Nolan e Rancore. Il primo dietro una macchina da presa, il secondo dentro la macchina del tempo: entrambi riavvolgono la storia del mondo. Esattamente come Caronte faceva con le anime, traghettano il nostro senso del tempo verso una riva inesplorata. Lo stesso fiume Acheronte scorre ora in entrambe le direzioni, perché non c’è un prima e un dopo, o meglio, non c’è più il tempo che abbiamo creato a scandirli.
Tenet (2020) è l’ultima fatica del regista Christopher Nolan, una pellicola che ha spaccato la critica a metà. La macchina del tempo (2013) è la canzone scritta dal rapper Rancore e prodotta da Big Fish, che ne ha curato anche la base. Cambia il tipo di mezzo artistico con cui ci si affaccia sul mondo, ma il fine concettuale è lo stesso: scardinare il concetto di tempo, sottraendo qualsiasi appiglio al senso comune.
In effetti, la sensazione che matura sia lo spettatore che l’ascoltatore è quella che il terreno sotto i piedi dia segni di cedimento, scena dopo scena, verso dopo verso. Il pensiero razionale affonda nelle sabbie mobili della temporalità. La vertigine si fa largo con prepotenza fra le nostre sensazioni, fino a dissolvere la percezione del comodo paradigma su cui poggiavamo i piedi, e i sensi.
Nolan e Rancore regalano la sensazione vertiginosa di precipitare non attraverso lo spazio, ma attraverso il tempo.
Va sottolineato che, nell’opinione di chi scrive, amante sia del regista britannico che del rapper romano, se La macchina del tempo è quasi certamente nella top 3 dei migliori testi di Rancore, lo stesso non può dirsi di Tenet. L’ultimo film di Nolan non riesce a raggiungere il livello della triade – ovviamente a titolo personale – The Prestige (2006), Memento (2000) e Il Cavaliere Oscuro (2008).

Invero, per tutta la durata della pellicola, la sceneggiatura sembra rincorrere l’idea geniale – questa sì veramente eccezionale – su cui è strutturata, senza tuttavia mai raggiungerla, complice forse anche la mancanza di un’ottima penna come quella del fratello Jonathan. Insomma, se Nolan si conferma un ottimo regista sul lato tecnico, e visionario su quello concettuale, in Tenet si avverte la mancanza del “Nolan cantastorie”.
Proprio quest’ultima componente domina invece il pezzo di Rancore, certamente su altissimi livelli anche sul piano tecnico, a livello di metrica e di incastri. Ma ciò che sconvolge è l’idea di mettere in rima la storia della civiltà umana, scrivendola come se il tempo scorresse – o fosse scorso – al contrario. Con La macchina del tempo si percepisce, in pochi minuti, la storia del mondo e la si canta finché questa non scivola nell’origine del Big Bang, inghiottendo parole e pensieri.
«Fuori dal vetro osservo attento il tempo tornare indietro
Fino al battesimo del mondo smolecolo ogni mio nervo
Vedo il Duemila verso il XX secolo e poi l’Ottocento
L’industria, la morte del Rinascimento
Il Medioevo, mi chiedo
Dalle urla famosissima età buia
Credo che è la prima volta che ci vedo
Ora il mondo intero è umano
Carestie, secessioni, dinastie, successioni
La chiesa, l’Impero romano».
(Rancore, “La macchina del tempo”)

Senz’altro interessante che, di fatto, sia Nolan che Rancore raccontino tramite immagini e parole la propria idea. La differenza risalta semmai nella relazione che i mezzi euristici intrattengono fra loro nel favorire l’esegesi di quell’idea.
Nolan, in quanto regista, veicola il messaggio attraverso le immagini e la scrittura, che dunque si trovano sullo stesso piano euristico – la difficoltà è proprio nel farle dialogare. Rancore invece, in quanto rapper, si affida esclusivamente al linguaggio che, se da una parte ha la funzione di evocare immagini, dall’altra, nel momento in cui assolve a tale funzione, nasconde il criptico messaggio all’ombra di quelle medesime immagini – non a caso egli stesso definisce il proprio rap come «ermetico».
Fuori dalle scene ad alto impatto visivo e da spiegazioni, mai del tutto centrate, sulla fisica che permea la pellicola, Tenet ha il merito di lasciare indizi nascosti all’interno dei dialoghi, in qualche accenno apparentemente innocuo: «viviamo in un mondo crepuscolare» si dice, insieme a «nessun amico al tramonto».
Il botta-e-risposta segreto per riconoscersi come membri di Tenet nasconde il senso della temporalità che la pellicola, in molti altri punti, tenta di descrivere ossessivamente. L’aggettivo “crepuscolare” lascia intendere, nell’accezione metaforica di “crepuscolo”, che ci si trovi davanti a un mondo in procinto di finire. Ma analizzando lo spazio semantico si scopre molto altro.

