Il finale di The Lighthouse – Fenomenologia dell’Urlo

Marco Nassisi

Gennaio 22, 2024

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The Lighthouse – Fenomenologia dell’Urlo Finale [SPOILER]

Il cinema di Robert Eggers è un cinema di urli. È un cinema di urli dalla bocca e dall’animo di personaggi tormentati. Non importa se ci si trova nelle silenziose foreste del New England nella prima metà del Seicento di The Witch (2015), o nell’Islanda del X secolo di The Northman (2022), tra mitologia norrena, vichinghi e testosterone. Sono urli che il regista calibra con cura, dando ad ognuno di essi un significato ben preciso. Il momento in cui questi urli si manifestano nella loro potenza espressiva più elevata è il finale. Per quanto riguarda i due film sopracitati, rispettivamente il primo e il terzo (e attualmente ultimo) del talento statunitense, il finale rappresenta la poetica e sofisticata catarsi dei suoi protagonisti, nella loro nuda essenza.

In The Witch, Thomasin (Anya Taylor-Joy), liberatasi della gabbia dogmatica della sua famiglia rigidamente puritana, si spoglia, e, illuminata dal fuoco su cui attorno danzano delle streghe, si innalza dal suolo della foresta buia, abbracciando ciò che è il suo opposto (o forse ciò che lei è sempre stata e non sapeva di essere). E lo fa attraverso urla mescolate ad una serie di risate isteriche manifestanti sollevazione e timore. In The Northman, le urla di Amleth (Alexander Skarsgård) nel duello con Fjölnir sono urla di rabbia e di vendetta, che si fondono con quelle dell’avversario, ovvero suo zio (il film è tratto dalla leggenda che ispirerà Shakespeare nella creazione dell’Amleto). Entrambi muoiono, cessano le urla e Amleth spira, ascendendo nel Valhalla. Come si può notare, entrambe le opere terminano con la salita al cielo del loro personaggio principale, seppur in contesti completamente diversi.

The Lighthouse - Fenomenologia dell'Urlo Finale
L’urlo di Thomasin (The Witch) – L’urlo di Amleth (The Northman)

In mezzo a questi due film c’è The Lighthouse (2019). Anch’esso raggiunge il suo picco espressivo nel finale, con l’urlo del protagonista. La differenza è che questo è l’urlo di un uomo che non è destinato ad ascendere, ma a cadere.

Riavvolgiamo il nastro. Nel corso della sua permanenza di un mese come apprendista sull’isola del faro sperduta del New England, Ephraim Winslow (Robert Pattinson) inizia a soffrire di allucinazioni. Con lui c’è Thomas Wake (Willen Dafoe), guardiano anziano e irascibile che, tra incarichi faticosi e umilianti, impedisce categoricamente al più giovane Winslow di accedere alla cima del faro. Wake sembra avere un rapporto privilegiato con quella luce, l’unica certezza per i marinai in mezzo alla nebbia e alla tempesta. L’unica certezza per Wake in mezzo alla solitudine. È come un rapporto sessuale. Wake, quando si trova sulla cima della struttura, si spoglia; metaforicamente parlando, è come se facesse l’amore col faro, la cui forma ricorda quella di un fallo.

The Lighthouse - Fenomenologia dell'Urlo Finale
Thomas Wake e Ephraim Winslow (Thomas Howard) e il luminoso oggetto del desiderio in The Lighthouse

L’inesorabile decadimento psicologico dei due personaggi, tra ubriacature, flatulenze grottesche, visioni surreali, incubi freudiani e ulteriori metafore sessuali, con una premessa del genere, l’obbiettivo dello spettatore è probabile che coincida con quello di Winslow: raggiungere la cima del faro e colmare la curiosità che attanaglia il suo animo. In un film claustrofobico, dal bianco e nero fortemente contrastato, che enfatizza luci e ombre, rendendo i volti dei personaggi prima inquietanti, poi spaventosi, la luce del faro è la salvezza non solo per i marinai che navigano nel mare avvolto dalla nebbia, ma anche per Winslow, il cui vero nome è Thomas Howard. Egli, infatti, prima di approdare sull’isola del faro, lavorava come boscaiolo in Canada, e Ephraim Winslow era il nome e cognome di un suo superiore, morto in un incidente. È probabile che Howard l’abbia ucciso, esattamente come ucciderà Wake.

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Quando Howard apre il vetro e si affaccia sulla luce del faro, la sua prima espressione è di stupore. Quello che vede (e che invece non vede lo spettatore) non sembra ciò che si aspettava. Successivamente inizia a ridere e non è chiaro se la sua risata derivi dalla visione di qualcosa di meraviglioso o di orribile. Potrebbe ridere per la delusione, dunque attraverso una risata isterica. La musica accresce e inizia a fondersi con una distorsione innaturale. È la risata di Howard, che si trasforma in un urlo sordo e incontenibile. Esistono squarci dell’esistenza nei quali l’unica cosa che l’essere umano può fare è urlare. Si urla per gettare fuori, per disfarci di ciò che gli occhi ci hanno mostrato, per dire al mondo la propria presenza, spesso nell’istante che precede la scomparsa. La serenità perduta, la soglia dell’abisso, l’imponderabile alle porte, tutto questo scatena le nostre urla.

