Gabriele Muccino – Il primo periodo italiano dal 1998 al 2010

Eugenio Grenna

Febbraio 2, 2021

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Gabriele Muccino, classe 1967, è un celebre regista e sceneggiatore italiano originario di Roma. Da ragazzo le sue passioni erano la campagna, i volatili e il cinema. Tanto che abbandona dopo poco tempo la facoltà di lettere per prendere parte al corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, che abbandona allo stesso modo poiché contrario ai troppi insegnamenti teorici, privi di accompagnamenti pratici.

Dirige più o meno in modo amatoriale, per conto di Gianni Minoli, tre cortometraggi sui sentimenti: innamoramento, gelosia e separazione sono le tracce narrative del suo cinema.

Gabriele Muccino – Regista dell’innamoramento, della gelosia e della separazione

Poco dopo diviene produttore e regista seriale di cortometraggi brevi per Ultimo minuto su RAI 3, fino al raggiungimento della posizione di vero e proprio showrunner ne Un posto al sole.

Esordisce alla regia nel 1998 con Ecco fatto, ma il raggiungimento del successo arriva soltanto pochi anni dopo, nel 2001, momento in cui esce in un numero piuttosto ingente – ma nemmeno così abbondante – di copie L’ultimo bacio, film che consacra il Muccino regista in tutta Italia, e probabilmente nel mondo.

Pochi anni dopo infatti la fama di Muccino si fa sempre più internazionale, proprio grazie a quel suo piccolo, ma grande film sulle crisi emotive e l’amore che deve sopravvivere alle prove e difficoltà della vita di coppia, nell’impreparazione e nelle sfide inaspettate.

L’ultimo bacio approda negli Stati Uniti trovando tra gli estimatori diversi produttori di alto livello, così come vere e proprie star, tra cui un giovane Will Smith, che farà di tutto per avere quel regista romano a Hollywood.

Ecco fatto: l’esordio di Gabriele Muccino – Gelosia e immaturità

Analisi del primo periodo italiano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 1998 al 2010. Cinque lungometraggi nella storia.

Ecco fatto – L’esordio di Gabriele Muccino

Un film sull’amore giovane, o meglio, sul racconto di un amore giovane. Poiché Matteo (Giorgio Pasotti, il protagonista) racconta tanto al pubblico quanto agli individui che frequentano la sua lavanderia una lunga storia di sentimenti ed equivoci.

La narrazione viene trasferita dunque sulla falsa riga del racconto di formazione giovanile, pur allontanandosene, sia sul piano dell’umorismo che su quello della ricerca di un modello cinematografico leggero e molto poco interessato alla riflessione matura sugli effetti e i cambiamenti del tempo.

Ma non c’è soltanto l’amore a muovere le dinamiche di questo esordio ancora modesto.

Compaiono infatti alcune delle tracce narrative tipiche del cinema mucciniano che si delineerà nel tempo: dall’amicizia che si scontra con l’amore e l’unione, dunque la gelosia che inevitabilmente nasce, generando conflitti, e infine gli individui e più ancora i protagonisti resi caotici e schizofrenici quasi all’eccesso.

La caratteristica della schizofrenia nei personaggi risulta un elemento cardine del cinema del regista romano.

Analisi del primo periodo italiano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 1998 al 2010. Cinque lungometraggi nella storia.

Piterone (Claudio Santamaria) e Matteo (Giorgio Pasotti) in una scena del film

Ecco fatto, pur risultando un esordio senza troppe pretese e quindi soltanto un sufficiente esercizio di stile – reso concreto dalla lunga esperienza negli studi di Un posto al sole – assume però un’importanza decisiva sotto un altro aspetto.

L’esordio di Gabriele Muccino infatti lancia tre carriere destinate a crescere sempre di più all’interno del cinema e della serialità italiana: Giorgio Pasotti, Barbora Bobuľová e Claudio Santamaria.

Tutto si può dire di Muccino regista, fuorché non sappia scovare il talento nei giovani. Gabriele Muccino è infatti un grande regista di giovani interpreti e nel corso della sua lunga carriera ha dato prova di questa sua capacità, da Ecco fatto a Gli anni più belli (2020).

Come te nessuno mai – Rivolte studentesche e scoperta del sesso

Analisi del primo periodo italiano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 1998 al 2010. Cinque lungometraggi nella storia.

