Barbie tra oggi e ieri – L'(in)attuale crepuscolo degli idoli

Gianluca Colella

Ottobre 26, 2023

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Narratrice: «Barbie ha una bellissima giornata tutti i giorni, ma Ken ha una bellissima giornata solo se Barbie lo degna di uno sguardo». 

Uno dei due film più attesi del 2023, Barbie, si apre con questa premessa, che presenta ricadute etiche ed estetiche importanti. Questo approfondimento prova a collegare alcuni temi affrontati dal recente film, in associazione con i concetti proposti da Friedrich Nietzsche sulla filosofia occidentale un secolo fa, nel tentativo di dare alla cultura contemporanea una linfa nuova e vitale, in grado di rispondere alle emergenze individuali e sociali che la caratterizzano.

Il film parte dalla creazione della bambola, nel 1959, quando Barbie Originale venne partorita da Ruth Handler ad oggi: non molto sembra essere cambiato vedendo il film, eppure apparentemente tutto è cambiato. Femmine e maschi sono ancora due generi contrapposti, eppure passi in avanti apparenti sono stati compiuti sul fronte delle pari opportunità.

Mentre di Ken a nessuno importa mai davvero, Barbie (in origine Barbara, come la figlia di Ruth) è la stella attorno alla quale la Mattel costruisce il suo impero nel mercato dei giocattoli. Un Dio perfetto esteticamente e perfettamente plastico, sul quale le identità di milioni bambine si sarebbero potute plasmare in modo assolutamente magico e romanticamente privato.

L’opera targato Mattel – Warner Bros, che ha letteralmente dominato la nostra estate, ha fatto discutere prima, durante e dopo la sua uscita. In questo approfondimento, saranno esposte riflessioni su alcuni dei motivi di questa discussione.

Che si tratti di commenti positivi o negativi, lodi oppure critiche, Margot Robbie, Ryan Gosling e le altre star della produzione sono state al centro della scena intellettuale e memetica del nostro Paese e del mondo. Perché?

Dal teaser all’epilogo, Barbie è un film leggero e al tempo stesso serio, sensato nel confronto con alcune tematiche filosofiche e sociali che richiedono la nostra attenzione. Barbie obbliga ad essere guardato.

Per quel rosa pervasivo, ma non solo.

Per le musiche e i balletti, ma non solo.

Per le performance, ma non solo.

A parere di chi scrive, Barbie vuole essere guardato perché in-attuale. Esattamente come le riflessioni del filosofo tedesco.

Barbie a Barbieland: essere chi vuole

Barbie – Margot Robbie

Premessa: dopo i lavori con A24, Greta Gerwig porta nel nuovo soggetto un femminismo tollerabile. Tollerabile per Mattel e Warner Bros, tollerabile per Hollywood e per le diverse generazioni che vanno in sala per scoprire chi è la sua Barbie.

Cosa significa tollerabile, in questo caso?

Barbie è davvero gestibile?

Possiamo davvero comprenderne le crisi esistenziali e gli sbalzi d’umore?

O ci costringiamo a farlo, impacchettandola in una perfetta scatola di etichette e categorie sociologiche e politiche attraverso le quali decidere cosa lasciare fuori dall’analisi?

Siamo sicuri di averne compreso il messaggio?

In sintesi, questo film sembra essere confezionato per mettere d’accordo tutti, anche se apparentemente sembra essere nato per dividere e creare opinioni polarizzate su posizioni distinte. Impresa lodevole, se consideriamo l’attenzione al marketing e alle diverse generazioni target dell’opera.

Di Barbie, difficilmente qualcuno in futuro dirà che è il suo film preferito, o che valga la pena rivederlo. Nasce per intrattenere, esattamente come la celebre bambola. E, grazie al lavoro di regista, cast e produzione, Barbie effettivamente intrattiene. Lo fa quanto basta, senza strafare: nessuna scena sarà ricordata come il monologo di Travis in Taxi Driver, o come le esplosioni della Magnani di Mamma Roma.

Eppure, anche quello di Barbie rappresenta uno sforzo culturale che il cinema compie per trasmettere un messaggio sociale di portata collettiva relazionato ai temi del benessere, della salute mentale, dell’auto-determinazione e delle crisi intersoggettive.

Valori che muoiono, valori che nascono. Estetiche plastificate, come le bambole della Mattell, eppure estremamente realistiche, brutali nella loro spontaneità retorica e dunque filosofica.