Ci sono alcuni urli che sono entrate nella storia.

L’urlo del replicante di Blade Runner (1982) che scopre di essere una copia, di non essere l’originale, di non esistere se non per volontà altrui. C’è l’urlo di Munch (Skrik), in cui una creatura calva e angosciata si mette le mani sulle orecchie e urla guardando negli occhi lo spettatore, dunque guardando negli occhi sé stesso, perché è l’urlo dell’uomo moderno che scopre di non avere un’anima, e si tappa le orecchie per non sentire gli echi della propria disperazione propagarsi attorno a lui, perso nella solitudine. C’è l’urlo di Marion, in Psycho (1960), che, faccia a faccia con il proprio assassino, sorpresa dell’evento inaspettato, scopre che i mostri esistono davvero. E urla nell’invano tentativo di allontanare il proprio destino, di distanziare il proprio corpo da quello dell’assassino.

The Lighthouse - Fenomenologia dell'Urlo Finale
L’urlo di Munch, ovvero l’urlo della consapevolezza

L’urlo di Thomas Howard dinnanzi alla luce accecante del faro racchiude una serie di riflessioni che conducono lo spettatore alla domanda fondamentale che si nasconde nella parte più profonda dell’animo umano: cos’è la vita? Cos’è la morte?

Siamo convinti che vivere e morire siano due eventi differenti, solo incidentalmente connessi. Non sarebbe il caso di pensare alla morte mentre viviamo, ma questa è la più grande illusione dell’umanità. E The Lighthouse lo spiega con l’urlo di Thomas Howard.  

La scena dell’urlo racconta una storia diversa sulla relazione tra luce e ombra, tra suono e silenzio, tra vita e morte. Inizia nel momento in cui Howard apre la porticina che conduce alla cima del faro e ne contempla il contenuto quasi divino. A riempire il campo uditivo dello spettatore c’è un suono di fondo, uno stridore proveniente da non si sa dove, privo di significato, che però pervade la sua psiche, rendendo tutto il resto sordo e privo di importanza. Howard tramuta la sua risata in urlo e quel suono inizia a ritirarsi, come se venisse scolpito e pian piano modellato da indefinito a ben delineato: viene trasformato nella voce urlante del personaggio. Dal rumore di fondo emerge l’urlo, come se la voce prima fosse stata intrappolata in una forma priva di senso.

Si sottrae dominio all’oscurità e la luce cresce sempre di più, manifestando ciò che era nascosto. Si ritira per un momento il dominio alla morte per mostrare cosa sia la vita. Il suono indefinito è come un pezzo di marmo, e l’urlo è come la scultura che il regista/scultore ha ricavato con un lavoro di cesellamento. Ma non c’è differenza tra le due cose, tra il marmo e la scultura, tra la luce e l’ombra, tra la vita e la morte. Tutto è fatto della medesima polpa eterna, e dall’informe emerge la forma, ciò che il nostro occhio può riconoscere come vicino. Ma è l’atto del riconoscimento ad essere la vera illusione.

L’urlo distorto di Thomas Howard in The Lighthouse

Ciò che vediamo, ovvero l’espressione sul volto umano di Thomas Howard, e ciò che sentiamo, ovvero la voce roca del suo urlo, sono il prodotto di scarto di un atto artificiale, quello di Robert Eggers, che fa emergere dall’eterno ciò che timidamente si può considerare a noi somigliante. È l’esistenza degli uomini, costretti a ritagliare dal cosmo alcune poche forme tangibili e significative, pronte ad essere spazzate via dalla forza di ciò che ne sovrasta la potenza e i significati. È come se la vita fosse un sottile istante che emerge dall’eternità della morte.

Perché la vita di un individuo è un istante se messo in relazione con il tempo della morte, esattamente come la luce è un piccolo momento di chiarezza nel mare nero. Il faro è ciò che permette ai marinai di smettere di vagare nel nulla del mare, per trovare una direzione. E la voce di un essere umano è la piccola eccezione nello stridore universale che l’universo erutta mentre si espande verso l’infinito.

La vita emerge dalla morte e ne diventa l’eccezione, allo stesso modo in cui la voce di Thomas Howard emerge dal disturbo sonoro che pervade l’interezza dell’espansione universale. Il senso emerge dal caos, poiché l’uomo lo ritaglia dalla vastità di ciò che lo circonda, e ne fa emergere un’isola circondata da neri mari d’infinito, ponendoci una luce. Ma questo non lo salverà dal momento in cui l’indistinto eterno inghiottirà nuovamente ogni cosa, ogni voce, ogni luce. Ogni vita.

L’urlo di Thomas Howard crea attrazione e diffidenza allo stesso tempo. È la contemplazione della verità, un’epifania, ma allo stesso modo è l’esaltazione dell’annichilimento dell’esistenza. E non c’è differenza tra questi due impulsi. È l’uomo a creare il conflitto, ed è l’uomo che ne esce ugualmente sconfitto una volta rotta la linea di confine.

Leggi anche: The Lighthouse – Esistenza e mitologia tra Prometeo e Platone

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