New Queer Cinema – Gender e sessualità: noi, gli altri e le altre.

Roberto Valente

Maggio 13, 2022

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Con New Queer Cinema, definizione coniata dalla critica B. Rudy Rich, si intende un filone cinematografico che a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta ha cosciamente esplorato nuovi linguaggi e nuove modalità per rappresentare personaggi omosessuali, lesbici o lontani dalle narrazioni eteronormative e patinate di Hollywood.

«Non avevo visto niente del genere prima. E poi in fondo niente di tutto quello che appariva. Lui era l’eleganza che camminava sottobraccio con la menzogna».

(Todd Haynes, Velvet Goldmine, 1998)

Il termine Queer originariamente significava strano, eccentrico. Derivato dal latino torquere
(attorcigliare) è poi passato al tedesco con quer che significa diagonale, di traverso. Il significato dunque richiama a un qualcosa che indica una forma di deviazione da un certo paradigma o da una certa rappresentazione sociale “accettata”. Fin dai primi del Novecento tale termine è stato usato a sfondo fortemente denigratorio per identificare chi non era normalizzato secondo il modello borghese di identificazione binaria eterosessuale.

Negli anni Novanta, invece, esso è stato utilizzato in maniera eversiva, divenendo un termine identitario capace di destrutturare il linguaggio normativo che in esso vedeva un’accezione negativa, trasformandosi in un termine ombrello nel quale identificarsi attivamente in avversione al sistema dominante.

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Velvet Goldmine (1998) di Todd Haynes; uno dei film più rappresentativi del New Queer cinema

Il Queer Cinema rientra nel campo di interesse e di influenza dei Film studies e dei Queer Studies. Con quest’ultimo termine ci si riferisce agli studi nati in seno accademico e in diversi ambienti culturali e sociali. Questi studi hanno come oggetto della ricerca le tematiche relative al delicato discorso dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere.

Con l’utilizzo italiano della parola genere si potrebbe correre il rischio di cadere in un equivoco. Il termine e il concetto di Gender, fondamentale punto di riferimento all’interno di qualsiasi studio relativo alle tematiche Queer, rappresenta una serie di argomentazioni e spunti che sarebbe opportuno inquadrare per costruire il nostro discorso.

I Gender Studies si sviluppano tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo a partire da un certo filone del pensiero femminista, e trovano influenze fondamentali nel post strutturalismo e nel decostruzionismo di scuola francese.

La “Teoria del gender” è un neologismo creato in ambienti conservatori cattolici negli anni Novanta, volto a indicare in maniera negativa ed etichettare tutti quei processi identitari e sessuali che minavano il nucleo familiare tradizionale composto da uomo e donna. I nemici erano dunque il femminismo e l’attivismo LGBT.

Gender e sesso

Il discorso relativo al Gender si riferisce alle modalità attraverso cui i corpi performano quotidianamente la propria sessualità (identità sessuale) e il proprio sesso (maschile e femminile). Quello da cui noi siamo attratti in un altro corpo è la sua performatività del gender; ossia le modalità attraverso le quali il soggetto rappresenta e relaziona il proprio corpo nel rapporto con gli altri individui e con le istituzioni.

Ritratto della giovane in fiamme, di Céline Sciamma (2019)

Se quello da cui siamo attratti è il gender e non il sesso, possiamo veramente dire che la sessualità sia qualcosa di fisso o definito chiaramente? Da questo assunto e da questa domanda possiamo introdurre il cammino che questo complesso concetto ha vissuto negli ultimi decenni.

Per gli esseri umani il sesso e i discorsi sulla sessualità sono stati dissociati dall’idea di un atto puramente procreativo. Esso si è sviluppato all’interno delle differenti culture storiche come modalità di rappresentazione estetica e personale. Gli individui, uomini e donne, si confrontano con una privata e personale considerazione della propria sessualità. Le idee che ne conseguono sono condizionate dalle istituzioni che ci circondano e nelle quali sviluppiamo le nostre forme mentali (la famiglia, la scuola, le istituzioni), dalle retoriche (le posizioni e i discorsi politici), dalle narrazioni (in campo artistico ad esempio, come per il cinema) e da diversi altri fattori che concorrono alla caratterizzazione e allo sviluppo di una cultura.

All’interno di questa prospettiva culturale, il corpo sessuato appare dunque come un costrutto nebuloso. Allora a cosa ci riferiamo esattamente quando parliamo di sessualità?

