Alla fine, la Morale qual è? – Il Divario tra Forma e Sostanza in 5 Finali Contemporanei

Matteo Melis

Novembre 5, 2018

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“I’m finished”. Ho finito. Sono finito. Le due parole finali de Il Petroliere (al secolo There Will Be Blood) chiudono ermeticamente un enorme cerchio narrativo fatto di lavoro, famiglia, ambizione e religione. Il diamante più luminoso di Paul Thomas Anderson si descrive tramite la voce del suo protagonista, portando con sé la chiusura di ogni trama e sottotrama al suo interno; non ci sono spiragli aperti, non ci interessa quale sarà il futuro di Daniel Plainview, perché la vicenda raccontata nel film non è un lasso di tempo importante come gli altri, è l’unico possibile.

Alla coerenza rispondono l’incertezza e l’apparenza. D’altronde il mestiere dell’artista è illusorio per definizione, lo confessava un maestro del finale aperto come Christopher Nolan nel suo manifesto The Prestige: “Voi volete essere ingannati”. Il trucco è molto semplice, basta creare un piccolo corto circuito tra ciò che si vuole comunicare e il metodo che si sceglie per farlo, così da ottenere una sana incoerenza formale, soddisfacente in un primo tempo ma fuorviante quando si ripensa all’opera a mente fredda.

 

Il modo in cui la materia viene plasmata dalla forma per esprimerne la sostanza è alla base degli studi sul segno, e l’intuizione di molti artisti è quella di esprimere il contenuto attraverso una forma ingannevole. Nel cinema contemporaneo di stampo americano questo espediente si sta vedendo spesso, con una propensione verso delle conclusioni che restituiscono un’espressività che si discosta dal messaggio reale della narrazione e stimola l’empatia di chi guarda, creando un effetto catartico simile a quello dei lieti fini, ma all’interno di film dal messaggio finale tragico.

Ci sono parecchi casi di finali dolci nella forma e amari nella sostanza, quasi sempre privi di un reale scioglimento, che permeano l’audience di una calda sensazione di incertezza e spesso conferiscono un’impronta più autoriale alla pellicola; i cinque esempi selezionati sono i più celebri possibili, sia per il temutissimo allarme spoiler, ma soprattutto perché se consideriamo che cinque opere così hanno infiammato botteghini e premiazioni (in totale si parla di 11 Premi Oscar e 4 Golden Globe su 47 nomination totali), significa che noi amanti del cinema vogliamo davvero essere ingannati.

Birdman (Alejandro Gonzalez Iñárritu, 2014)

La forma: Dopo aver raggiunto il culmine artistico nel suo spettacolo teatrale, Riggan si libera incarnando in sé una figura che va oltre Birdman; la figlia Sam guarda estasiata il padre che volteggia a mezz’aria dopo che questo si è lanciato dalla finestra.
La sostanza: Riggan si è suicidato.

La grandissima abilità di Iñárritu nell’impianto narrativo di Birdman è quella di coinvolgere lo spettatore praticamente solo nella forma immaginifica, a metà tra la diegesi del film e la schizofrenia del protagonista, un uomo associato talmente tanto al suo ruolo più famoso da vederne la manifestazione sotto forma di alter ego ingombrante e limitante. Per capirci, in una sequenza memorabile del film Riggan vola per New York, poi chiede a un portiere di fermare la colonna sonora della scena che sta vivendo e viene inseguito da un tassista che gli chiede i soldi della corsa, perché è ovvio che Riggan non sia arrivato lì in volo. Noi non lo vediamo in taxi ma lo vediamo volare, non partecipiamo a discorsi solitari ma a dialoghi con la voce immaginaria di Birdman, noi siamo con Riggan fino alla fine, quando tenta di volare con degli uccelli che attirano la sua attenzione, dopo essersi smarcato da un Birdman stranamente distratto. Gioia? Dolore? Realizzazione? Come in tutti i film qui presenti non è facile immaginare il dopo, la sequenza conclusiva vuole agire come fine della vicenda, ma lo scioglimento è in mano allo spettatore.

