«Il pazzo è un sognatore sveglio.»
Cos’è il genio? Cos’è la follia? Forse un giorno abbiamo avuto la risposta.
Jeans e camicia sbottonata con spavalderia, una cascata di capelli biondi che piove su una fronte corrugata, senza riuscire a domarne l’imponenza. Gli occhi, due fenditure incandescenti, divorano il palco. Una mano tiene il microfono, l’altra si protende minacciosa contro il pubblico. Volano insulti, bestemmie, invocazioni da messa nera. “Io sono il vostro Cristo!”. Il pubblico è in trance, ammaliato, partecipe di un’estasi collettiva che travolge la scena. Il suo nome era Klaus Kinski.
E nessun attore, forse, è stato mai così immerso nella pazzia e così dannatamente vicino a Dio.

Così ha inizio il documentario Il mio più caro nemico (1999), diretto da Werner Herzog, che ripercorre la storia del legame tra il regista tedesco e Kinski:
Un rapporto che va oltre quello regista-attore e che affonda le proprie radici nelle tenebre dell’animo di due grandiosi artisti, lì dove estro e pazzia si confondono.

«La mia vita è divisa in due fasi, con Klaus e senza. È stato un incontro determinante, di quelli che ti fanno credere nel destino»
Werner Herzog
All’inizio del documentario scopriamo che il loro incontro precede di molto il cinema: negli anni ’50, la famiglia poverissima di Herzog viveva in una pensione di Monaco, la stessa dove alloggiava un giovane Kinski. Werner, ancora adolescente, assisteva rapito e terrorizzato alle sue furie distruttive...
«Il giorno stesso del suo arrivo si chiuse in bagno. Restò lì dentro per tre giorni, quando uscì aveva ridotto tutto in mille pezzi»
Werner Herzog
Negli anni successivi, le loro vite scorrono su binari opposti. Herzog cresce nella solitudine, si forma da autodidatta, realizza corti e documentari agli albori del Nuovo Cinema Tedesco. Kinski, invece, vaga tra teatri e set, costruendo la propria leggenda di attore instabile e furioso.
I due si ritroveranno soltanto nel 1971, quando Herzog lo vorrà come protagonista del suo nuovo progetto da girare nel cuore della giungla amazzonica: Aguirre, furore di Dio.
Aguirre, furore di Dio: la natura punitrice
Aguirre, furore di Dio è forse il primo grande capolavoro di Herzog, un film che respira con la giungla che lo contiene. Girato con mezzi precari, la pellicola racconta la discesa nell’abisso di un gruppo di conquistadores guidati da un condottiero in preda al delirio. Kinski, con volto scavato e sguardo febbrile, diviene Aguirre.
Con Aguirre, Herzog e Kinski forgiano un mito sulla grandezza e la distruzione.
Girato con stile quasi documentaristico, il film mette in luce dei personaggi trascinati da un sogno che non comprendono più: El Dorado. Aguirre, qui, incarna perfettamente il concetto di hybris, l’eccesso umano che sfida la natura e il divino, credendo di poter piegare il mondo alla propria volontà. E a fermarlo sono gli indios, i quali, pur non vedendosi mai, sono il simbolo della giungla che punisce ogni tentativo di prevaricazione.
Nel finale, Aguirre resta solo su una zattera, circondato da scimmie, ultimo turbine di una follia che l’uomo non può controllare, domata soltanto dalla potenza silenziosa e incommensurabile della natura.

Tra Woyzeck e Nosferatu: tragedia e romanticismo
Passa qualche anno e, circa nello stesso periodo, Herzog, che nel mentre è divenuto uno dei registi più promettenti del panorama europeo, decide di realizzare due film, accompagnato sempre dall’instancabile Klaus: Woyzeck e Nosferatu, il principe della notte.

Tratto dalla tragedia ottocentesca di Georg Buchner, Woyzeck è la storia di un uomo-soldato annientato dalla società, dalla povertà, dagli esperimenti che lo riducono a cavia, ma soprattutto dal peso di un mondo che non lascia spazio alla dignità.
Woyzeck è un film antimilitarista e tragico, costruito come una parabola che accelera (scena iniziale) e poi rallenta (scena finale), fino al gesto irreparabile dell’uxoricidio (moglie rea di averlo tradito per un ufficiale più avvenente).
Woyzeck: «L’essere umano è un abisso, vengono le vertigini a guardar giù»
Herzog osserva tutto con pietà e distanza, rappresentando la dissennatezza come forma di resistenza alla crudeltà del mondo.

