Il Decameron di Pasolini – La politica attraverso il cinema

Lorenzo Sascor

Marzo 30, 2022

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Il Decameron (1971) di Pier Paolo Pasolini è una pellicola impossibile da trattare esaustivamente in poche righe. Come l’intera filmografia di Pasolini, è un’opera complessa, ricca di sfaccettature, così come complessa è la figura che vi sta dietro. Un artista poliedrico, che ha sconfinato in numerose discipline e che come pochi altri artisti ha messo se stesso, la propria persona, all’interno delle sue opere.

Il Decameron segue a Medea (1969), film che fu un insuccesso al botteghino, e rappresenta il primo capitolo della Trilogia della vita, che Pasolini proseguirà nel 1972 e nel 1974, rispettivamente con I racconti di Canterbury e I fiori delle Mille e una notte. Quella di Pasolini è quindi un’operazione ambiziosa: portare sul grande schermo una delle opere più importanti della letteratura italiana (non si tratta della prima trasposizione del testo di Boccaccio, già nel 1912 Gennaro Righelli realizzò una sua versione del Decameron) e allo stesso tempo utilizzare questo testo per raccontare l’Italia e l’idea che aveva su quella che stava vivendo.

Pasolini nei panni dell’allievo di Giotto

Il paradosso alla base del dialogo tra Boccaccio e Pasolini sta nel fatto che il testo di Boccaccio appaia quasi più vicino a noi, alla nostra contemporaneità, rispetto a quanto lo sia il film di Pasolini.

In che senso? Boccaccio ambienta la sua opera nella Firenze della peste trecentesca e Pasolini rompe già da qui con l’opera di partenza, eliminando sia la cornice, ripresa invece dal film del 2015 dei fratelli Taviani, sia l’ambientazione fiorentina.

Esistono comunque due cornici a unire insieme le novelle, cornici che a loro volta sono novelle boccaccesche. La prima è quella di Ser Ciappelletto (quest’ultimo interpretato dallAccattone Franco Citti), che racchiude le prime cinque novelle del film; la seconda novella-cornice vede per protagonista un allievo di Giotto, interpretato dallo stesso Pasolini (il quale aveva proposto il ruolo sia a Sandro Penna che a Paolo Volponi, ma entrambi avevano rifiutato).

La rottura si dà anche sul piano linguistico, Pasolini abbandona il fiorentino e sceglie invece il napoletano. È una decisione significativa, che rappresenta una precisa scelta politica di Pasolini. Pasolini abbandona il fiorentino perché è la lingua che ha originato l’italiano, lingua-simbolo della società consumistica e omologatrice che Pasolini vuole criticare. Il napoletano è lo strumento attraverso cui da un lato l’autore si allontana da una contemporaneità in cui non si riconosce, e dall’altro recupera un’arcaicità e un’autenticità che ritrova solo nella città partenopea.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio diventa in Pasolini un mezzo attraverso cui parlare dell'Italia contemporanea. Ma in che modo?
Un fotogramma dalla novella di Caterina e Riccardo

E infatti il film si apre con un canto popolare in napoletano, che accompagna i titoli di testa e per tutto il film elementi sonori, musicali e non, ricreano un’atmosfera arcaica e popolare. Pasolini ricrea un mondo che non esiste più e che allontana il testo di Pasolini da noi, dall’Italia contemporanea, la cui lingua ha avuto origine proprio dalla lingua parlata da Boccaccio.

Documentare la vita nel suo farsi

Il Decameron di Pasolini è anche la trasposizione più ancorata al realismo che si potesse volere. Anche il testo di Boccaccio era fortemente realistico, ma il realismo boccaccesco si dava attraverso un’eleganza della scrittura, uno stile raffinato anche quando raccontava la realtà più bassa e volgare del mondo. Pasolini invece, sceglie un realismo a tratti documentaristico, in cui la realtà è rappresentata così com’è, dove l’umanità è rappresentata nel suo essere se stessa e dove non ci sono riproduzioni ideali.

È una scelta precisa quella di mantenere (quasi) sempre la macchina a mano, di raffigurare la vita per le strade di Napoli nel suo darsi, di mostrare il sesso nella sua naturalezza, spesso goffa o addirittura grottesca.

Il cinema italiano che si è approcciato al realismo lo ha sempre fatto per una volontà politica, sia che si trattasse del cinema di Rossellini e De Sica sia che si tratti oggi del cinema di Garrone. Pasolini non fa eccezione e sceglie il realismo per riappropriarsi di un mondo che non esiste più e che si contrappone alla società che vive sotto i suoi occhi, e che disprezza, dove l’omologazione e l’inseguimento di modelli ha reso fasullo il vivere umano, a partire dalla sessualità.

