La violenza della borghesia impunita – La scuola cattolica

Camilla Sanvi

Maggio 9, 2022

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La violenza della borghesia impunita – La scuola cattolica

Nella storia del mondo occidentale, tra la seconda metà del XVIII secolo e i primi decenni del XIX, si colloca un periodo marcato da un’importante crescita economica, culturale, politica e sociale. L’ascesa della borghesia pone le basi del sistema di produzione capitalistico, segnando il passaggio dalla tradizione alla modernità. Secondo l’accezione marxista è proprio la classe borghese a detenere il pieno controllo dei mezzi di produzione e distribuzione e, in quanto tale, reputata responsabile del notevole progresso economico.

Se da un lato il progressismo borghese garantisce prosperità e benessere, rinvigorendo il funzionamento dei sistemi economici europei, dall’altro si configura come sinonimo di prepotenza del ceto sociale. La borghesia, sempre più arricchita e assetata di potere e preme sotto di sé la classe proletaria.

La mercificazione della forza-lavoro diventa così uno dei requisiti indispensabili del sistema capitalistico, che sostituisce ai tradizionali valori spirituali e religiosi quelli economici e materiali. Ben presto si fa strada una mentalità edonistico-consumistica, fautrice di un modello di comportamento stacanovista e alienante che persegue un solo obiettivo: produrre e consumare.   

La scuola cattolica ricostruisce uno degli avvenimenti più macabri e sconvolgenti dell'Italia degli anni di piombo
Karl Marx

«La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione delle cose».

 (Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844)

L’imposizione di un’unica cultura, quella scandita dall’uniformante consumismo capitalistico, depriva l’uomo della sua singolare unicità, rimodellandolo nella forma di uomo-merce. Questo è il meccanismo di un simultaneo smantellamento e rimpiazzo di ideali e modelli prefabbricati, che il marxista-gramsciano Pier Paolo Pasolini indicò con l’espressione di “genocidio culturale”.

Apparentemente, il fittizio benessere indotto dal fenomeno consumistico si rivela essere garante di una condizione vantaggiosa nell’interesse della dominante borghesia e di sottomissione totale da parte delle classi meno abbienti, specie quella proletaria. Arroganza e sopraffazione da un lato, passività e vessazione dall’altro: una combinazione complementare che esaudisce a pieno il progetto capitalista.

La scuola cattolica

Dall’idilliaco contesto di prosperità raggiunto dal boom economico, l’Italia degli anni ’70 si trasforma di punto in bianco in un luogo irrequieto, dove la violenza domina la scena mediatica. Esemplificazione di tale veemenza è il celebre massacro del Circeo, verificatosi nell’inquieta Roma del 1975.

Una violenza brutale da parte dei ragazzi della Roma bene, i tre pariolini (Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido) che si scagliano contro due ragazze dei quartieri popolari della capitale (Donatella Colasanti e Rosaria Lopez). Le due ragazze, tenute prigioniere in una villa a San Felice Circeo, vengono seviziate e torturate per trentasei ore dalle mani dei presunti “bravi ragazzi” della borghesia romana.

La scuola cattolica ricostruisce uno degli avvenimenti più macabri e sconvolgenti dell'Italia degli anni di piombo
Da sinistra, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira ne La scuola cattolica (2021)

Stefano Mordini, regista de La scuola cattolica (2021) ricostruisce uno dei fatti di cronaca più cruenti e sconvolgenti degli anni ’70, svelando le insidie che si nascondevano dietro l’Italia reazionaria degli anni di piombo.

Il film si prefissa di indagare le motivazioni di tale ferocia, ricreando l’ambiente cattolico e repressivo da cui provenivano i tre giovani criminali. La privilegiata bolla sociale entro la quale i giovani borghesi venivano protetti funge da garanzia verso un futuro all’insegna del successo e del potere.

Ed è proprio quella bolla di valori intaccabili, dentro cui l’impunibile élite romana si rifugiava, a esplodere per un fatto pungente, quel macabro delitto del Circeo. In quel lontano 1975 la facciata puritana della scuola privata frequentata da ragazzi ricchi, viziati e arroganti cade, infrangendosi in mille pezzi.

La pellicola di Mordini non risulta affatto superficiale nel trattare i fatti accaduti. Il regista entra a capofitto nelle vite dei personaggi, cogliendo ogni aspetto di esse; dall’ambiente familiare composto da genitori assenti, autoritari (e qualche volta anche maneschi), a quello scolastico, dichiaratamente patriarcale ed esaltato da idee politiche distorte.

Le pressioni sociali esercitate da questi due contesti sono  le prime responsabili dell’irrefrenabile smania di supremazia che si fa strada nell’animo di quella giovane generazione. Sopraffare o essere sopraffatti, non esiste una via di mezzo.

Edoardo Albinati : «La nostra educazione, il nostro quartiere, la nostra scuola. Bisognava provare continuamente di essere veri uomini, per poi ricominciare da capo e dimostrarlo una volta ancora».

La scuola cattolica ricostruisce uno degli avvenimenti più macabri e sconvolgenti dell'Italia degli anni di piombo
Edoardo Albinati (a sinistra) ne La scuola cattolica (2021)

Oltre i comodi cliché ne La scuola cattolica

Lo sguardo trasversale che accompagna la narrazione del film consente una lettura in grado di ampliare il più possibile l’origine della responsabilità di quanto avvenuto, prescindendo da quella inspiegabile dei tre autori del delitto. Se acquisita un’elastica prospettiva storica, il contesto sociale disfunzionale diviene l’autentico protagonista del film.