Michel Foucault, in una tetralogia intitolata Storia della sessualità, tra gli anni Settanta e Ottanta ha sviluppato la sua tesi secondo la quale la sessualità non va intesa come un costrutto fisso e unicamente relegato in termini biologici. Per il filosofo francese ciò che noi chiamiamo identità sessuale non è qualcosa di innato e immutabile, ma è influenzato da connotazioni culturali. Foucault tiene in considerazione e analizza i processi che costruiscono i discorsi e le retoriche relative all’argomento in questione. Le idee appaiono così naturalmente come un risultato del contesto in cui vengono prodotte.

«L’essenziale non è tanto sapere se al sesso si formulano divieti o autorizzazioni, se si castigano o no le parole di cui ci si serve per designarlo; ma prendere in considerazione il fatto stesso che se ne parla, chi ne parla, i luoghi ed i punti di vista da cui se ne parla, le istituzioni che incitano a parlarne, che accumulano e diffondono quel che se ne dice, in breve, il “fatto discorsivo” globale, la “trasposizione in discorso” del sesso. L’importante sarà ancora sapere sotto quali forme, attraverso quali canali, insinuandosi in quali discorsi il potere arriva fino ai comportamenti più minuti e più individuali, quali vie gli permettono di raggiungere le forme rare o appena percettibili del desiderio, come penetra e controlla il piacere quotidiano — tutto ciò con effetti che possono essere di rifiuto, di ostruzione, di squalificazione, ma anche d’incitazione, d’intensificazione, in breve le “tecniche polimorfe del potere».

(Michel Foucault, La volontà di sapere, Storia della sessualità 1, 1978)

Il discorso del filosofo francese abbraccia la questione del potere. Il contesto di cui parlavamo poco fa si riferisce alla temperie culturale di una data società in un determinato periodo e processo storico. Lo scambio di idee, le informazioni a riguardo, tutto ciò rientra in un discorso sociale che ha come oggetto, in questo caso, la sessualità e il sesso è controllato dal potere. Ogni società contiene in sé delle idee e delle norme sulle quali il senso comunitario si reitera. Queste norme e queste idee sono quelle dominanti, ossia condivise da quella parte della società che detiene il potere.

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L’élite dominante simbolizzata dagli aguzzini in Salò di Pasolini

Questo perché esse sono costruite su pratiche sociali che si perpetrano nel tempo e si ripetono in modalità rituali, come ci ricorda Pasolini in Salò citando Roland Barthes. Questi rituali attraverso i quali le élite si rappresentano non fanno che consolidare il loro potere, poiché le norme che il popolo dovrà condividere per rappresentarsi saranno quelle volute dall’alto.

Le società eteronormative occidentali, ad esempio, fondano la propria rappresentazione sull’idea di coppia e nucleo familiare composto da uomo e donna. Ognuno di essi è piagato a dei ruoli sociali acquisiti dalla società stessa e successivamente condivisi e performati. L’idea di performatività è stata sviluppata da Judith Butler nel saggio Gender Trouble del 1990 e ha avuto un peso notevole sull’attenzione riservata ai Queer Studies negli anni Novanta.

Con questo termine si indica quella precisa serie di ripetizioni degli atti che definiscono l’appartenenza alle strette etichette di mascolino o femmineo. Questi atti non sono solo linguistici. Questi coinvolgono anche tutto ciò che rientra nelle azioni dei corpi nel quotidiano, nel vestirsi in un determinato modo, nel guardare al mondo e alle sue dinamiche. Tutto ciò è influenzato dall’etichetta di genere binario imposto e non scelto in maniera arbitraria dall’individuo in questione.

«Il gender è un tipo di imitazione di cui non esiste l’originale».

(Judith Butler, Gender Trouble, 1990)

L’abbandono del codice Hays

Prima dell’avvento del New Queer Cinema non sono mancati esempi di film che hanno criticato o provocato questa modalità di identificazione automatica in mascolino e femmineo. L’eterosessualità è stata spesso criticata. Il codice Hays ha impedito al cinema hollywoodiano di trattare certe tematiche “devianti” dai discorsi e dalle idee istituzionali.

My own private Idaho, di Gus Van Sant (1991)

Molti registi però sono riusciti a spargere le loro opere di sottotesti che ammiccavano alla tematica e che oggi, proprio grazie alla prospettiva e al filtro dei Queer Studies applicato al cinema, possono essere analizzate.