Caterina e Riccardo

Come si è già detto, ne Il Decameron di Pasolini la sessualità è messa in scena nella sua naturalezza.

Spesso è esplicita, provocatoria (motivo per cui il film fu sequestrato dalla censura). Quella che mette in scena Pasolini è un’esaltazione del corpo nella sua naturale, e spesso imperfetta, bellezza, corpo che si trasforma nel bene più prezioso delle persone, capace di trasformarsi in un’inesauribile ricchezza anche nei momenti più bui.

Non è un caso, infatti, che il sesso sia un fil rouge che lega le novelle con i protagonisti provenienti dagli strati più umili della società, fatta eccezione forse per la novella di Caterina di Valbona e Riccardo. Un esempio è la novella di Masetto, il contadino che decide di entrare in un convento come ortolano e fingersi muto pur di provare i piaceri del sesso, a cui aspirano anche le suore del convento. Pasolini ci dice che chi sta tra i più umili, per quanto poco possa avere, ha sempre un suo corpo che può diventare fonte di immensa gioia.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio diventa in Pasolini un mezzo attraverso cui parlare dell'Italia contemporanea. Ma in che modo?
Un fotogramma dalla novella di Masetto

Il Decameron di Pasolini si fa commedia

Pur essendo una delle opere più importanti della letteratura italiana, il Decameron ha avuto pochissimi adattamenti cinematografici, ciò dovuto sia alla difficoltà di mettere in scena un’opera così complessa sia all’ancor maggiore difficoltà di far parlare l’opera di Boccaccio al pubblico di oggi.

Gli ultimi ad averci provato sono stati i fratelli Taviani nel 2015, con Maraviglioso Boccaccio, film che come si è già detto ripristina la cornice voluta da Boccaccio e anche l’ambientazione fiorentina. La più profonda differenza tra questo film e la pellicola di Pasolini sottolinea ancora una volta la ferocia della poetica del regista.

Il film dei Taviani si apre con la peste, la prima inquadratura ci mostra un suicidio dal campanile di Giotto. La prima parte del film segue un tono grave, l’intero film, a ben vedere, lascia da parte il tono scherzoso del film di Pasolini; al contrario, mette in scena un universo diegetico drammatico, freddo, reso tale anche dal minimalismo delle ambientazioni e della messa in scena.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio diventa in Pasolini un mezzo attraverso cui parlare dell'Italia contemporanea. Ma in che modo?
Maraviglioso Boccaccio (2015)

Dall’altra parte, come si è già visto, il film lavora sulla gioiosità della vita. Il Decameron di Pasolini è a tutti gli effetti una commedia, in cui a ridere sono in primis i personaggi e, insieme a loro, anche gli spettatori.

La scelta di liberarsi dalla cornice, oltre a eliminare il filtro che avrebbe frenato la possibilità di mettere in scena una realtà nel suo farsi, toglie di torno il dramma del contesto in cui Boccaccio ambienta la sua opera. Niente peste, niente dramma. Così come anche la violenza, presente nel film in pochi momenti (la prima inquadratura con uno degli omicidi compiuti da Ser Ciappelletto o la novella di Lisabetta da Messina e Lorenzo), non è mai ammantata di tragedia.

Quando c’è la violenza è messa in secondo piano, raccontata fuori campo e la macchina da presa non indugia mai su di essa con la stessa naturalezza con cui indugia sul sesso.

L’omicidio di Lorenzo da parte dei fratelli di Lisabetta (quest’ultimi nel testo di Boccaccio simbolo del mondo borghese, in Pasolini no) è raccontato da Boccaccio in poche parole, con un’estrema sintesi che ne sottolinea il carattere tragico e irreversibile:

«…e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se n’accorse».

(Boccaccio, Decameron IV, 5)

Come nota il critico Alessandro Cadoni in un suo recente saggio, nel Decameron di Pasolini il momento che anticipa l’esecuzione, peraltro lasciata all’immaginazione dello spettatore, è invece più dilatato. Si svolge in mezzo alla natura, in un’ambientazione bucolica che, unita alla giocosità dei carnefici e dello stesso Lorenzo, spezza il tono drammatico della situazione. La scena mostrata, seppur pregna della tensione per ciò che sta per capitare, si veste di una spensieratezza tale che riporta alla mente i protagonisti di Ragazzi di vita e che eleva gli assassini rispetto al testo di Boccaccio.

Ed è così che si compie la critica spietata di Pasolini, che sembra dirci che nel mondo arcaico, premoderno e ancora autentico in cui si muovono i personaggi, anche di fronte alla miseria o addirittura alla promessa di morte, si può ancora gioire.

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