Il risultato: Un film unico con una conclusione perfetta. Iñárritu ottiene il massimo da una finale tutto sommato semplice. Birdman è un film che parla chiaramente dello show business e affronta la tematica attraverso il linguaggio metacinematografico, facendo sì che sia l’opera a parlare di sé stessa, del suo mondo e della sua essenza. Il percorso di Riggan rappresenta la parabola di molti attori di Hollywood (primo dei quali proprio Michael Keaton), spesso identificati in un personaggio o in un cliché del quale vogliono assolutamente disfarsi. Il Keaton attore, allora, si libera dell’ombra del Keaton personaggio, arrivando a interiorizzarlo e oltrepassarlo, prima attraverso una prova attoriale strepitosa nella sua opera teatrale, poi attraverso l’ultimo volo liberatorio, folle ed estremo di Birdman, simbolo di un mondo al quale sussurra semplicemente “Addio e fanculo”. Si potrebbero scrivere pagine e pagine ed elencare motivi sempre nuovi per i quali Birdman è un capolavoro moderno.

Leggi anche: Perché Birdman è un capolavoro?

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Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

La forma: Dopo un’esecuzione perfetta del brano “Caravan”, Andrew e il suo insegnante Terence Fletcher si scambiano uno sguardo di intesa, l’allievo viene finalmente consacrato dal maestro in una conclusione incoraggiante.
La sostanza: Fletcher ha rovinato la vita ad Andrew, i metodi tirannici del professore hanno reso il protagonista un esaltato, unicamente dedito alla musica e pronto a sacrificare ogni rapporto personale per arrivare al proprio obiettivo.

Il film che ha lanciato il giovane Damien Chazelle nell’olimpo dei registi emergenti è un susseguirsi di eventi rapido ed energico, perché Andrew è un batterista che ha brama di sfondare e lo vuole subito, nella sua vita non ci sono pause e nell’insegnamento del suo maestro non ci sono momenti morti, di conseguenza Whiplash è un treno di 105 minuti che corre spedito. La caratteristica che balza all’occhio in maniera immediata, oltre alla naturale abnegazione del giovane batterista, è il severissimo metodo di istruzione di Fletcher, un insegnante di musica che non ha scrupoli quando si tratta di impartire una lezione. Il suo credo è allineato con il mondo della musica che ama, il jazz, un genere difficile, senza mezze misure e tremendamente selettivo; gli schiaffi, il lancio di sedie e oggetti, gli insulti e il disprezzo sono quindi delle armi legali per Fletcher, un personaggio tanto glaciale quanto carismatico, un punto debole per lo spettatore, che non sapendo inquadrarne fino in fondo il carattere instaura con lui un rapporto di amore e odio.

Il risultato: Controverso. Il finale non toglie nulla a Whiplash, ma a dover essere sinceri non aggiunge un granché, più che una scelta autoriale ben definita come i finali degli altri film della lista (peraltro quattro pellicole emotivamente più profonde), sembra più un compromesso mascherato bene. Chiariamoci, il film di Chazelle è splendido, eccelle dal punto di vista tecnico, intrattiene ed è confezionato ad arte, ma proprio la sequenza conclusiva, che sembra costruita per essere memorabile, funziona meno di molte altre.
Lo scambio di sguardi finale è l’investitura definitiva di Fletcher, che oramai riconosce il protagonista come un batterista valido, ma è una consacrazione che avviene in ambito informale, in seguito a continue violenze psicologiche del maestro su Andrew, che è stato allontanato dalla scuola di musica e ha appeso le bacchette al chiodo per un anno (il tutto per colpa di Terence).
Le due inquadrature che chiudono la pellicola accantonano un naturale risentimento del ragazzo verso il maestro, dando spazio a un’intesa che lascia tutto in sospeso. L’intento di Chazelle resta un punto di domanda, dietro la riappacificazione a denti stretti tra i due personaggi si possono costruire tanti scenari.