Con la caduta del codice Hays, intorno alla metà degli anni Sessanta, il cinema ha potuto godere di una generazione di nuovi cineasti e cineaste che hanno affrontato la questione in maniera più critica e libera.

In The Rocky Horror Picture show (1975) è mostrato perfettamente lo spaesamento della coppia eterosessuale dinanzi alle istanze proveniente dagli ambienti della controcultura. L’eterosessualità e la performatività binaria della coppia viene messa in discussione, la sessualità e le tendenze sessuali rappresentate in maniera differente e provocatoria.

Il processo di rielaborazione che sarà proprio del New Queer cinema e dei Queer studies è però ancora lontano.

Sarà infatti nel decennio successivo che assisteremo alla decisa presa di coscienza estetica e politica del cinema riguardo alle tematiche LGBT. Questa operazione dissacrante non è propria soltanto del cinema, ma abbraccia gran parte del clima artistico della controcultura di quei decenni.

«La sessualità viene riempita di menzogne. Il corpo cerca di dire la verità, ma siamo talmente soffocati dalle regole che non riusciamo ad ascoltarlo».

(Jim Morrison, Light my fire. Versi poetici e dichiarazioni di guerra)

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La coppia protagonista in The Rocky Horror Picture Show

L’analisi condotta da studiosi e studiose come Michel Foucault, Julia Kristeva, Jacques Derrida, Simone de Beauvoir, Laura Mulvey, Judith Butler, Eve Sedgwick, analizza il modo in cui i discorsi di identità e rappresentazione culturale sono intrecciati.

Essi non riducono il discorso alla tesi secondo cui la sessualità dipenda esclusivamente dalla cultura. Piuttosto, si soffermano sul come gli atti sessuali e performativi possano significare qualcosa di diverso a seconda della cultura in cui sono situati. Secondo tale approccio, dunque, è la cultura ad attribuire delle identità sessuali a specifici atti. Classificando la sessualità, particolari gruppi possono essere identificati. Ma dove c’è potere, c’è sempre resistenza.

Queer theory

Da questi assunti si sviluppa la Queer theory. Essa mette in discussione il sistema sociale eteronormativo condiviso da gran parte della cultura occidentale. Ciò che viene analizzato comprende soprattutto le attività che rientrano nell’area del normativo e del deviante. Negli anni successivi, gli echi delle loro posizioni hanno generato un interesse sempre più interdisciplinare alla materia. Qui il discorso dei Queer study incontra il cinema.

In seno alla popolarità e all’esigenza sempre crescente dell’interesse verso le posizioni relative alle tematiche LGBT, alcuni registi e alcune registe hanno proiettato e rappresentato tali discorsi nelle loro immagini. Questa tendenza, come accennato, trova le sue origini nel cinema del passato; in registi come Hitchcock o, più vicini come Pedro Almodovar e Rainer Werner Fassbinder. Questi ultimi due nomi, in particolare, pongono le basi per il cinema Queer liberato degli anni Novanta.

Querelle, di Rainer Werner Fassbinder (1982); pietra miliare e ispirazione per il New Queer Cinema

La temperie culturale nel quale la comunità LGBT, palesata dai numerosi pride e le numerose manifestazioni di protesta nel corso degli anni Novanta, in quegli anni era segnata dall’AIDS. Intanto il blocco occidentale si era ormai adagiato sulle posizioni conservatrici di Reagan prima e di Bush poi, così come della Thatcher oltreoceano. Il contesto sociale e l’opinione pubblica, senza contare le narrazioni fatte dai media e dai poteri, non erano certo favorevoli.

Nonostante ciò possiamo apprezzare opere come: Mala Noche (1986), My Own Private Idaho (1991), Cowgirl (1993) di Gus Van Sant; Go Fish (1994) di Rose Torche; Poison (1991) e Velvet Goldmine (1998) di Todd Haynes; Paris is Burning (1990) di Jennie Levingston; The living end (1992) e gran parte della filmografia di Gregg Araki, di Céline Sciamma, di Pedro Almodovar. I nomi rappresentano una lista davvero ampia.

Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar (1999)

Grazie agli studi sulla cultura e sulla società, che spesso hanno toccato il cinema, i registi e le registe hanno potuto rivedere e riconsiderare le modalità di rappresentazione che il cinema ha abbracciato nei decenni passati, per superarle e riconsiderarle all’interno di un approccio più naturale e scevro da strutture e giudizi.

