Perché Barry Lyndon parla della crisi della Ragione del Presente?

Antonio Lamorte

23.03.2026

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Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Uno dei più grandi film mai fatti. Per chi scrive, forse, il preferito. Si è letto tanto e si è detto tanto di Barry Lyndon. Libri, monografie, articoli, video essay. Le curiosità infinite, sviscerate con precisione maniacale, ripetute con estenuante fatica. Le lenti Zeiss, la luce naturale, la locandina con la rosa calpestata, il tema di Händel usato come leitmotiv nei duelli, unici momenti in cui Barry Lyndon, nato con il nome borghese di Redmond Barry, vede, e affronta, finalmente se stesso.

La domanda che mette in difficoltà è: ha ancora senso, alla luce di tutto ciò, parlare di Barry Lyndon oggi? I meriti artistici ci sono e sono noti a tutti. Quelli storici anche. Però il cinema, quello che definiamo grande, quello che ci fa innamorare e ci strega ogni volta, ha bisogno di un senso di progressione per poter preservare quel senso di grandezza che ci irretisce.

Barry Lyndon
Barry Lyndon (Ryan O’Neal) legge un libro con suo figlio Bryan (David Morley).

Barry Lyndon e il rapporto con il Presente

Guardiamo la domanda da un altro punto di vista. Barry Lyndon è un film di 3 ore, ambientato nella seconda metà del Settecento. Sullo sfondo troviamo la Guerra dei sette anni che si consuma insieme a un’idea fin troppo romantica di aristocrazia che, nei barocchismi della (auto)rappresentazione, cela le crepe di quella capitolazione inevitabile che non sarebbe tardata ad arrivare. All’interno di questo contesto, un uomo, un borghese, tenta la scalata verso quel Paradiso in odore di decadenza. Lo raggiunge con fatica solo per poi esserne espulso, come tutti quegli angeli che desiderano troppo.

Può esserci, in questo vastissimo corpo narrativo, del materiale per riflettere sul nostro presente?

L’aristocrazia, con il suo potere e la sua rilevanza, è stata in larga parte spazzata via dalle rivoluzioni e dalle transizioni democratiche avvenute a partire dalla fine del XVIII secolo. Al di là dei monarchi che rivestono un ruolo prevalentemente simbolico in alcuni Paesi europei, si può dunque sostenere che l’aristocrazia, come ordine politico dominante fondato sulla nascita, sia ormai tramontata.

Questo sembrerebbe escludere la rilevanza che un film come Barry Lyndon potrebbe avere agli occhi di uno spettatore moderno. Eppure, possiamo iniziare a rintracciare qualche parallelismo.

Nonostante la fine dell’aristocrazia, esistono ancora delle classi dominanti, delle élite, che detengono in mano ricchezza, potere e mezzi. Anche oggi viviamo in tempi di guerre che, al di là dell’indignazione per l’atto crudele in sé, sembrano sporcare di incertezza la proiezione del nostro futuro. Incertezza dovuta anche a una sensazione costante, che ci sembra suggerire che la mobilità sociale non sia così dinamica come il nostro Presente sembrerebbe venderci. Questioni e timori che sono universali. Attuali oggi, negli anni ‘70 e nel Settecento.

Barry Lyndon
Redmond Barry si prepara a sfidare a duello il capitano John Quin per l’amore di sua cugina Nora Brady.

Ma vale la pena fare un discorso più profondo di questo. Sarebbe molto interessante, ad esempio, se ci interrogassimo sui motivi che hanno spinto il borghese Redmond Barry ad abdicare al suo nome, per inseguire quell’idea di potere che lo ha condannato, in fondo, a un’infelicità dietro l’altra. Anche in questo caso, il desiderio di ambire al tanto desiderato “qualcosa di più” non è un tema estraneo alla contemporaneità. Specialmente quando questa contemporaneità ha, da decenni, e senza ripensamenti, indossato la vestaglia elegantemente ornata del capitalismo.

Scriveva così il filosofo svizzero Alain de Botton nel suo bestseller sociologico L’importanza di essere amati del 2004:

«A parte l’equazione che stabilisce tra fare soldi ed essere una brava persona, l’ideale moderno di una vita di successo propone anche un ulteriore legame tra fare soldi ed essere felicità, […], si dà per scontato che l’enorme gamma di beni di consumo offerti dalla civiltà moderna non sia soltanto uno spettacolo appariscente e sfiancante, responsabile di alimentare desideri poco rilevanti per il nostro benessere, ma piuttosto un utile ventaglio di possibilità e prodotti, capace di soddisfare alcuni dei nostri bisogni più importanti.»

(Alain de Botton, L’importanza di essere amati)

Questo testo di de Botton, pubblicato con il titolo originale più urgente di Status Anxiety, è stato scritto e pubblicato prima che i social media colonizzassero il nostro tempo e la nostra attenzione. Per cui è molto semplice intravedere nelle parole sopra riportate un senso che sembra piazzare questo discorso in uno spazio “più presente” di quanto, forse, non lo fosse all’epoca della sua pubblicazione.

