Dio, Bergman e la morte

Luca Vitelli

07.12.2019

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Bergman, seppure ateo, era tormentato dall’angoscia spirituale. Suo padre, austero pastore luterano, circondò l’infanzia del figlio di simboli religiosi. Ciò si riflette nei suoi film, nei quali Dio è onnipresente, o meglio, è la sua assenza a essere onnipresente. Nella sua trilogia sul silenzio di Dio (Come in uno specchio, Luci d’inverno, Il silenzio), Dio è il totalmente assente. In Come in uno specchio (1961), Karin, affetta da schizofrenica, attende la teofania da una crepa nell’intonaco: l’attesa di Dio, la speranza in una sua manifestazione, si rivela solo il riflesso opaco della follia. In Luci d’inverno (1963), il dolore dell’abbandono con cui si confronta il parroco Tomas, non risparmia nemmeno Gesù Cristo stesso («Dio, perché mi hai abbandonato?»). Ne Il silenzio (1963), infine, viene dipinto un mondo in rovina, privo di trascendenza, nel quale l’incontro con il prossimo perde ogni residuo di spontaneità.

Nei film di Bergman la morte, portavoce di un Dio assente, vince sempre. Con essa vincono la solitudine, la tristezza, l’ineluttabilità della fine. Vince sempre perché il dominio nel quale agisce è quello dove già regna sovrana. Dalla morte non si sfugge; al massimo, si guadagna tempo, come fa Antonius Block (Il settimo sigillo), sfidandola a scacchi. Con la morte non ci si concilia, come accade al professore Isak (ll posto delle fragole), tormentato dai suoi incubi, nei quali l’assenza di tempo – gli orologi senza lancette – lo costringe a barcamenarsi tra un futuro agli sgoccioli e un passato ormai perso per sempre, nella sua inconsistenza onirica. Per entrambi la morte, nella sua veste classica o in quella allegorica, si è annunciata; il tempo a disposizione è poco, ma ancor meno sono i frutti di una vita.

 

 

Il settimo sigillo e Il posto delle fragole – Antonius e Isak

 

Per il protagonista de Il settimo sigillo (1957), c’è il confronto con il triste epilogo di dieci anni consumati in una crociata inutile, latrice solo di delusioni. Dieci anni spesi con un’unica speranza: riuscire a cogliere Dio con i sensi, dare finalmente un fondamento a una fede ormai stanca di ergersi sul nulla. Ma al cospetto della morte, questo nulla prorompe; è la resa dei conti, l’ora del giudizio. Antonius Block, però, non è pronto: non ha ancora trovato niente, non ha compiuto alcun passo avanti verso la certezza dell’esistenza di Dio. La sua fede vacilla, ma perdura. Astutamente, si guadagna l’occasione di metterla un’ultima volta alla prova. In lui resiste ancora un residuo di speranza, l’ultimo. Il settimo sigillo è la storia di questo residuo; destinato, anch’esso, però, a naufragare.

Per il professor Isak, invece, l’atmosfera è ben diversa. È un giorno felice quello in cui inizia la narrazione, il giorno del coronamento trionfale della sua carriera di medico. Ma Isak è tutt’altro che spensierato. All’apice della sua carriera, dotto tra i dotti, Isak nulla comprende di ciò che più gli preme. Questa la breve presentazione che egli dà di sé:

 

Isak: «I nostri rapporti con il prossimo si limitano al pettegolezzo e alla critica delle sue azioni. Questa constatazione mi ha spinto a isolarmi dalla vita sociale e mondana […]. Sono un vecchio cocciuto e pedante. Questo rende la vita difficile sia a me che alle persone vicine. Mi chiamo Eberhard Isak Borg. Ho settantotto anni. Domani, nella cattedrale di Lund, si celebrerà il mio giubileo professionale».

 

Chiusosi in se stesso e nel suo lavoro, nel tentativo di arginare razionalmente l’angoscia, questa finirà per tracimare negli incubi del professore. La morte, annunciatagli inderogabilmente, metterà in questione l’intero universo razionale nel quale Isak si era rifugiato. Irrequieto, egli deciderà di peregrinare attraverso i luoghi del suo passato, accompagnato da Marianne, sua nuora. Ad attenderlo, in questo viaggio, però, nient’altro che rimpianti, fallimenti e insicurezze. Si scoprirà che Marianne è incinta, ma che suo marito Evald, figlio di Isak, indifferente e freddo come il padre, vorrebbe che abortisse, per evitare al figlio di venire alla luce in un mondo la cui unica costante è la sofferenza. Tuttavia, questa gravidanza imprevista, così come gli incubi del professore, sconvolgeranno l’universo chiuso dei protagonisti.