Come te nessuno mai – Il secondo film di Gabriele Muccino

Il regista di Ecco fatto al suo secondo film dimostra di aver abbandonato per un attimo l’istanza di quel racconto d’amore e gelosia, per far spazio a una formazione vera e propria del giovane nella società, nella politica e nella realtà, per certi versi tabù e per altri invece senza freni, del sesso.

Dunque la perdita dell’innocenza è il passo successivo verso la maturità.

Muccino alla sua seconda prova da regista consegna un modello cinematografico che spinge verso una tensione di movimento e caos e poi verso un’idea di racconto popolare critico nei confronti della società borghese e dell’establishment.

Un film che tra i molti aspetti di interesse comprende anche una più o meno dichiarata riflessione autobiografica da parte dello stesso Muccino. Una critica alla famiglia, una critica alla crescita, all’allontanamento dalla realtà quotidiana e all’isolamento delle élite cui lo stesso Muccino sentiva di appartenere.

Come te nessuno mai (1999) racconta, come pochi altri film del periodo hanno saputo fare, la necessità della protesta e della rivolta popolare nei confronti di una società, e più ancora, di una classe politica sorda e marginale rispetto alle richieste e ai bisogni del popolo che, unito, si riversa sulle strade gridando al riconoscimento dell’individualità e del singolo.

Analisi del primo periodo italiano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 1998 al 2010. Cinque lungometraggi nella storia.

Silvio (Silvio Muccino) e Claudia (Giulia Steigerwalt) in una scena del film

Un film in cui la denuncia storica e sociale si fa sempre più presente, a partire dall’incipit sonoro che su schermo nero racconta trent’anni di esistenza in lotta.

Storia e politica, amore e guerra, centralità dell’individuo e della sua scoperta e crescita all’interno di un tessuto sociale di fondamentale importanza.

Si potrebbe definire un prototipo del teen movie hollywoodiano più classico, ma il film di Muccino è ancora altro, è cinema corale a tutti gli effetti che ce la mette tutta pur di farsi specchio di un Paese e di una realtà quotidiana accartocciata su sé stessa.

Ciò che si dimostra infine molto interessante di questo film, rispetto a quanto già detto, è la scelta di far nascere una passione e un amore in seno alla violenza e al caos della contestazione.

Analisi del primo periodo italiano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 1998 al 2010. Cinque lungometraggi nella storia.

Silvio (Silvio Muccino) e Claudia (Giulia Steigerwalt) nella celebre scena sulla terrazza

Il movimento che genera altro movimento, d’emozioni e di sentimenti, tra due compagni di scuola che, in una scena dagli alti intenti citazionistici (Scola e Antonioni), raggiunge il suo momento più alto e romantico su una terrazza.

L’ultimo bacio – Crisi di coppia in piano sequenza

L’ultimo bacio (2001)

Il lungometraggio del successo. Il film che consegna la maturità e la portata di un giovane regista a un pubblico non più soltanto italiano, ma anche europeo e internazionale.

Alla sua terza prova da regista, Gabriele Muccino fa centro definitivamente, raccontando il mondo di quei giovani non più giovani che hanno fatto ingresso senza nemmeno accorgersene nel periodo adulto e dunque alle prese con le crisi di coppia, la necessità del nido famigliare, il desiderio di evadere dalle preoccupazioni lavorative e poi da quelle sentimentali.

Muccino torna sugli elementi narrativi di Ecco fatto, aggiornandoli con maggior maturità e vita vissuta, tornando a seguire un gruppo di amici uniti (e poi divisi) nel corso di alcuni anni dalla gelosia, dalle passioni d’amore e dalle loro dirette conseguenze. Come appunto la famiglia, probabilmente estranea all’individuo e dunque capace di generare maggior conflitto e dramma, anziché tranquillità e realizzazione individuale.

Ancora una volta un cinema corale, che vuole farsi affresco di una generazione di trentenni immatura e insicura (raccontata da un regista invece sulla via della maturità e della formazione sempre più concreta), restìa a prendersi le proprie responsabilità e spinta invece ad affidarne il peso alla famiglia o chi per essa.

Adulti che non sanno di esserlo, minati continuamente nelle loro certezze da una società frenetica e caotica.

Giulia (Giovanna Mezzogiorno) e Claudio (Stefano Accorsi)

Tanto quanto sono frenetici e caotici i loro stessi ideali e desideri di vivere ancora una giovinezza e una spensieratezza ormai perduta e lasciata alle spalle, quelle spalle di Ecco fatto e Come te nessuno mai.