Stefano Mordini durante le riprese del film La scuola cattolica (2021)

«In quegli anni il delitto del Circeo generò un dibattito. Lo stesso Pasolini sottolineò che quella violenza non era solo appannaggio della borghesia, ma anche nella borgata. Volevamo portare attenzione al tema dell’impunità. Portare quella storia all’oggi e far diventare quella responsabilità di tutti».

(Stefano Mordini)

Il ritratto del carnefice che opprime la vittima e la combinazione tra barbarie e potere presenti ne La scuola cattolica si colgono analogamente nel truce capolavoro pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Salò è la dimostrazione di ciò che il potere fa del corpo umano, che una volta ridotto a cosa diventa merce.

Si assiste alla depersonalizzazione dell’individuo fino all’annullamento della corporeità umana. Se in Salò il potere classico fascista, quello borghese, si abbatte con ferocia sui giovani antifascisti inerti e sottomessi, ne La scuola cattolica ritroviamo l’identico rapporto di dominanti-dominati, o meglio di borghesi-borgatari, con i primi tentati ad annullare e seviziare i secondi.

Pier Paolo Pasolini

Pasolini, richiamando l’opera cinematografica Salò, considerò il massacro del Circeo come l’indice di una negatività storica; supera la giustificazione politica, approdando a una motivazione  antropologica e psicologica di un retaggio storico-sociale. Sarebbe un errore limitarsi a uno schema semplicistico dettato dalla corrispondenza borghesia fascista-carnefice. A ridosso di ciò c’è molto di più. I giovani rampolli della borghesia fascista non sono solo i carnefici, ma sono a loro volta anche vittime della società consumistica.

Con l’introduzione di un nuovo modo di produzione consumistico sorge una nuova umanità. L’uomo risulta antropologicamente modificato, e prima di tutti lo è quello borghese. Privilegiato rispetto alle classi sottostanti (quelle popolari) si rapporta con l’Altro con fare aggressivo, elevando il proprio status sociale.

«La nuova cultura ha distrutto cinicamente le culture precedenti, da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche popolari».

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, 1975)

Il mostro dell’omologazione consumistica ha distrutto tutte le classi sociali, nessuna esclusa, dalla più umile alla più superba. La civiltà si è procurata una profonda ferita etico-morale che ha segnato profondamente la storia, intrappolata in un circolo vizioso a cui partecipa ogni uomo, volente o nolente.

«Gli schiavi della civiltà industriale sviluppata sono schiavi sublimati; sono pur sempre schiavi, poiché la schiavitù è determinata non dall’obbedienza e dall’asprezza della fatica, bensì dallo stato di strumento e dalla riduzione dell’uomo allo stato di cosa. Questa è la servitù allo stato puro: esistere come strumento e come cosa (…). D’altra parte a mano a mano che la reificazione tende ad assumere carattere totalitario, in virtù della sua forma tecnologica, gli organizzatori e gli amministratori si trovano sempre più a dipendere dall’apparato di chi organizza ed amministra; e tale dipendenza reciproca non è più la relazione dialettica tra il Padrone e il Servo, spezzata dalla lotta per essere riconosciuti dall’altro, ma è piuttosto un circolo vizioso che racchiude sia il Padrone che il Servo».

(Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione,1964)

Un vuoto culturale incolmabile con La scuola cattolica

«Non mi illudo di essere capito dai giovani perché coi giovani è impossibile instaurare un rapporto di carattere culturale, perché i giovani vivono nuovi valori con cui i vecchi valori, in nome dei quali io parlo, sono incommensurabili».

(P.P. Pasolini, Intervista sotto l’albero sul set di Salò,1975)

Il decesso di una cultura, il genocidio culturale, implica la perdita dell’identità, della percezione che la società ha di se stessa. Gli equilibri sistemici e sociali di orientamento vengono annientati e lo spaesamento identitario dell’uomo si rivela di conseguenza inevitabilmente nefasto: ci si ritrova a non sapere più chi si è o chi si ritiene di essere. La degenerazione risiede nel sistema valoriale che ha dominato e che tutt’ora continua ad abitare il corso della storia. Vige imperterrita la concezione egoistica dell’Io al centro di tutto, delineando la figura di un uomo alienato e insicuro.

«Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa a essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso».

(P.P. Pasolini)

Se in questi ultimi decenni si è assistito alla perdita di ogni matrice valoriale, in un mondo dove si crede solo a ciò che viene presentato come vero e attendibile dai poteri dominanti, è in realtà indispensabile rendersi consapevoli della presenza di essenze nascoste, percepibili solo a chi non cede all’omologazione e lotta strenuamente per affermare la propria identità e libertà, ma soprattutto diversità. L’immagine di una società libera dalle catene del giogo capitalistico rimane tutt’ora pura utopia, ma la speranza è l’ultima a morire.

«Forse la vera società proverà disgusto dell’espansione e lascerà liberamente inutilizzate certe possibilità, invece di precipitarsi sotto un folle assillo, alla conquista delle stelle».

(Guy de Maupassant, Sur l’eau, 1876)

Leggi anche: Teorema: La ricca aridità borghese

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