Il significato di Aftersun e il senso che capiamo troppo tardi

Danilo Petrassi

14.04.2026

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Provare a ricordare un ricordo d’infanzia è come lavorare su un materiale incompleto, disordinato e, a volte, frammentato. Hai un mucchio di foto, qualche video tremolante, magari addirittura una ripresa di un evento in cui qualcuno ride fuori campo e tu non capisci nemmeno perché stia ridendo. Eppure, quando li riguardi, non ti sembrano mai “documenti”. Ti sembrano indizi.

Perché le immagini non ti restituiscono il passato, ti restituiscono la distanza. Ti fanno vedere quanto eri piccolo e quanto gli adulti intorno a te fossero, in realtà, giovani. Ti fanno notare dettagli che allora non avevi la capacità di leggere. Una pausa strana. Uno sguardo perso. Un sorriso che sembra normale finché non ti accorgi che è tenuto su a fatica.

Aftersun vive esattamente dentro questo meccanismo. Non ricostruisce l’infanzia come un album ordinato, la restituisce come la ricordiamo davvero, cioè a frammenti, con vuoti, con scarti. E in quei vuoti spesso si annida il significato, perché a volte ciò che ti segna non è l’evento gigantesco, ma le piccole cose che hanno preso senso solo dopo.

Charlotte Wells, la regista della pellicola, ha raccontato che il film nasce proprio da un impulso molto personale ed è ispirato alla sua storia e ai ricordi di una vacanza con suo padre. Proprio per questo si muove nello spazio ambiguo tra memoria e immaginazione, tra ciò che si ricorda e ciò che si ricostruisce nel tentativo di dare un senso. Ed è un punto fondamentale. Il film non propone una verità definitiva, ma piuttosto invita a cercarla con la speranza di interpretarla.


L’infanzia non come trama, ma come montaggio

La vacanza al centro di Aftersun è, in superficie, semplice. Un padre giovane, Calum (Paul Mescal), e sua figlia Sophie (Frankie Corio), undici anni, in un resort. Giornate in piscina, buffet, sala giochi, serate con spettacoli da villaggio, rientri in camera, piccole conversazioni. La sostanza, però, non sta in ciò che succede. Sta in ciò che resta. Il film lavora come lavora la memoria. Non ti dà una linea temporale pulita, ma una sequenza di istanti che sembrano scelti a caso, e poi capisci che non sono casuali. Sono emotivi. 

Per questo i momenti più importanti di Aftersun sono spesso i più tranquilli. Una conversazione che non conclude niente, un silenzio che dura un secondo in più, un gesto che nel cinema tradizionale sarebbe “di passaggio” e qui diventa un indizio. La vita del resort funge da superficie liscia. Da bambini ci scivoli sopra. Da adulti ci torni e ti accorgi che sotto c’era profondità.

Significato di Aftersun

Dentro questa struttura, la videocamera è un oggetto simbolico perfetto. Perché promette una prova, ma non promette una comprensione. Ti fa vedere tuo padre in movimento, la sua voce, un sorriso. Ma non ti restituisce quello che non sapevi leggere. È come avere un archivio pieno di immagini e renderti conto che la cosa che manca è proprio la lingua con cui interpretarle.

E allora il ricordo, nel film, diventa una forma di ricostruzione. Non stai solo ripensando, stai cercando. Stai tornando sui dettagli come si torna su un frame, ingrandendo, rallentando, chiedendoti cosa ci fosse dietro. Il film ti mette nella posizione di Sophie adulta, che non può più chiedere chiarimenti al passato e quindi lo riascolta, lo riguarda, lo ripercorre. A scatti. A tentoni. Come facciamo tutti quando un ricordo non vuole stare fermo.

La noia come tempo prezioso, quando ancora non lo sai

Ma se c’è una verità che impariamo tardi è che i momenti che da bambini chiamiamo “noia” spesso sono i momenti che da adulti ci mancano di più. La noia, quando sei piccolo, è un fastidio perché il tempo non passa. Quando cresci, capisci che era un lusso. Tempo non finalizzato. Tempo senza l’obbligo di essere utile.

Aftersun ha il coraggio di stare lì. Non taglia via i tempi morti per arrivare “al punto”. Perché il punto – in quella fase della vita – è il fatto di essere presente senza farci caso. Sophie e Calum passano giorni in cui non succede niente di memorabile e proprio lì si costruisce il ricordo. Nel ritmo delle giornate, nei piccoli rituali, nella normalità che allora ti sembra eterna.


Poi succede il ribaltamento. Crescendo, ti accorgi che quei momenti “vuoti” erano pieni di tentativi. Pieni di un padre che prova a essere presente mentre, forse, sta combattendo una battaglia invisibile. Pieni di una bambina che osserva e registra senza sapere che sta registrando. Non a caso, la potenza emotiva di questo viaggio così ordinario è racchiusa in una frase detta da Sophie, con naturalezza: 

«I think it’s nice that we share the same sky.»

Condividere lo stesso cielo è una forma di vicinanza minima e immensa insieme. Non dice “restiamo per sempre”. Dice “siamo qui, nello stesso mondo, nello stesso momento”. E quando quel momento diventa passato, capisci quanto era vero.

