Il Signore degli Anelli – Lode a Peter Jackson

Giuseppe De Santis

Maggio 3, 2020

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Il Signore degli Anelli, sin dalla sua uscita nel 1954, è stato ritenuto per decenni un romanzo infilmabile.
Hobbit, orchi, Nazgul, elfi e tante altre creature della Terra di Mezzo erano solamente immagini create nella mente dei lettori o da qualche illustratore che tentava di tradurre in forme concrete l’infinita fantasia di J. R. R. Tolkien.

Il Signore degli Anelli, l'atto d'amore al cinema che Peter Jackson ha portato a termine con tempismo, perseveranza, inesauribile ottimismo.

Il Signore degli Anelli

Solo un ragazzo nato il 31 ottobre

Tra gli avidi lettori del libro c’era anche un ragazzo di diciassette anni di nome Peter Jackson. Come molti amanti dell’horror e del fantasy desidererebbero, egli era davvero nato il 31 Ottobre, nel 1961. All’epoca diciassettenne, Jackson si immerse nella saga dell’anello durante un viaggio in treno nella sua natìa Nuova Zelanda, mentre si recava a un colloquio di lavoro. La sua curiosità verso l’opera, tuttavia, non era stata casuale.

Spero che qualcuno prima o poi lo realizzi…

Egli aveva avuto modo di vedere l’unica versione cinematografica esistente del romanzo, un adattamento animato del 1978 diretto da Ralph Baskhi. Tuttavia, l’esperimento non ebbe successo e non venne mai portato a termine.
Una volta terminata la lettura, Jackson pensò tra sé e sé:

«Non vedo l’ora che qualcuno ne faccia un film, perché lo voglio vedere!».

(Peter Jackson)

Lo spettro dell’infilmabilità aleggiava ancora prepotente su quel tomo così ricco di spunti, archetipi, Bene e Male che tanto lo avevano entusiasmato.
Ci fu chi pensò di compiere l’impresa impossibile, ma l’intento era sbagliato in partenza: si era pensato, infatti, di dare ulteriore sfoggio alla carriera dei Beatles affidando loro le parti dei quattro Hobbit. Il progetto non iniziò nemmeno e noi, oggi, siamo qui a pensare alla fortuna che abbiamo avuto.

Il Signore degli Anelli, l'atto d'amore al cinema che Peter Jackson ha portato a termine con tempismo, perseveranza, inesauribile ottimismo.

Peter Jackson

Tempismo

Ci sono momenti in cui la storia di qualsiasi arte sembra voler attendere un nuovo condottiero per tracciare un punto di non ritorno. Ma il momento non può essere casuale. Deve esserci l’unione perfetta di tempo, luogo e personalità per far sì che ciò si realizzi. Fu così con Policleto, con Giotto e Leonardo, con Dante e con Shakespeare, con Hitchcock, Fellini e Spielberg. In qualche modo, il cinema aspettava qualcuno che potesse unire consapevolmente autorialità e spettacolo.
Lo aspettava alle soglie del nuovo millennio. Il cinema trovò la creatura più improbabile di tutte: un giovane regista indipendente. Peter Jackson, della Nuova Zelanda.
Perché presto sarebbe arrivato il momento in cui i neozelandesi avrebbero plasmato la fortuna di tutti (libera interpretazione dell’intro de La Compagnia dell’Anello).

La prima decisione

Il prosieguo della citazione sulla voglia di vedere su schermo Il Signore degli Anelli prosegue così:

«Così aspettai una ventina d’anni e, dato che nessuno faceva quel film che volevo tanto vedere, decisi di farlo io!».

(Peter Jackson)

Jackson, reduce da una candidatura all’Oscar alla miglior sceneggiatura per Creature del Cielo (1994)decide finalmente di approcciarsi alla stesura di un adattamento dell’opera che aveva tanto amato e sognato. Quelle prime novanta pagine vennero proposte a molti produttori, ma tutti sembravano restii ad accettare. C’era ancora quella resistenza all’idea filmica di una storia simile e c’era diffidenza nei confronti di un autore ancora poco conosciuto e poco avvezzo ai grandi budget.