Svolgimento: dopo un inizio iconico e da spiaggia, lento e prevedibile con la presentazione dettagliata delle Barbie e dei Ken che popolano Barbieland, la trama scorre divertente e armoniosa verso l’epilogo del viaggio dell’eroina, con la giusta dose di minacce drammatiche, ma gestibili che possano compromettere il benessere della protagonista e delle eroine del film.

Ken non può ignorare Barbie, ma Barbie non può non ignorare Ken. Sotto sotto, quanto fa rodere questa cosa?

Nel fluire dell’intreccio, Ryan Gosling e Margot Robbie dominano la scena, come fosse un cast musical a tinte (estremamente) rosa nato per annoiare chi il romanticismo lo digerisce male. Ma questa è solo la parte superficiale della verità cinematografica dell’opera, perché la Gerwig con Barbie (sempre a parere di chi scrive) lo uccide, lo stravolge nei suoi presupposti.

La plastificata naturalezza dei protagonisti nel loro reame crea un contrasto meravigliosamente perverso con il mondo naturale, grigio, machista e stressato, con il coloratissimo ambiente naturali nel quale le Barbie sono idoli di se stesse.

Giocando sul passaggio simbolico e spazio-temporale da un luogo all’altro, l’opera della Gerwig scardina, senza metterli davvero in discussione, i pilastri su cui l’Occidente ha edificato il suo impero composto da capitalismo e miti tossici. Esattamente come Nietzsche nel 1899, con quel martello destinato ad essere compreso postumo (ancora più avanti, non ci siamo ancora).

Conclusione: attraverso questa operazione rischiosa (ma non troppo), il film prende a colpi di martello la superficie della società attuale, toccando il suo edulcorato apice con il monologo di America Ferrera sugli stereotipi di genere e sul ruolo che la donna deve ricoprire nella società contemporanea.

Non sarà tale monologo a penetrare la cultura patriarcale che fonda il funzionamento del maschilismo tossico, ma per un film nato per intrattenere quel discorso apporta il suo determinante contributo per grandi e piccini, senza traumatizzare (si spera) nessun maschietto etero cis.

Il trailer di Barbie

Barbie Umana – Pensieri di morte e pensieri di vita

Premessa: quello che succede a Barbieland quando la protagonista inizia ad avere un “guasto tecnico” è l’allegoria del tipo di esistenza che la persona comune conduce nel XXI secolo. Barbie, che si confronta con le proprie paure superando l’etichetta di stereotipo di se stessa, diventa suo malgrado profeta di se stessa al contrario e leader della rivoluzione che mette al centro del suo mondo perfetto i dubbi esistenziali e le insicurezze tipici delle persone comuni.

Il primo legame con il filosofo tedesco nasce qui: egli si è agitato, cercando di scrivere le gemme che sarebbero state comprese dopodomani, ha vissuto nella disperazione di non essere ascoltato e letto dai suoi contemporanei. Barbie, allo stesso modo, vive nella solitudine della sua affollata, apparente auto-celebrazione.

I suoi pensieri intrusivi sono così diversi dai nostri? Lei, di plastica, noi, di carne e ossa. Il Dio che è morto per lei è davvero così diverso dal Dio che è morto per noi e in noi? E sono così tanto diversi da quelli scritti e tramandati dal filosofo tedesco?

Svolgimento: in un’epoca dominata dall’assenza di valori di riferimento e dal nichilismo correlato alla situazione economica, sociale, sanitaria e politica, Barbie contribuisce in un certo senso alla trasvalutazione dei valori contemporanei che Friedrich Nietzsche aveva avviato più di un secolo prima, con il suo Crepuscolo degli idoli.

La “trasvalutazione di tutti i valori” è un concetto chiave nella filosofia di Friedrich Nietzsche. Questo concetto è presente nelle sue opere, in particolare in Così parlò Zarathustra e in Genealogia della morale. Rappresenta un cambiamento radicale nella prospettiva sui valori culturali, morali e religiosi tradizionali, la messa in discussione dei fondamenti di una società.

«Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati»

(Friedrich Nietzsche)

Questo passaggio del Crepuscolo, scritto più di un secolo fa, sembra scritto su misura per essere la sinossi di Barbie.

Conclusione: sono passati diversi anni dalla lettura del Crepuscolo, eppure sono abbastanza sicuro di ricordarne in larga parte il contenuto. Era macabro, pessimista, ricco di critiche a volte esagerate rivolte all’Occidente, agli intellettuali e ai borghesi, ma anche per il solo fatto di esistere, quel volume rappresentava una speranza: se è possibile criticare così tanto la società, forse è anche possibile aiutarla a rinascere? A darle nuova linfa, se possibile?