È qui che la noia diventa una cosa diversa. Diventa una prova involontaria di felicità quotidiana. Quella felicità che non fa rumore, che non sembra “importante” mentre accade, ma che in seguito ti perseguita proprio perché era pura presenza.

C’è un secondo tema che si intreccia naturalmente con quello dei ricordi frammentati, ed è forse il più universale. Aftersun parla del momento in cui inizi a capire i genitori. Da piccoli, i genitori sono ruoli. “Il genitore” è un blocco unico, un personaggio stabile, un adulto. Non lo vedi come un essere umano pieno di contraddizioni, paure, stanchezze, debolezze. E non è una colpa. È un limite affettivo. Il bambino ha bisogno di credere che l’adulto regga.

Poi cresci e, un giorno, guardi una foto o un video e ti accorgi di una cosa banale e devastante. Era giovane. Era più giovane di quanto te lo ricordi. E quella giovinezza, improvvisamente, rende tutto più fragile. Perché se era giovane, allora era anche vulnerabile. Se era giovane, allora stava imparando. Se era giovane, allora non aveva tutte le risposte, e forse non le aveva nemmeno per sé stesso.

La regista ha raccontato proprio questo tipo di rivelazione: l’impressione di vedere un padre giovane in quelle immagini e di sentire lo scarto temporale come un colpo. E da quel colpo nasce una nuova lettura del passato. Non cambiano i fatti. Cambia la tua capacità di leggere il momento passato.

Aftersun

In questo senso, Aftersun è anche un film sull’alfabetizzazione tardiva dei genitori. Sophie adulta torna indietro e prova a interpretare Calum non solo come “papà”, ma come persona. Prova a capire cosa c’era dietro certi silenzi, dietro certe assenze momentanee, dietro certi sguardi che da bambina potevano sembrare normali.

Inoltre, Wells ha parlato di come i genitori spesso performino un ruolo davanti ai figli, e di come i figli vedano quel ruolo più della persona. Il film nasce da questo scarto. Da ciò che un bambino può vedere e ciò che un adulto capisce dopo, quando ormai la distanza rende tutto più leggibile e più doloroso.

E c’è una cosa che il film suggerisce senza trasformarla in una sorta di predica. Capire tardi non è solo una sconfitta. È anche una forma di amore. Perché significa che continui a tornare su quella persona. Continui a cercarla. Continui a darle spazio dentro di te, anche quando il tempo ha già fatto il suo lavoro.

Il significato che si accende dopo, e perché fa così male

Il meccanismo centrale di Aftersun è semplice e spietato. Il significato arriva in ritardo. E spesso arriva attraverso dettagli minuscoli. Non sono le grandi dichiarazioni che ti tornano in mente. Sono le piccole storture. Un modo di ridere che non era del tutto felice. Un gesto gentile che oggi ti sembra anche disperato. Un attimo in cui ti accorgi che qualcuno sta cercando di tenersi insieme.

Molti hanno letto Aftersun come un film sulla frammentazione della memoria e sulla perdita, sul modo in cui ricostruiamo le persone amate quando non possiamo più chiedere spiegazioni. Il punto non è arrivare a “capire tutto”. Il punto è sentire l’urgenza di capire, e accettare che quell’urgenza farà parte di te.

È qui che l’infanzia, come idea, si ribalta. Da bambini viviamo dentro i giorni. Da adulti viviamo dentro le versioni dei giorni che siamo riusciti a salvare. E quelle versioni non sono fedeli. Sono parziali. Però sono vere in un altro modo, perché ti insegnano che l’amore spesso c’era anche quando tu eri troppo piccolo per riconoscerlo.

E allora anche la noia diventa una specie di rivelazione tardiva. Non era tempo vuoto. Era tempo condiviso.

Aftersun è un film che non offre una spiegazione comoda. Costringe a stare in una zona in cui la memoria non è una certezza, ma è un tentativo. Ti fa pensare che la noia dell’infanzia non era vuota. Era piena di vita che stava passando mentre tu non avevi ancora gli strumenti per darle un nome; ti fa pensare che i dettagli minuscoli non sono minuscoli, sono semi che pianti senza volerlo, e poi anni dopo ti accorgi che sono cresciuti dentro di te.

E soprattutto ti fa pensare che molti ricordi non li conserviamo per nostalgia, ma per riparazione. Perché a un certo punto vogliamo rivedere meglio. Vogliamo dare un senso a ciò che allora non ne aveva uno

Alla fine, un film così non ti lascia con una risposta, ma ti lascia con un gesto. Quello di tornare su un frammento e guardarlo senza fretta. Come si fa con certe immagini sgranate che non diventano mai nitide, però, più le guardi più capisci che non devono diventare nitide. Devono essere vere.

E a volte la verità, quella che arriva tardi, ha proprio questa forma. Un fotogramma incompleto che continui a portarti dietro, non perché ti manca il passato, ma perché dentro quel passato stai ancora imparando a leggere qualcuno. E, nel frattempo, stai imparando a leggere te.

Leggi anche: La storia dei ricordi raccontata da Alina Marazzi

Autore

  • Danilo Petrassi

    Autore di “Shrekologia. La fiaba antifiaba” (Mimesis, 2025) e - per ora - dottorando.

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