La rappresentazione della queerness nel New Queer Cinema è cosciente, non nasce dall’obiettivo di provocare o protestare contro un certo sistema.

Piuttosto, queste pellicole possono spesso essere definite naturalistiche e autentiche nel filmare in immagini personaggi omosessuali, lesbici, transgender o in generale lontani dalle identificazioni cisgender. Con questo termine si intende l’identità sessuale corrispondente e percepita dal soggetto come quella unica biologica di maschio o femmina.

«E stava per commettere quell’estrema follia, la peggiore in cui possano cadere tanto l’uomo quanto la donna; quella di sentirsi orgogliosa del proprio sesso».

(Virginia Woolf, Orlando IV, 1928)

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Paris Is Burning (1990) di Jennie Levingston

New Queer Cinema nella contemporaneità

In molte delle sue opere rappresentative il New Queer Cinema ha anche rappresentato e dato voce ai discorsi relativi alle minoranze etniche e al loro approccio con la società. Da Paris Is Burning del 1990 a Moonlight, primo film a tematiche LGBT a trionfare con il premio Oscar.

Il New Queer Cinema non è dunque un fenomeno che si esaurisce nel corso degli anni Novanta.

Esso infatti si rappresenta anche nella contemporaneità, come lo dimostrano tante pellicole uscite negli ultimi anni, formando un filone cinematografico importante. L’influenza che i registi e le registe hanno avuto partendo da un cinema sicuramente più vicino all’underground è poi arrivato, ovviamente, a influenzare il cinema commerciale hollywoodiano.

Moonlight, di Barry Jenkins (2016)

Un film come Philadelphia (1994), per quanto decisamente retorico e fisso nelle sue narrazioni, rappresenta un tentativo di affrontare la questione AIDS da parte di una precisa industria cinematografica. Industria che fino ad allora aveva cercato di non guardare la questione. Non si può tuttavia negare l’effetto di sensibilizzazione che la pellicola ha suscitato nel pubblico di massa.

Queste influenze estetiche e tematiche hanno portato nel corso di tutto il ventunesimo secolo all’abbondare di film che, anche non trattando specificamente la questione relativa all’identità Gender o alla sua rappresentazione, presentano personaggi LGBT o accenni a particolari posizioni.

I generi cinematografici, specie quelli più omofobi ed eteronormativi del passato come il Western o il Noir, sono stati rielaborati per dare spazio a un’estetica rappresentativa scevra da pregiudizi o posizioni conservatrici.

Un esempio lampante è l’operazione di decostruzione del genere western concepito da Jane Campion con il recentissimo The power of the dog. La tensione omoerotica insita nel film ha fatto infuriare i critici repubblicani statunitensi. Segno questo che l’obiettivo di rielaborazione è riuscito.

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The Power of the dog (2021)

In conclusione, possiamo dunque sostenere che il cinema degli ultimi tre decenni stia cambiando le proprie modalità narrative ed estetiche. Operazione necessaria per approcciarsi in modo rinnovato non solo alle precise tematiche LGBT ma, a più ampio respiro, alla realtà.

Ciò sta a significare precisamente che la realtà stessa non si presenta, ora, esclusivamente come un concetto dato e certo su cui costruire critiche o posizioni. Tale modalità di percezione del mondo, infatti, implicherebbe il fatto che un sistema egemone esista; la critica comporta implicitamente una protesta verso un qualcosa percepito come normativo o naturale.

Il cinema Queer nega e mina alla base l’idea che qualcosa di fisso ci sia in partenza. Oggi abbiamo la possibilità di concepire questo fondamentale approccio cinematografico come un riavvicinamento delle nuove generazioni a un mondo con il quale entrare in contatto. Tale procedimento coinvolge noi, gli altri e le altre. Coinvolge il nostro sguardo e lo sguardo di chi ci guarda. Il cinema continua a essere il riflesso della società e quest’ultima, attraverso lo svelamento delle proprie dinamiche interne, torna a essere messa in discussione.

«Una delle cose a cui Queer può riferirsi: la maglia aperta di possibilità, lacune, sovrapposizioni, dissonanze e risonanze, mancanze ed eccessi di significato quando gli elementi costitutivi del genere di qualcuno, della sessualità di qualcuno non sono fatti, oppure sono fatti, per significare monoliticamente».

(Eve Kosofsky Sedgwick, Tendenze, 1993)

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