Leggi anche: Whiplash – Il Fallimento del Successo

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Manchester By The Sea (Kenneth Lonergan, 2016)

La forma: Lee accetta di essere tutore finanziario del nipote orfano di padre Patrick, lo consegna in affido legale all’amico George e decide di tornare a vivere a Boston e di far capolino periodicamente a Manchester by the sea.
La sostanza: Lee è un uomo distrutto e inerme, scapperà per sempre dal suo passato senza affrontarlo; nonostante il rapporto con Patrick sia migliorato, è difficile che le loro vite possano intrecciarsi per molto tempo.

L’opera di Lonergan, con un Casey Affleck da antologia del cinema, tenta di entrare nei meandri dei sentimenti umani in modo così intimo e sottile da essere reale. La storia di Lee Chandler, un uomo che ha perso i figli in un incendio domestico, viene affrontata in modo graduale attraverso una narrazione lenta e senza picchi. Manchester By The Sea si rivela, quindi, come un pugno nello stomaco, un film doloroso, duro e non commovente, che lascia dentro un retrogusto amaro che dura giorni.
Il finale prova in qualche modo a rappresentare una svolta, Lee si mostra più aperto e disponibile verso il figlio del defunto fratello, provando a immedesimarsi il più possibile in una figura genitoriale per lui. Patrick dal canto suo non costituisce un ostacolo per lo zio, è un ragazzo nella fase finale dell’adolescenza, che ha appena perso il padre e lontano dalla madre ex alcolista.
Le turbe del protagonista, quindi, non risiedono solamente nelle chiacchiere diffamatorie degli abitanti di Manchester che lo dipingono erroneamente come l’assassino dei propri figli, ma giacciono nel silenzio della città stessa, teatro degli orrori di un passato che Lee non è in grado di sopportare.

Il risultato: Il finale soddisfa la necessità di offrire un piccolo appiglio dopo più di due ore di gran sofferenza. Lonergan sceglie saggiamente di chiudere in modo aperto un film che altrimenti sarebbe stato un distillato di dolore. L’incapacità di cambiare di Lee rimane manifesta, anche nelle fasi finali del film si nota la sua incapacità di mostrare la complessità dei propri sentimenti e la rinnovata tendenza ad atteggiamenti passivo-aggressivi. Però un piccolo scorcio di luce c’è, forse i viaggi periodici di Lee da Boston alla sua Manchester lo porteranno a sbloccare la sua emotività e a fare finalmente pace con i suoi tragici trascorsi.

Leggi anche: Manchester By The Sea – Un arido ritratto di umanità

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Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017)

La forma: Dopo aver ricevuto una chiamata da Oliver che lo informa che deve sposarsi, Elio piange di fonte al fuoco del suo camino, provato dalle emozioni e dal dolore che il suo primo grande amore gli ha fatto vivere.
La sostanza: Oliver ha fatto il bello e il cattivo tempo con Elio, un ragazzo più giovane e ingenuo di lui che sta scoprendo la propria sessualità.


Al giorno d’oggi, per fortuna, non basta raccontare una storia d’amore tra due uomini perché questa sia definita non convenzionale. La sceneggiatura scritta da James Ivory è impreziosita dalla scelta delle età dei due protagonisti (17 anni Elio, 24 Oliver), dal fatto che la famiglia di Elio sia colta e accetti immediatamente l’orientamento sessuale del figlio (capovolgendo il solito stereotipo dei genitori ignoranti e omofobi) e dalla delicatezza per nulla ipocrita con la quale viene mostrata la relazione tra due i protagonisti; ognuna di queste caratteristiche fa sì che il film di Guadagnino sia uno dei migliori sul tema. Il piano sequenza conclusivo, arricchito dalla raffinata “Visions Of Gideon” di Sufjan Stevens, costituisce una degna sintesi della vicenda ma non la chiude, lasciandoci con più di un dubbio. Questa scelta potrebbe comunque essere legata alla volontà di Guadagnino di girare un sequel dell’opera.

