Rifkin’s Festival – La totale assenza di originalità

Matteo Melis

Maggio 25, 2021

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Rifkin’s Festival (2021) è il cinquantesimo, e per nulla sorprendente, lungometraggio di Woody Allen, oramai arrivato al cinquantacinquesimo anno di carriera sui set cinematografici. 

La storia è un puro concentrato delle grandi tematiche alleniane. Un insegnante e critico di cinema, Mort Rifkin, si reca con la moglie Sue (un’addetta all’ufficio stampa) al festival cinematografico di San Sebastián. Il loro matrimonio è agli sgoccioli da tempo, lei si invaghisce di Philippe, un giovane regista francese, lui di Jo, un’affasciante dottoressa del luogo. Attorno a questa trama un po’ spoglia, Allen cuce alcuni argomenti già ampiamente trattati nella sua filmografia, come l’età che avanza, o le tendenze del protagonista all’autosabotaggio, all’ipocondria e alla sindrome dell’impostore, controbilanciata da una certa propensione all’effetto Dunning-Kruger mostrato dalla sua controparte e antitesi.

In altre parole, Rifkin è un intellettuale che pensa di non sapere abbastanza, mentre Philippe è un esponente dell’alta cultura poco colto, forte del suo carisma e di un’eccessiva autostima.

Rifkin's festival

Mort Rifkin (Wallace Shawn) e sua moglie Sue (Gina Gershon)

La crisi matrimoniale aggrava l’ipocondria di Mort Rifkin, conducendolo verso lo studio medico di Jo, che a sua volta ha una relazione tormentata con suo marito. Ancora una volta, non siamo certo di fronte a una sterzata del regista newyorchese verso narrazioni inesplorate.

Il festival che conta, però, non è quello di San Sebastián, ma quello che si svolge nella testa di Rifkin tramite dei veri e propri omaggi al grande cinema europeo – tranne Quarto Potere (1941) di Orson Welles. Durante il film, quindi, appaiono delle simpatiche riproposizioni di alcuni classici di Bergman, Fellini, Buñuel, Lelouch, Truffaut e Godard, tra le note più liete del film.

È positivo come questi intermezzi riportino alla memoria delle pietre miliari del cinema come, ad esempio, (1963), Persona (1966), Jules e Jim (1962) e Fino all’ultimo respiro (1960). Dall’altra parte è forse un po’ insistente la loro continua reiterazione, al netto della quale si faticherebbe a raggiungere i sessanta minuti di trama, l’aspetto che nei film di Allen ha sempre ricoperto un ruolo fondante e centrale.

Rifkin's Festival

Sue (Gina Gershon) e Philippe (Louis Garrel)

Il suo cinema, infatti, non sembra essere mai stato votato alla ricerca della perfezione estetica e formale. Piuttosto, Allen ha sempre cercato all’interno delle sue trame delle domande caustiche, trasversali, non convenzionali. Non è un caso che le due grandi aree nelle quali il regista ha operato siano la commedia e il noir. L’autocritica e la rappresentazione macchiettistica di sé hanno spesso popolato le pellicole più leggere di Woody Allen, e di certo Rifkin’s Festival non fa eccezione. Il problema sorge quando, alla pellicola numero cinquanta, questo leitmotiv non può più sorprendere in alcun modo.

Il personaggio di Rifkin sembra visto e rivisto: è insicuro, talvolta balbetta, è un intellettuale perso nel suo mondo, una persona fuori dal tempo. Mort è ipocondriaco, è fatalmente attratto dalle ragazze più giovani, legato a un’idea di vita che non fa per lui, tanto che talvolta sembra non seguire ciò che lui stesso predica. Non è niente che non si sia già ampiamente visto nello scintillante e travolgente Allen del primo ventennio di carriera, in quello degli anni Novanta e dei primi Duemila, nonché nella sua tarda produzione.

A lungo andare, dando uno sguardo indietro, si rischia di non considerare più dei pezzi unici i protagonisti maschili di Io e Annie (1977) e di Manhattan (1979), oppure di Scoop (2006) e di Basta che funzioni (2009), perché una loro continua riproposizione in salsa leggermente diversa ne fa sfumare i tratti distintivi, costruendo nello spettatore un archetipo monolitico e indistinto del protagonista dei film alleniani, che nel mentre ha immancabilmente guadagnato un granello di banalità in più.

Rifkin's festival

Louis Garrel e Woody Allen sul set di Rifkin’s Festival.

Nel suo ultimo film, l’autore prova anche a rovesciare alcuni dei temi a lui cari. L’ipocondria diventa una chiave per sbloccare nuove conoscenze, la condizione di vecchiaia può essere interpretata come più sincera e saggia di prima, l’attrazione di un personaggio per qualcuno più giovane si estende più universalmente, andando oltre la canonica storia dell’uomo vissuto attratto dalla ragazza sfrontata.

Tuttavia, questo non basta per affermare che Rifkin’s Festival possieda qualcosa di originale.

Il modo in cui Woody Allen ci mostra il cinema classico, con quel bianco e nero a metà tra nostalgia e ricordo, è lo stesso in cui il regista sembra vedere se stesso e la sua carriera. Forse è questo il grande limite del tardo Allen. Propinare costantemente trame simili con personaggi simili, in un contesto sempre fortemente autoreferenziale, white, borghese e benestante, non gioverebbe a nessun regista, nemmeno a un mostro sacro come lui.

Il potere dell’arte è anche quello di fare in modo che uno scrittore si distacchi da sé e parli di qualcosa di ben distante, che sia un personaggio, un’altra realtà sociale o un pianeta mai esistito. Mantenersi sempre troppo aderenti alla propria persona rischia di diventare tedioso come chi, ascoltando le esperienze altrui, coglie sempre la palla al balzo per raccontare di sé.

Rifkin's festival

L’omaggio a Il Settimo Sigillo (I. Bergman, 1957), che ci ha fatto godere Christoph Waltz nei panni della Morte.

Rifkin’s Festival, insomma, è un film per nulla ispirato; purtroppo, trasuda una fisiologica stanchezza guarnita da un’esasperante monotonia. È un’opera che gode di qualche lampo, dato a volte dalle intramontabili battute scritte da Allen, altre volte dagli accessibili ma affascinanti omaggi al cinema classico europeo, e in generale dalla calda e accurata fotografia dell’immenso Vittorio Storaro. È un film che parla ai cinefili con un linguaggio semplice e ai fan di Allen con un codice straordinariamente prevedibile.

Di sottofondo, però, resta l’amarezza di un testamento scritto senza alcuna originalità, ed è buffo che il film sembri fare la morale alle nuove leve evidenziando la banalità di una certa new wave autoriale.

Chissà quante volte avrete detto a qualcuno che è meglio tacere se non si ha nulla di interessante da dire; questo può valere nella vita come nell’arte. Forse si fa preferire chi riesce a condensare la propria poetica in pochi ma significativi film, piuttosto che una martellante riproposizione di tematiche identiche alle precedenti.

Proprio da Woody Allen avrebbe dovuto imparare che non c’è condizione più imbarazzante di quella di un regista che non ha più niente da raccontare.

Leggi anche: Woody Allen e Diane Keaton – La comicità dello psicofarmaco

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  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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