Barbie con Nietzsche e Michela Murgia – Sullo spirito del valore sminuito

Barbie e Ken

«È alle anime più spirituali, ammettendo ch’esse siano le più coraggiose, che è concesso di vivere le tragedie più dolorose: ma è ben per questo che esse tengono la vita in onore, perchè essa oppone loro il suo più grande antagonista»

(Friedrich Nietzsche)

Premessa: la società dipinta in Barbieland esprime in modo inequivocabile – ma sottile – che nel mondo reale c’è qualcosa che non va. Ken e la protagonista sono stereotipi ovvi, eppure no. Si prendono in giro, ma non si mancano mai davvero di rispetto. Questo, nel mondo reale, succede fin troppo spesso.

Svolgimento: le narrazioni esteticamente riuscite, alle volte, sono anche eticamente riuscite. Possono trasmettere qualcosa attraverso il loro semplice apparire. Fungono da martelletto, sulle ginocchia indolenzite della società vecchia e rattrappita che così tanto ci impegniamo a nutrire.

C’è qualcosa che non va, non tanto forse nella disparità di genere tra uomo e donna (anche), quanto piuttosto nel modo in cui s’intendono le modalità dello stare al mondo di tutt*, tutte e tutti.

Conclusioni: la vera ipocrisia della società contemporanea si esprime attraverso la tolleranza mostrata nei confronti dell’alterità. Che si tratti di uguali che ottengono meno successi, di donne o espressioni di altre minoranze.

La stessa ipocrisia denunciata da Nietzsche come rarità che compromette le atmosfere sociali tra singoli, sempre nel Crepuscolo.

Dopo il Crepuscolo? Barbie e i nuovi idoli

«Non l’ho capita mai la frase “siamo solo amici”, come se essere amici fosse il diminutivo di qualcos’altro. Sarà che ci sono giorni in cui mi sveglio in preda a una gratitudine feroce, smaniosa e urgente come se non avessi che un’ora ancora per dire tutti i grazie che devo, e la causa prima è sempre l’amicizia, l’invincibile legame che ci ostiniamo a mettere in gerarchia ad altri e invece è l’impalcatura su cui tutto il resto si regge.
Mi apre gli occhi al mattino e parla subito al plurale, in un trillo da un gruppo whatsapp, in una foto di mare che torna indietro dai rimbalzi della rete, in un sacchetto appeso alla maniglia da qualcuno passato la sera prima per sorprendere senza disturbare. Non ci sono intorno a me cerchi magici, ma magico è tutto quello che mette in cerchio, allarga e include, riscaldando ben oltre le linee delle braci che ho acceso io. Gli anni passano, ma quel fuoco non si spegne, neanche quando tutti i venti della vita sembrano essersi dati appuntamento per abbassarne il vigore. Oceani di mezzo, divorzi e figli, mutui e licenziamenti, case e progetti, malattie e nuovi amori… non sono altro che argomenti in più dell’infinito discorso che non abbiamo smesso mai di farci l’un l’altro. E se una mano nuova arriva ad aprire il cancello, purché sia pura non lo troverà chiuso.
Giusto a volte un po’ accostato.»

(Michela Murgia, Amicizia, 2017)

In Barbie, la filosofia col martello la si fa a colpi di rosa, canzoni stucchevoli e auto-ironia.

Un film che potrebbe essere considerato postumo, a confronto con l’opera del filosofo tedesco e con la citazione della compianta Michela Murgia, solo e nella misura in cui eventualmente arriverà il momento storico in cui alcune riflessioni sociali possano essere accolte senza suscitare scandalo. Il legame e le conseguenze di questa ardita associazione andrebbero esplorate ulteriormente, passando, come ci piace fare, dalla filosofia al cinema e viceversa, dal mondo soggettivo a quello oggettivo delle verità complesse intorno alle quali costruire la nostra Critica.

Armati martello, di parole, pensieri e sguardi. Sperando che siano compresi oggi, piuttosto che dopodomani.

Fino a quel momento, sulla dicotomia tra essere e apparire ci viene in soccorso Billie Eilish, con la canzone che accompagna tutto il film della Gerwig:

Takin’ a drive, I was an ideal
Looked so alive, turns out I’m not real
Just some
thin’ you paid for
What was I made for?

Leggi anche: Persona – La psicoanalisi del femminile

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