Gabriele Muccino mette a nudo i suoi personaggi mostrandone le fragilità, le idiosincrasie, le incoerenze e le false convinzioni. A partire dall’idea e dal concetto di famiglia rigida, di amore unico e di rispetto ferreo dei dettami della società.

Non vi è alcuna volontà di isolarli o giudicarli, oppure definirli su piani di correttezza o scorrettezza. Vi è piuttosto l’intenzione da parte di Muccino di seguire i personaggi in modo frenetico e attento, nei loro problemi, tradimenti e insicurezze, con una vena di estrema simpatia e comprensione, nel giusto e nello sbagliato.

La regia del film si fa distante e per certi versi innovativa rispetto ai due film precedenti. La macchina da presa si muove infatti in modo repentino, con grande affanno e solidità. Proprio come gli stessi protagonisti del film, che corrono, si feriscono (psicologicamente e non) e crollano (facendo di tutto pur di restare saldi) l’uno accanto all’altro, all’interno di interessanti e dinamici piani sequenza come quello celebre che vede protagonisti Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno.

L’ultimo bacio (2001) si dimostra un vero e proprio caso cinematografico.

L’ultimo bacio – Locandina ufficiale di distribuzione

Da una parte un sorprendente successo di critica (nient’affatto scontata nella carriera del regista romano) e dall’altra un’incredibile risposta del pubblico con conseguente risultato al botteghino da tredici milioni di euro.

Un film manifesto non soltanto della generazione (e dunque della società) che racconta, ma anche e soprattutto della poetica autoriale di un regista nascente.

Un regista che non si rifà ad altre voci, se non alla propria. Un regista dalle idee sempre più concrete e salde e dalla visione del racconto familiare e corale oggettivamente fresca, personalissima e distante da qualsiasi altra del periodo.

Ricordati di me: rimorsi tradimenti e colpe – Il dramma nel buio

Gabriele Muccino

Locandina del film

Ciò che risulta immediatamente evidente del quarto film in carriera di Gabriele Muccino è l’oscurità: un’oscurità che risponde al periodo storico che Muccino vive appena prima di girare il suo nuovo film.

Ricordati di me (2003) è infatti stato scritto dopo l’11 settembre.

Un momento storico buio, di inaspettata calma tetra e poi di caos e disperazione. Un caos psicologico da cui deriva un abisso di isolamento e perdizione rispetto a un senso d’appartenenza e unione universalmente condiviso.

Un film inaspettatamente buio e teso, che racconta ancora una volta la famiglia. Così come lo scontro generazionale e il tradimento. Tutti temi vissuti e intrapresi attraverso una continua sensazione (e dunque lente registica) molto precisa e anomala per un dramma all’italiana: quella della paura.

La paura che risponde tanto alla tragedia storica, sociale e politica dell’11 settembre, quanto alla consapevolezza profonda di questi personaggi, uniti tra loro da un legame famigliare prima solido e poi traballante.

Ricordati di me (2003)

Legame che viene messo sempre più in discussione dal rimorso e dal rimpianto di non aver fatto, di non aver preso decisioni nel passato e forse del non aver vissuto, che si parli di amore o di esperienze emozionali differenti.

Ricordati di me fa un passo verso il dramma, perde la leggerezza dei film precedenti, quella vena scanzonata legata quasi totalmente al mondo dei giovani, che sono visti questa volta in chiave decisamente cinica.

I giovani come merce, che divengono presenti e reali solo se corrisposti e accettati da standard e mode filtrate tanto dalla tv quanto dalla scuola e dalla famiglia stessa.

Il tema della televisione è infatti molto presente, seppur secondariamente, e si dimostra interessante rispetto a una riflessione molto attenta e, come già detto, piuttosto cinica e malata sul corpo della donna, sulla sua mercificazione e disperazione.

Carlo (Fabrizio Bentivoglio) e Alessia (Monica Bellucci) – Ritorno a una passione sopita

La disperazione si muove (e muove a sua volta) sotterraneamente nel corso del film, generando una disillusione molto potente e una presa di coscienza del tradimento e del rimorso tragicamente reale e molto distante dal cinema italiano del periodo.

Un esempio chiave può essere la chiamata che il personaggio interpretato da Fabrizio Bentivoglio fa al personaggio interpretato dalla Bellucci nell’amarissimo finale del film, attraverso il quale Muccino consegna un messaggio molto preciso, chiaro e diretto: questi miei personaggi non sono più i giovani che sbagliano e si correggono, migliorando sempre più, dei miei film precedenti.