 

Il posto delle fragole

Sara e il professor Isak ne Il posto delle fragole di Ingmar Bergman (1957)

 

Il settimo sigillo – La pausa nel viaggio

 

In questi due lungometraggi Bergman prova a immaginare un luogo insondato, dove sia ancora possibile cercare, risolvere il conflitto posto dal silenzio di Dio, dall’inevitabilità della morte, dalla fuga irreversibile del tempo. Non c’è soluzione: l’uomo deve scontare l’assurdità dell’abbandono; il suo appello riecheggia nel vuoto, senza ricevere risposta. Antonius, disperato, non si dà per vinto; Isak, cinico, fa affidamento solo su di sé. L’angoscia di fondo, per entrambi, è la stessa; la stessa, poi, di un’intera generazione di sbandati, nata tra gli anni ‘50 e ‘60, cresciuta con i film di Bergman – Scorsese in prima fila – oppressa da un nichilismo dilagante. Non sembra esserci una via d’uscita. Improvvisamente, però, cambia qualcosa.

Ne Il settimo sigillo, Antonius, sulla via di casa, braccato dalla peste, è all’apice della disillusione. L’atmosfera è della più cupe. Un’orda di flagellanti, deformi e appestati, ha attraversato la città al ritmo di un Dies irae. Ma Antonius, seduto a riflettere al sole, incontra una famigliola di attori. Questi gli offrono del cibo. In un gesto di reciproca solidarietà, si concedono una pausa, un momento di riposo, un po’ di conforto. La narrazione, per un attimo, si sospende. La tensione si dissolve, il sole illumina la compagnia, i cui volti si distendono in un sorriso. Decidono di continuare il viaggio insieme.

Si inoltrano di nuovo nel bosco, dove nulla è cambiato. La peste è ancora ovunque, la morte li osserva da presso. La partita di scacchi di Antonius continua, ma in lui qualcosa è diverso: Dio non si è manifestato, in nulla, non si è opposto in alcun modo al nulla della morte, che continua a imporsi con la sua onnipresenza. Antonius, però, per un attimo, è stato altrove. Tanto gli basterà per sacrificarsi, per perdere apposta la partita di scacchi con la Morte, permettendo alla famigliola di guadagnare tempo e sfuggirle, mentre egli è costretto a seguirla in una danza macabra verso l’oltretomba, insieme alla moglie e agli altri disperati compagni di viaggio.

 

Il settimo sigillo

Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957)

 

Il posto delle fragole – La redenzione nella vita

 

Mentre Bergman, ne Il settimo sigillo, pone la morte, con il suo nulla, come l’esito inevitabile di ogni ricerca, ne Il posto delle fragole essa è solo il punto di partenza. Isak vive in un tempo prefigurato, senza volto, senza novità. Le sua vita monotona è tutta piegata alla logica del destino, alla trasmissione di una sofferenza che si tramanda di generazione in generazione. L’anticipazione della morte è l’inizio del percorso che porterà Isak a scoprire un nuovo piano della temporalità. Egli si rivolgerà anzitutto, nostalgicamente, verso il passato, per confrontarsi con la sua irraggiungibile lontananza. Ma il perno della redenzione è la figura di Marianne, decisa in tutto e per tutto a far cambiare idea a suo marito. Durante il viaggio al fianco del suocero avrà modo di conoscere l’anziana madre di Isak, anch’essa donna fredda e distante, che trascorre i suoi giorni in solitudine, nonostante abbia numerosi nipoti. Questo incontro le dischiuderà la trama di un destino: l’arrogante apatia del figlio Evald rimanda alla chiusa indifferenza del padre, Isak, che a sua volta è generata dall’incapacità di amare della nonna. Nel riflesso della tenacia di Marianne, impegnata in tutto e per tutto a sottrarre suo figlio alla propria eredità di sofferenza, Isak potrà scorgere uno spiraglio di apertura verso un futuro diverso. Un futuro non di semplice consequenzialità e ripetizione, ma di rottura.

La gravidanza di Marianne insinua, nelle pieghe del destino, la speranza di una redenzione. È promessa pura, senza premesse. Isak riuscirà non tanto a sfuggire alla morte, quanto a redimersi alla vita, a tornare su se stesso, nell’accettazione, nell’apertura di uno spazio in cui Dio non si mostra né si cerca, perché la vita basta a se stessa, con tutta la sua portata rivoluzionaria.

Il contrasto posto dalla morte non si dissipa, in Bergman: essa chiama a sé, Dio rimane assente. Accade però che, negli interstizi aperti dall’amore e dalla solidarietà, i protagonisti delle opere di Bergman trovino rifugio. In esso non vi è una rivelazione; Dio non appare nella sua potenza, a mostrare all’uomo la via. È solo l’uomo, nella sua fragilità, nelle sue paure, a offrirsi al suo prossimo come nient’altro che se stesso. In questa comunione, dove nulla c’è da dire, si svela il segreto del silenzio di Dio.

 

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