Herzog torna, poi, a confrontarsi con il mito, scegliendo di reinventare il capolavoro muto di Murnau: Nosferatu. Ma il suo rifacimento è ben più di un omaggio: un’opera che, dialogando con un cinema primordiale, elabora una grandiosa riflessione sul tempo e la memoria.
Kinski diventa il vampiro, e lo fa con una malinconia disperata che sostituisce il classico terrore con quello della solitudine.
Le inquadrature, dominate da nebbie lattiginose e figure isolate riprese di spalle, sembrano uscire direttamente dai dipinti di Caspar David Friedrich: dal Viandante sul mare di nebbia al Monaco in riva al mare, fino a L’abbazia nel querceto; la stessa tensione romantica verso l’infinito attraversa le immagini di Herzog.
Insieme, Kinski e Herzog così firmano un requiem romantico sulla condanna dell’eternità.
«La morte è spaventosa, ma ancor più spaventosa sarebbe la coscienza di vivere in eterno e di non poter morire mai.»
Anton Cechov

Fitzcarraldo: la conquista dell’inutile
Con Fitzcarraldo (1982), invece, Herzog torna a esplorare la giungla amazzonica, spostando, però, il centro su Fritzgerald: un sognatore che, attraverso la sua ossessione per l’Opera, tenta l’impossibile. E per farlo, vuole trasportare una nave su una montagna, con l’obbiettivo di creare un’impresa di caucciù per realizzare il suo folle sogno di ergere un’Opera a Iquitos.
Il sogno di Fitzcarraldo è la quintessenza della “conquista dell’inutile”: un’impresa che non porta vantaggi materiali, ma che esprime la volontà di creare bellezza in un contesto ostile, sfidando la logica e la natura.

La produzione del film fu leggendaria quanto il progetto stesso: Herzog si scontrò quotidianamente con Klaus Kinski, i litigi furiosi segnarono le riprese, e gli indios stessi arrivarono persino a proporre al regista di eliminare l’attore. Oltre ciò, la rottura della nave e incidenti di tutti i tipi (con anche delle morti durante la produzione) resero le riprese infernali. Ma nonostante tutto, il regista tedesco decise di non cedere a facili escamotage, convinto che solo il vero peso della nave e il reale fardello della montagna avrebbero reso credibile il sogno di Fitzcarraldo. Così, il film diventa esso stesso un atto eroico del sognare ad occhi aperti, un’impresa in cui finzione e realtà si fondono.
«Bisogna volere l’impossibile, perché l’impossibile accada.»
Eraclito
Cobra Verde: l’epilogo meta-cinematografico
Nel 1987 esce Cobra Verde, tratto da un libro di Bruce Chatwin. Non è di certo il miglior film del sodalizio, anzi probabilmente, il meno riuscito; eppure contiene una tale potenza da renderlo unico. Sì, perché nonostante la narrazione frammentaria, Herzog mette in scena una vera e propria ballata sulla solitudine, la sconfitta e l’inutilità del gesto umano. In un’Africa arida e spettrale, il bandito Francisco Manoel da Silva, interpretato da un Kinski incarna il fallimento del sogno di libertà: schiavista e schiavo allo stesso tempo, divorato dal desiderio di fuga e dalla condanna della realtà.
Cobra Verde ci ricorda che non tutte le conquiste portano bellezza: alcune mostrano solo il lato oscuro dell’ambizione umana, la tragedia di chi crede di dominare il mondo e finisce per soccombere al proprio stesso delirio.

Sul set, il rapporto ormai logoro tra Herzog e Kinski raggiunge l’apice del delirio: l’attore, furioso, costringe il regista a sostituire il direttore della fotografia, minacciando di lasciare il film.
Nel finale, Manoel tenta disperatamente di salpare, ma la barca resta immobile: un epilogo meta-cinematografico, specchio della carriera di Kinski, che come il suo personaggio resta prigioniero del proprio mito.
Dove Fitzcarraldo riusciva a trascinare la nave sulla montagna, Cobra Verde resta bloccato sulla spiaggia, sconfitto dal destino.
È al tempo stesso un addio: Kinski e Herzog si separano per sempre dopo questo film. Eppure, da quella tensione demoniaca, sono nati capolavori che hanno marchiato a fuoco la storia del cinema. Due pazzi visionari, due titani, ma soprattutto due uomini che, inseguendo l’impossibile, hanno cambiato per sempre la settima arte.