Questi sono personaggi che hanno vissuto, sofferto e che all’improvviso ritrovano interessi e rimpianti prima di qualsiasi altra cosa, persona, necessità, tornando a sbagliare, questa volta definitivamente. Dunque non si pentono, anzi sbagliano nella consapevolezza di sbagliare e nella speranza di ottenere allo stesso modo un’accettazione e comprensione generale.

Come loro, siamo tutti un po’ disperati che hanno sbagliato, che sbagliano tutt’ora e che sbaglieranno di nuovo.

Questo sembra dire al suo pubblico Gabriele Muccino, aggiungendo poi: non condanniamoci per questo all’eccesso, restiamo uniti, ma senza causarci troppi danni.

Baciami ancora – L’ultimo bacio ancora una volta, senza più ritorno

Baciami ancora – Gli amici sono tornati

Il sequel annunciato più volte da Muccino prima e durante il suo periodo americano, riporta dinanzi a noi quegli amici, quei tradimenti e quelle passioni che abbiamo già conosciuto nel film del suo più grande successo di pubblico e critica: L’ultimo bacio.

Molto è cambiato da allora. A partire dagli stessi personaggi, che si sono fatti del male, tenendosi e allontanandosi, sbagliando e cercando di rimediare, peggiorando talvolta l’intera situazione irrimediabilmente.

Baciami ancora (2010) pone fin da subito la condizione principale che muove i personaggi e gli sviluppi del film: se ne L’ultimo bacio gli sbagli potevano trovare rimedio, questa volta non possono, non c’è ritorno. I legami vengono recisi o riallacciati definitivamente, senza più dubbi, domande o ripensamenti.

Baciami ancora – Qualcuno ritorna, qualcuno se ne va

Un film sul ritorno alle radici. Ma anche sul sapersi rimettere in gioco provandoci un’ultima volta, e poi sulla tendenza dell’uomo a distruggere tutto ciò che ha per la ricerca di un sogno o di una sperata felicità, illusoria e distante dalla realtà.

Ciò che muove il film è una sincerità da parte di Muccino molto chiara e percepibile dalla prima all’ultima inquadratura, rispetto a un bisogno profondo, una vera e propria necessità, di tornare su sentieri già battuti. Così come di incontrare nuovamente degli amici che non vedeva da dieci anni, scoprire cosa era successo nelle loro vite, raccontare le loro storie.

Un film sul ritorno e poi sull’addio. Una chiusa definitiva su un racconto generazionale colmo di tradimenti, incomprensioni, passioni istantanee e durature, travolgenti e talvolta dannose nel loro esplodere senza riserve, causando scombussolamenti e stravolgimenti emotivi dalle indubbie ripercussioni sul collettivo e prima ancora sull’individuale.

Ritrovarsi e ricongiungersi nel tempo

Torna ancora una volta la riflessione sullo scontro tra desiderio individuale e risposta collettiva, dunque nella società, frequente nel cinema mucciniano del primo e dell’ultimo periodo. Così come torna l’esplorazione dell’animo umano gridato, in corsa folle e incosciente sotto la pioggia battente, intrapresa ancora da quegli stessi personaggi che gridavano e che gridano, che sbattevano la testa e che oggi continuano a farlo.

Ciò che cambia radicalmente dal suo film d’origine è una maggior tensione.

Gabriele Muccino lavora al suo primo e ultimo sequel di carriera concentrandosi sul pathos. Sulla spinta emotiva della tensione e dell’emotività esasperata e, come gli stessi personaggi del suo cinema, gridata con tutte le forze e possibilità rimaste, ancorate ai destini, alle vite, agli amori.

Giulia (Vittoria Puccini) e Carlo (Stefano Accorsi)

Il film rimane però negli schemi classici, senza sbilanciarsi. Senza nemmeno sbagliare, non riuscendo comunque a convincere a pieno, nonostante l’affezione e la simpatia dello spettatore verso i personaggi che ha già osservato e conosciuto attraverso il loro passato, il loro presente e quello che sono divenuti.

Un addio gridato, ma non troppo, che sembra infine sussurrare: siamo arrivati qui. Questa è la nostra direzione, questa la nostra fine, questo il nostro destino.

Leggi anche: Gli anni più belli – Muccino incontra Scola

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