Il risultato: Quello di Call Me By Your Name è il finale che ho preferito della scorsa stagione cinematografica. È potente ed elegante al tempo stesso, la straordinaria recitazione di Timothée Chalamet riesce a trasmettere in modo bilanciato le sensazioni di delusione, risentimento e dolore con quella di gioia per la scoperta di sé stessi. La ciliegina sulla torta è la normalità del contesto in cui si svolge l’azione: a casa, di fronte al caminetto, mentre la madre nello sfondo apparecchia il tavolo per il pranzo; questi sono dettagli che rendono il pianto di Elio naturale, quasi fisiologico, perché chiunque ha presente il vortice di emozioni che ci travolge quando il primo amore ci spezza il cuore.
Ma tornando indietro e ripercorrendo l’intera pellicola realizziamo che Oliver, fin dall’inizio, avrebbe potuto fare qualcosa in più per risparmiare almeno parte di questa sofferenza a Elio. Di fronte a un “tra poco mi sposo” qualsiasi “non ti dimenticherò mai” perde di valore.

Leggi anche: Chiamami col tuo nome – Lo sguardo (di chi ha) perso

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Il Filo Nascosto (Paul Thomas Anderson, 2017)

La forma: L’amore, anche se cieco, trionfa su tutto. Alma realizza che lui e Reynolds vivranno un amore fatto di sacrificio, compromessi, dedizione e dipendenza l’uno per l’altra.
La sostanza: Una relazione basata sul continuo alternarsi nel ruolo di martire e oppressore non giova a nessuno, soprattutto se si parla di una donna forte come Alma e un uomo ambizioso come Reynolds.


Ed eccoci di nuovo a lui. Per analizzare una tendenza del nuovo cinema statunitense è necessario capire le scelte e i contrasti di un maestro di questa corrente; il cinema di Paul Thomas Anderson non prescinde mai dal valore delle scene finali. Le opere dell’autore losangelino toccano temi vasti e spesso distanti tra loro, mettono in scena continui rapporti di forza e potere tra personaggi con caratteri complessi, facendoci capire come PTA sia un profondo conoscitore dell’animo umano e un sopraffino intrecciatore di fili. Fili coerenti ne Il Petroliere, fili interconnessi in Magnolia, fili nascosti, come i fantasmi del titolo (Phantom Thread) del suo ultimo prodotto. Questo filo trafigge continuamente lo stilista Reynolds e la sua musa Alma nella loro quotidianità, nella ricerca del compromesso tra due animi che hanno una voglia matta di prevaricazione sull’altro, è un filo che si infuoca durante ogni pasto, campo di battaglia prediletto del film, o che si avvelena per mano di Alma col solo scopo di svigorire il compagno per prendersene cura.
I continui scontri tra Alma e Reynolds dovuti alle loro differenze sembrano invalicabili, ma al contempo il loro sentimento li intrappola, legati da un filo che da nascosto diventa nuovamente tossico durante l’ultimo pasto del film, nel quale la modella avvelena nuovamente il marito che stavolta, con coscienza degli eventi, si fa indebolire per lei per essere accudito.

Il Risultato: Muovere una critica a Il Filo Nascosto è francamente impossibile. Non far concludere la relazione tra Reynolds e Alma sembra quasi un colpo di scena: il loro amore malato prosegue fino ai titoli di coda, nei quali PTA ci fa dimenticare che fino a qualche minuto prima speravamo per loro che si separassero.
In questo caso l’estetica del regista ha un valore fondamentale, perché un tema scomodo come la dipendenza (perché in fondo è di dipendenza che si parla) assume ben altri connotati se trattato con classe, concentrandosi soprattutto sull’aspetto del controllo, quello che Alma e Reynolds vogliono esercitare uno sull’altra.
Consegniamo il loro amore nelle mani del tempo, quello che va oltre i titoli di coda, che non ci dirà mai se il filo di Alma e Reynolds sia veramente indistruttibile, né su quali consapevolezze la vita di Elio proseguirà dopo Oliver, non ci dirà se Lee farà pace con Manchester e Andrew con Fletcher o se il nome di Riggan diventerà leggenda.

Leggi anche: Il Filo Nascosto – L’Amore lucreziano nell’estetismo di P.T. Anderson

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