Monsters & Co. – Una favola mostruosamente umana

Francesco Malgeri

27.01.2019

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Impossibile non partire dalla sigla iniziale per parlare di Monsters & Co., se non altro perché qualunque altro tipo di presentazione verbale risulterebbe prolissa e superflua.

Il capolavoro Pixar del 2002 ha scolpito una generazione, l’ha accompagnata, entrando, per merito e importanza, nella short list dei migliori film d’animazione del nuovo secolo.

Come la sua ormai decennale storia ci ha insegnato, i film Pixar sovvertono le logiche del mondo che conosciamo, regalando affreschi di fantasia e originalità attraverso un’animazione riconoscibile, nonostante si sia evoluta nel corso degli anni. Un’originalità custodita tanto nelle iconiche colonne sonore quanto nella brillantezza delle scene comiche.

Da giocattoli che prendono vita a topi maestri dell’arte culinaria, da insetti che si alleano tra di loro a palloncini in grado di scardinare le fondamenta di una casa, con Monsters & Co. la Pixar disegna un mondo nel quale sono i mostri ad avere paura dei bambini, nonostante siano obbligati a procurarsi le loro urla, fonte primaria della loro energia. Monsters & Co. è, infatti, il nome della principale industria energetica del loro mondo.

Monsters & Co.
Mike in Monsters & Co. di Pete Docter (2002)

Ma di cosa parla Monsters & Co.?

Parla di un’amicizia: quella tra James Sullivan, un bestione dalla pelliccia azzurra a pois viola, e Mike, un Polifemo verde e rotondo dalle ridotte dimensioni. Il primo è uno degli spaventatori più rinomati della Monsters & Co., il secondo ha da tempo rinunciato a quel sogno per diventare il suo meno altisonante preparatore.

La loro paradossale realtà è ulteriormente sovvertita da Boo, una bambina di sei anni fuggita dal mondo degli umani e affezionatasi a James, il quale, pian piano, si lascia addolcire dall’ingenuità dei suoi occhi. Perché, nonostante siano mostri, l’umanità dei protagonisti viene messa in luce lungo tutto lo scorrere delle sequenze: la stessa umanità presente in ogni film della Pixar, che racconti di animali, pupazzi o giudiziose emozioni.

Anziché cercare di sbarazzarsene, dunque, i due amici finiranno per nasconderla, mascherarla, per evitare di turbare il loro mondo e impedire che la bambina venga maltrattata e prosciugata per scopi energetici. Ed è proprio questo il piano del principale antagonista del film: Randall, un lucertolone viola in grado di rendersi invisibile e cambiare pelle, eterno avversario di James nella corsa al titolo di miglior spaventatore.

Ciò che sorprende nella parte finale sarà proprio scoprire che il rapimento di Boo era già stato premeditato non solo da Randall, bensì dal proprietario della Monsters & Co. in persona, il signor Waternoose, enorme granchio antropomorfo dalle terrificanti chele.

Estorcere le urla ai bambini per arginare la crisi energetica e impedire che l’industria crolli: c’è tanto del nostro mondo nell’universo del film del 2002. James, ignorando i disegni di Boo, tenta di denunciare Randall allo stesso proprietario dell’azienda, il quale lo costringe a ruggire di fronte a dei giovani tirocinanti, per dare loro una dimostrazione di spaventatore. Turbata dalla ferocia del ruggito, la bambina, travestita da mostriciattolo, scappa via in lacrime, rivelandosi così a Waternoose.

Per evitare che causino ulteriori problemi al loro crudele piano, Randall e Waternoose esiliano i due amici sull’Himalaya, tra gli esseri umani. Il loro affetto traballa, la loro volontà vacilla; James sembra rassegnarsi all’idea di non poter instaurare un rapporto con gli esseri umani a causa della sua natura mostruosa: l’essere solo un mostro, come l’essere solo un giocattolo, solo una formica, solo un topo.

Ma, come la poetica pixeriana, infantile solo all’apparenza, ci ha mostrato più volte, è l’esistenza di qualcosa di nascosto, di profondo, a cui i protagonisti si aggrappano per trovare la forza di non arrendersi.

Monster & Co.
James in Monsters & Co. di Pete Docter (2002)

Mike e James torneranno nel loro mondo e riusciranno a sottrarre Boo dalle grinfie di Randall, per poi permetterle di fare ritorno nel suo universo. Il film termina così, con il rammarico di James, realmente affezionatosi alla bambina, e l’arresto del perfido Waternoose.

Una favola di mostri raccontata con uno sguardo profondamente umano.

La poesia alla base di ogni film della Pixar.

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