Partendo proprio da quel titolo originale del libro, è impossibile non pensare, oggi, a una vera e propria ansia che, bene o male, ognuno di noi ha o ha avuto, dovuta alla corsa per raggiungere prima di tutti, e meglio di tutti, quel fantomatico status la cui corretta definizione si perde nell’etere dei post e dei like di quella gente che lo ostenta.

Il filosofo svizzero Alain de Botton.

Redmond Barry sembra perdersi proprio tra le pieghe di questa ansia. Ha in mente il suo sventurato padre, morto in un duello per via di un banale debito. Vuole essere altro da ciò. Vuole essere nobile, dentro e fuori. Nella vita e nella morte. Il duello, ammesso che la situazione sia così grave da costringere due gentiluomini ad arrivare a ciò, è cosa buona e giusta se al centro della disputa vi è un ideale, che la sua mente proietta come eroico e romantico. Un amore, per esempio. Come quello per la sua frivola cugina Nora Brady, per la quale lui è disposto a battersi contro il codardo capitano John Quin.

Barry Lyndon e la Volontà di Schopenhauer

Redmond compie la sua lunga scalata verso quella nobiltà che tanto sogna attraverso un viaggio costellato dalle situazioni più disparate. Incontra una straordinaria varietà di personaggi, amici e ostili, raccomandabili e non. Compie coscientemente questo cammino solamente in virtù di quell’ansia, di quell’urgenza di raggiungere un posto nel mondo che lo elevi dalla comune plebe, dalla quale peraltro egli proviene. Urgenza che però conterrà in sé l’infelicità che alla fine caratterizzerà l’esistenza del fu Redmond Barry, infine noto con il nome di Barry Lyndon. Tuttavia, se al fine di questa analisi si ritiene necessario far subentrare il concetto di infelicità, non è possibile esimersi dal confrontarsi con chi dell’infelicità ne è stato forse il più grande profeta.

«È davvero incredibile come insignificante e priva di senso, vista dal di fuori, e come opaca e irriflessiva, sentita dal di dentro, trascorra la vita di quasi tutta l’umanità. È un languido aspirare e soffrire, un sognante traballare attraverso le quattro età della vita fino alla morte, con accompagnamento d’una fila di pensieri triviali.»

(Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

Nel dicembre del 1818, pochi anni dopo la fine delle guerre napoleoniche che avevano scosso dalle fondamenta le certezze della Storia, veniva dato alle stampe il celebre e controverso Il mondo come volontà e rappresentazione del teutonico Arthur Schopenhauer.

Nel suo magnum opus, il filosofo di Francoforte delineava la sua concezione della realtà e il rapporto tormentato che noi, persi in un profondo oceano di sofferenze, intratteniamo con essa. La realtà che ci circonda, afferma Schopenhauer, è soprattutto rappresentazione. Una costruzione della mente che non riesce a cogliere direttamente la vera essenza del mondo. Eppure, questa essenza dai lineamenti sfuggenti non è da cercare nel mondo esterno, perché essa si trova dentro di noi fin dall’inizio dei tempi. La sua presenza ha plasmato le nostre esistenze nel modo più tirannico possibile. Schopenhauer chiama questa essenza volontà.

Il filosofo Arthur Schopenhauer.

«Ciascun individuo, ciascun volto umano e ciascuna vita non è che un breve sogno dell’infinito spirituale naturale, della permanente volontà di vivere; non è che una nuova immagine fuggitiva, che la volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile di fronte all’immensità di quelli, e poi cancellandola, per dar luogo ad altre.»

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

La volontà è l’irrazionalità, il desiderio perpetuo che mai potrà essere soddisfatto in maniera definitiva. La condizione che ci spinge a muoverci, nel pieno della nostra insoddisfazione, dalla posizione attuale. Solo per raggiungere però una nuova destinazione che, in men che non si dica, sarà la fonte della nostra ritrovata infelicità, eterna compagna delle nostre tristi vite.

Se si sovrappone questa visione, che trasforma il desiderio umano in principio cosmico, alle avventure di Barry Lyndon, ci si accorge di come il protagonista incarni perfettamente l’archetipo dell’uomo secondo Schopenhauer. Barry è continuamente, vicenda dopo vicenda, mosso dal desiderio di migliorare la sua posizione sociale. Questo accade perché si ritrova a essere, di volta in volta, insoddisfatto della sua posizione corrente.

Barry Lyndon
Redmond Barry arruolato nell’esercito inglese.

Nel corso del film, Redmond Barry è borghese, soldato, spia al servizio della corte prussiana, valletto al servizio di nobili giocatori d’azzardo, nobile. La sua è una storia che parte dalla staticità della campagna irlandese.

Attraversa i campi di battaglia dell’Europa dilaniata dalla guerra.

