancante, egli non troverai mai quella possibilità.

«C’ho provato, ma la verità è che non si può tornare indietro».

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9. Il Petroliere – Uccidendo il fasullo Dio, L’Oltreuomo soccombe (di Andrea Vailati).

Il Petroliere, ovvero la parabola dell’Oltreuomo materiale, privo dei fasulli costrutti, liberatore delle illusorie morali, infine individualista degenerato nel suo non trovare realtà condivisibile, folle e violento mitomane di sé stesso.

In questo magistrale dialogo, oltre alla potentissima performance attoriale, vediamo il soccombere non solo della nemesi del Petroliere, che infine, dinnanzi alla necessità, proprio poiché oltre il bene o il male, svela la sua menzogna perpetuata, svela l’illusoria sovrastruttura del divino e giunge al crollo emblematico della morale teologica; bensì anche dell’Oltreuomo stesso.

Poiché se in Nietzsche la morte di Dio, teoricamente, è un’epifania limpidamente lucida, giungente come punto di partenza per il processo di oltrepasso della condizione umana, qui si svela l’impossibilità di tale oltreumano di sopravvivere nel mondo senza degenerare in sé stesso, dissipandosi in una fenomenologia della violenza liberatoria ma affossante.

Perché, il mondo, non è oltre a sé.

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10. Il Dottor Stranamore – L’Ordigno Fine Del Mondo (di Gianluca Colella)

Ironico, surreale, simbolico. Questi sono gli aggettivi che vengono in mente pensando al distopico capolavoro di Kubrick del 1964; una pellicola senza tempo costruita sul sapiente intreccio tra grottesco ed equivoco, che affascina e stupisce anche oggi grazie al suo messaggio profondo e intimamente attuale.

Nel contesto storico-politico in cui la Guerra Fredda era la condizione dei rapporti tra USA e Unione Sovietica, Kubrick si inserisce prepotentemente, caratterizzando personaggi ai limiti dell’assurdo, tra tutti Ripper e Turgidson. Il risultato è una commedia tragica dalla trama paradossale e triste. L’ ordine esecutivo del Piano R lanciato dal generale è un’iniziativa personale e preventiva alimentata dal suo disprezzo per il comunismo, e le conseguenze delle sue azioni si ripercuotono freneticamente fino ad arrivare alla War Room del Presidente, costretto a fare i conti con l’irreversibilità della situazione.

Questo setting ansioso fa da sfondo ai momenti più celebri e significativi del film: dalla telefonata tra il Presidente Muffley e il leader sovietico alla spiegazione di Ripper sul sofisticato complotto della fluorocontaminazione delle acque americane a opera dei russi, passando per gli sfoghi di Turgidson contro il pacifismo. Mentre i bombardieri americani si dirigono inesorabili verso il territorio nemico e il governo viene a conoscenza della minaccia non deterrente data dal misterioso Ordigno fine del mondo, il Dr. Stranamore e la sua mano aliena nazista fanno il loro teatrale ingresso in scena, alimentando le preoccupazioni sul nucleare.

L’atteggiamento tranquillo dello scienziato nazista mentre pontifica sulle conseguenze dell’ordigno sulla vita e sulla Terra non fanno che rendere più tragicomico il senso del film, ed è per questo che a essere scelto come dialogo importante tra i più importanti è proprio quello tra il Dottore e il Presidente, durante il quale il primo suggerisce di costruire bunker sotterranei dove rifugiarsi, attendendo che gli effetti delle radiazioni cessino. Ciò che sconvolge e allo stesso tempo diverte è proprio la facilità del Dottore, che nel frattempo combatte la sua mano nazista che tenta di strangolarlo. Una scena classica, come classico è lo stile di Kubrick, radicato nella storia del cinema.

(+1) : Per il +1 ad Honorem, abbiamo ripreso 5 momenti, fatti di poche frasi, anche solo una, dall’impatto indelebile.

– «Marcello![…]»
«Silvia, ma chi sei?».

– «E tu ci svelerai i tuoi segreti?
Io non ho alcun segreto da svelare
Allora non sai niente?
Non mi serve sapere».

«Io ti amo, ma tu non sai di che cosa parli!»

«Che hai fatto in tutti questi anni?
Sono andato a letto presto».

«Sono io, Se ci fosse un biglietto in più verresti via con me?
Sono io, Se ci fosse un biglietto in più mi porteresti via con te?».

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