Il crepuscolo, per definizione (Treccani), è la «luminosità del cielo a oriente prima del sorgere del Sole […] e a occidente dopo il tramonto, accompagnata da cambiamenti di colore prodotti dalla diffusione e diffrazione dei raggi solari».
In sostanza, semplificando, non sarebbe scorretto affermare che il crepuscolo è il momento in cui notte e giorno si intersecano.
Non si può stabilire cosa venga prima fra il giorno e la notte, se cioè al primo segua la seconda oppure viceversa. Certamente dalla parte dell’uomo interviene a sostegno il calendario. Ma si tenti di immagine un mondo senza qualsiasi sistema di numerazione convenzionale: se il flusso del tempo fosse invertito, basandoci esclusivamente sul susseguirsi di giorno e notte, non saremmo in grado di accorgercene.
Qui interviene il concetto humiano di “consuetudine”, vale a dire l’abitudine, in questo caso, a vedere giorno e notte rincorrersi sempre e solo in una direzione del tempo. A onore del vero, lo scopo di Hume era diverso, mirato cioè a risolvere il problema dell’induzione, attraverso l’attenta disamina di come (non) funzioni la causalità.
«”Che il sole non sorgerà domani” è una proposizione non meno intellegibile e che non implica più contraddizione dell’affermazione “che esso sorgerà”».
(David Hume, “Ricerca sull’intelletto umano”)
Il punto, per il filosofo scozzese, era mostrare come sia sempre possibile pensare concettualmente il contrario di ogni proposizione che riguardi «materia di fatto» (esperienza sensibile), al contrario delle proposizioni che riguardano «relazioni fra idee» (esperienza analitico-convenzionale). Si può almeno immaginare che domani il sole non sorga, ma è impossibile, anche solo concettualizzare, che la somma degli angoli di un triangolo non sia 180°, oppure che 2+2 non dia come risultato 4.

Ecco perché – ci “dice” Nolan – viviamo in un mondo crepuscolare: perché non è contraddittorio pensare che il giorno e la notte si susseguano nella direzione temporale che punta la freccia al passato piuttosto che al futuro e che, per abitudine, non abbiamo mai considerato. Se il flusso del tempo venisse improvvisamente invertito, il giorno e la notte continuerebbero ad accompagnare il mondo nello stesso modo.
Nolan e Rancore ci liberano dalle catene affinché sia possibile scappare dalla prigione del tempo.
La vista pian piano si abitua alla luce e lo scorrere incessante delle lancette, almeno nell’immaginazione, si rivela essere solo l’ombra di ciò che potrebbe veramente connetterci alla quarta dimensione. Non è un caso il riferimento, nel testo del rapper, al mito della caverna di platonica memoria.
«Però un attimo e quell’oro poi diventa pietra e paglia
E dentro a una caverna un uomo dice a tutti gli altri che il mondo si sbaglia».
(Rancore, “La macchina del tempo”)
Un viaggio tra i viaggi mentali di Nolan e Rancore, quello dello spettatore e dell’ascoltatore, che assume i contorni di un’emancipazione da una visione del tempo che, da sempre, presenta la forma di una linea retta o di un cerchio. È certamente utile pensare che questo scandisca i momenti della nostra vita in maniera definita – e definitiva – ma abbracciare, almeno con il pensiero, una temporalità che scorra in più direzioni, proprio come lo spazio, può far maturare una nuova consapevolezza.
L’uomo diventa un tutt’uno con il tempo quando, paradossalmente, capisce che quest’ultimo non ha una modalità di esistenza al di là del proprio pensiero. E se invece il tempo la possedesse, allora non sarebbe concepibile dal pensiero.