Prosegue per le eleganti corti dei nobili che in piena decadenza spirituale si rifugiano nel gioco e nelle frivolezze della mondanità.

Termina, infine, ancora una volta nell’immobilismo della vasta residenza inglese ottenuta grazie al matrimonio con Lady Lyndon.

In ognuna delle vesti indossate, in ciascuna delle scenografie attraversate, Barry Lyndon è stato, a un certo punto e per la maggior parte del tempo, un uomo infelice.

La Crisi della Ragione nell’Età dell’ (Nuovo) Illuminismo

Ogni periodo storico ha le sue contraddizioni. L’Illuminismo, periodo in cui si ambientano le sventure di Redmond Barry, forse ne ha di più di altri. È l’età della Ragione, della fiducia assoluta nel progresso, della diffusione del sapere. Ma è anche l’età del colonialismo, della schiavitù e delle battaglie combattute andando incontro, ordinatamente, all’esercito avversario mentre quest’ultimo, con la stessa schizofrenica tranquillità, scaricava sui nemici centinaia di colpi esplosi dai moschetti.

Non è in fondo così curioso che Stanley Kubrick fosse stato così attratto da questo periodo storico. Lui che, fino a quel momento (e come farà anche successivamente) aveva sempre messo al centro di tutti i suoi film la disfatta della Ragione. Applicare dunque questo teorema filmico, che quindi è allo stesso tempo un teorema filosofico e politico, a una storia che si ambienta nell’epoca in cui, a partire dal sapere aude di kantiana memoria, si è sacrificato ogni cosa all’altare della Ragione (forse persino la Ragione stessa), è davvero un atto di fulgida coerenza creativa.

Barry Lyndon
Barry Lyndon nel momento di massimo sconforto dopo la morte del figlio Bryan.

Il 1789 è l’ultimo anno coperto dall’imponente narrazione di Barry Lyndon. Si può scorgere la data in una delle inquadrature finali, sull’assegno di mantenimento che Lady Lyndon sta firmando per il suo sfortunato marito. Schopenhauer ha enunciato le sue considerazioni dopo la fine dell’Illuminismo, che storicamente si fa coincidere proprio con il 1789, anno della Rivoluzione francese.

Ma ad accorgersi delle crepe interiori di questa fantomatica età dell’oro ci aveva già pensato un noto esponente dell’Illuminismo scozzese. Infatti, è stato proprio l’empirico David Hume ad affermare nel suo Trattato sulla natura umana le seguenti parole:

«La ragione è, e deve solo essere, schiava delle passioni, e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di obbedire e di servire ad esse.»

(David Hume, Trattato sulla natura umana)

Questa enunciazione ci può aiutare nel confronto che abbiamo posto a monte di questa analisi, ovvero il rapporto tra Barry Lyndon e il Presente. Sul fatto che i tempi moderni possano definirsi come un Nuovo Illuminismo pare forse eccessivo ai fini di questa disamina.

Tuttavia ci sono senza ombra di dubbio delle similitudini.

La totale e incondizionata fiducia nello sviluppo della tecnologia, anche quando quest’ultima presenta dei problemi etici non da poco. La capillare diffusione del sapere che, grazie all’avvento di Internet, ha democratizzato la conoscenza. Ma anche quelle contraddizioni analoghe a quelle dell’Illuminismo ripresentate in maniera coerente col nostro presente. Il propagarsi delle tensioni e delle guerre. L’obnubilazione della mente sottoposta al costante flusso incontrollato di fake news. La progressiva perdita di barriere morali che rendono ogni parere, anche il più umanamente abietto, legittimo.

Ritratto del filosofo David Hume.

Per ritornare a Hume, queste contraddizioni, oggi come allora, sono riconducibili al ruolo dominante che le nostre passioni hanno sulla nostra Ragione. Dove le nostre passioni, soprattutto in questo contemporaneo così superficiale, sono quei “desideri poco rilevanti per il nostro benessere” di cui parlava Alain de Botton. Gli stessi che, onnipresenti per via di quella straordinaria capacità di autorigenerazione, ci conducono in ogni fase della nostra esistenza. Ogni fase che, va da sé, in maniera più o meno costante, ci fa guardare alle nostre vite come a un triviale “languido respirare”, per riprendere le parole del pessimista più celebre della Filosofia.

Forse è questo ciò da cui ci mette in guardia Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

Di come sia facile cadere preda dell’ambizione più immotivata. Di come anche una mente razionale, che sopravvaluta se stessa, sia in realtà sistematicamente dominata dalle pulsioni più feroci, grevi, e perciò meravigliosamente umane. E di come, infine, forse, non valga la pena adoperarsi tanto per dei successi all’apparenza così sfavillanti. Perché essi, per quanto sgargianti e degni di qualsiasi apostolica ammirazione, conducono sempre verso lo stesso prevedibile e sconfortante finale.

«Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.»

(Stanley Kubrick, Barry Lyndon)

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  • Antonio Lamorte

    "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos." - Henry Miller

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