Anche Harvey Weinstein riflettè sulla cosa, ma volle delle alternative: prima due film anziché tre, poi solo uno e, per giunta, per l’ipotetica regia di Quentin Tarantino.
La Dea dell’Arte si rifiutò e tagliò tutti i fili di questa liaison. Cosa avrà pensato, mentre decideva ciò? Forse qualcosa tipo: «Non vorrei un Gandalf come Samuel L. Jackson che sciorina citazioni bibliche mentre sfida due volte il Balrog figlio di…».

La compagnia (di produzione) dell’Anello

Durante un ennesimo colloquio, ormai ridotto allo stremo e al pessimismo, Peter Jackson si sente dire da Bob Shaye della New Line:

«Peter, perché uno sano di mente dovrebbe fare due film?».

(Bob Shaye)

Come nei migliori film, la suspense è una battuta di silenzio sul pentagramma fatto di immagini. Peter osserva Bob, interrogandosi su quale sarà il suo rifiuto. Stringe il pugno al ralenti, si prepara a scattare. Ecco che arriva la battuta finale:

«Questi sono tre film!».

(Peter Jackson)

È fatta. Il primo lieto fine, le navi che arrivano per trasportare i protagonisti a casa, salpando attraverso il mare verso l’orizzonte, sotto una pallida luna crescente.
La moglie Fran Walsh affianca Jackson nella sceneggiatura insieme a Philippa Boyens, grande studiosa di Tolkien. Uno a uno, i membri della Compagnia si riuniscono davanti a quello che, con passione e perseveranza uniche, sarà il loro leader. In qualche modo, il loro stregone che, da grigio, è diventato bianco.

Perseveranza

Una parola chiave in un’operazione come quella de Il Signore degli Anelli. Tre film da girare contemporaneamente con un budget di trecento milioni di dollari “per contenere le spese”. Un’impresa mai tentata prima, in cui ogni errore può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
Ci vuole molta perseveranza nel dedicare sette anni della propria vita a un progetto che assorbirà ogni pensiero, gesto, respiro. Per lavorare su un’idea che è solo nella propria mente e che dovrà essere trasmessa a centinaia di persone durante una lavorazione da curare al dettaglio.

È richiesta una fantasia infinita, come quella di Tolkien. Al timone, per fortuna, c’è una mente inesauribile che sa far convivere l’estro e la creatività con la tecnica e la logica. Una persona, insomma, che sappia tenere i piedi ben saldi a terra mentre guarda verso il cielo.
I quindici mesi di riprese si svolgono in un clima reso sereno da quell’uomo in grado di convogliare verso di sé le energie positive di tutti e di restituire loro il risultato di queste commistioni. Ancora oggi, infatti, le persone coinvolte parlano di un gruppo di amici, prima che di colleghi. Legami che il tempo e la perseveranza hanno cementato.

Il Signore degli Anelli, l'atto d'amore al cinema che Peter Jackson ha portato a termine con tempismo, perseveranza, inesauribile ottimismo.

Il Signore degli anelli, una storia a lieto fine

L’arrivo in sala, nel 2001, de Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’Anello ha fugato ogni possibile dubbio. Gli elogi da ogni parte del mondo, le schiere di nuovi fan, il miliardo di dollari guadagnato e i primi riconoscimenti sono solo l’inizio di una nuova avventura che si concluderà in quella magica notte degli Oscar in cui, non senza ammirazione, Steven Spielberg annuncerà il miglior film dicendo:

«È piazza pulita! Il Signore degli Anelli: il Ritorno del Re!».

(Steven Spielberg)

La lode migliore che si potrebbe fare alla magia del Cinema è quella di aver donato al mondo una delle saghe più belle di sempre. Di aver ridato agli spettatori il sogno più puro, quello della favola del Bene che vince contro il Male. Di aver dato lo spazio e il tempo giusti alla persona più adatta a quel ruolo. Peter Jackson, un leader carismatico, folle e saldo quanto basta per portare a compimento quello che possiamo definire un vero “tesssoro”.

Chiunque si sarà chiesto se Tolkien avrebbe gioito, sorriso e pianto di commozione vedendo la sua opera sul grande schermo. Io che sto scrivendo questo articolo, dopo aver dedicato un anno di studio a quella che è la mia opera preferita per ricavarne la mia tesi di laurea, sono sicuro di sì. Probabilmente, molti di voi cinefili appassionati la penserete come me mentre, tutti insieme ancora una volta davanti alla televisione, diciamo sottovoce: «Grazie, Peter Jackson!».

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