Significato di Carrie – La Rivincita degli Eretici

Gabriele Vinci

31.05.2026

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Esistono opere che sembrano nascere già maledette, come se fossero state scritte con il sangue ancor prima che con l’inchiostro. Carrie, primo romanzo pubblicato da Stephen King, appartiene proprio a questa categoria. Sembra strano ma King, appena concluso, gettò via il libro, convinto che nessuno avrebbe voluto leggere la storia di una ragazza emarginata, delle sue mestruazioni, del suo mal di vivere adolescenziale. Fu sua moglie Tabitha (per fortuna aggiungerei), a recuperare quelle pagine dal cestino, quasi fosse un vecchio manoscritto proibito e ormai perduto.

E in effetti quella di Carrie è proprio una storia proibita: parla di un’incompresa, una freak, un’eretica, una Giovanna D’Arco del XX Secolo, o, più semplicemente, di una ragazza nata nella purezza e morta nella depravazione.

Carrie White

Il fil rouge (di sangue)

Il libro ebbe un successo planetario ma, sarà De Palma, due anni dopo, a sublimare l’opera scritta in pellicola, realizzando il perfetto connubio tra melodramma adolescenziale e l’orrore più spettrale, riuscendo nell’impresa di non cascare nel camp.

E l’apertura ci suggerisce già tutta la sua eterogeneità.

Infatti, la macchina da presa parte attraversando gli spogliatoi femminili con movimenti lenti e fluidi, quasi liquidi, accarezzando i corpi nudi delle ragazze in una dimensione delicatamente sospesa, a tratti softcore; così disorientante che ci sembra di aver sbagliato film. Ma questa sensualità nasconde qualcosa, pare quasi dominata dalla presenza di uno sguardo invisibile, metafisico, quasi divino della cinepresa. È il più classico dei voyeurismi di De Palma che, nel ricercare il dualismo tra la curiosità dell’occhio e la peccaminosità del fatto, troverà il suo marchio di fabbrica.

L’arrivo del sangue mestruale, però, spezza brutalmente quella sospensione quasi erotica.

Un urlo, sopraffatto. lo sguardo della protagonista sembra quasi deformarsi dalla paura. Perché Carrie si comporta in quel modo?

Carrie White si accorge di avere le mestruazioni.

Carrie White (e il cognome “White” non è certo casuale, simbolo di purezza) è entrata nel mondo “dei grandi” attraverso il sangue, e nel sangue finirà sommersa.

In questo senso il film vive su una struttura circolare.

È la distruzione della angelicità di lei per mezzo della cattiveria sociale. Per questo Carrie è uno dei più grandi film sul bullismo mai realizzati, in quanto comprende perfettamente la natura angosciante dell’umiliazione.

Interessante pensare che in quegli anni usciva e spopolava nelle sale di tutto il mondo, con ampio consenso della critica, American Graffiti, film generazionale sulla storia di un gruppo di liceali nei gloriosi anni ’50; ma laddove George Lucas mitizzava l’adolescenza americana con nostalgia, De Palma ne mostra il lato oscuro.

L’ombra di Nietzsche

Il cuore autenticamente disturbante dell’opera risiede soprattutto nello spauracchio del fanatismo religioso incarnato dalla madre di Carrie, interpretata da Piper Laurie. La religione nella pellicola è vista come repressione della corporalità e del desiderio femminile, risolvibile solo tramite un culto patologico della colpa. Insomma la descrizione nietzschiana della religione cristiana si incarna nella figura della madre. Nietzsche, infatti, vedeva il cristianesimo come una religione fondamentalmente ostile alla vita.

Ritenendola una dottrina che ha il corpo come nemico per eccellenza, tutto ciò che è carnale viene bollato come peccato. La sessualità in particolare è fonte di colpa. Colpa che è lo strumento centrale di controllo. Così il fedele viene addestrato a sentirsi costantemente in debito con Dio, portando il “peccatore” a non ribellarsi mai.

Nietzsche chiama questo sistema valoriale “morale degli schiavi” (poiché inverte la vita e ne premia la rinuncia). Questa sua avversione nei confronti della morale cristiana, viene espressa in maniera più approfondita nel suo libro più feroce L’Anticristo, in cui arriva a dire che il cristianesimo è stato la più grande maledizione dell’umanità, in quanto “ha convinto gli esseri umani a odiare se stessi”.

Il celebre libro di Nietzsche sulla religione cristiana.

«Quale luogo spaventevole ha saputo fare della terra il cristianesimo, già per il solo fatto di aver collocato ovunque il crocifisso, e per aver in tal modo designato la terra come il luogo in cui il giusto viene martirizzato a morte!»

(Friedrich Nietzsche)

La trasformazione biologica viene, dunque, percepita dal genitore come punizione del peccato, e per questo Carrie non può avere contatti con nessuno. È proprio questo isolamento a renderla strana agli occhi degli altri. Come ogni adolescente, non vuole altro che essere normale, truccarsi, uscire con i ragazzi, come fanno le altre, nulla di più. Ma tutto le viene negato in nome della parola di Dio, che per Margaret White viene prima della figlia stessa.

De Palma riesce a tradurre visivamente questo delirio integralista. La casa di Carrie sembra una cappella mortuaria, uno spazio soffocante dominato da statue sacre, candele e santini.

La sequenza della morte della madre resta un’immagine estremamente potente, nel suo essere turpe: trafitta dai coltelli da cucina e inchiodata contro la parete, la donna assume una postura che ricalca grottescamente la crocifissione del Messia. Un’immagine blasfema e mistica insieme, che sintetizza perfettamente il cinema di Brian De Palma.

Il martirio della madre

L’angelo caduto

E poi c’è LA SCENA. Una scena hitchcockiana per eccellenza (e in questo film sono evidenti le influenze del maestro del brivido: dalla colonna sonora alla costruzione della suspense). De Palma costruisce la sequenza del ballo da sembrare una fiaba: Carrie finalmente accettata, finalmente amata, finalmente integrata nel mondo. Così per alcuni minuti il film sembra quasi dimenticare la propria natura horrorifica.

L’angelo caduto, Alexandre Cabanel 1847

La tensione si dissolve in una dimensione da sogno. Ma più la scena si fa dolce e più l’orrore diventa imminente e inevitabile. Il lento movimento della macchina da presa verso il secchio di sangue di maiale sospeso sopra il palco genera un’attesa insostenibile; la speranza che tutto ciò non succeda, deve fare i conti con la consapevolezza dell’esatto opposto.

Cade il sangue, cade la speranza, cade il compagno di Carrie (tramortito in seguito alla botta del secchio), cade un’ombra di terrore che sembra aleggiare come un’entità demoniaca: è Carrie e il suo sguardo di Satana. Il film cambia forma.

Non c’è più melodramma adolescenziale che tenga: benvenuti nell’apocalisse!

Carrie ricoperta di sangue di maiale.

La vendetta telecinetica di Carrie è pura liberazione; chi guarda prova paura, ma è profondamente contento di ciò che sta accadendo. Si sprigionano le fiamme, gli idranti prendono vita. Neanche chi l’ha sostenuta, come Miss Collins, la professoressa di educazione fisica, può avere scampo.

Carrie ha perso ogni sua connotazione di fragilità per tramutarsi in una macchina infernale. Nella palestra è appena arrivato Lucifero. (l’angelo caduto appunto).

Gran parte di questa potenza emotiva del film deriva naturalmente dalla performance di Sissy Spacek. Curioso che nel romanzo di King per esempio, Carrie sia sovrappeso; Spacek invece è magrissima, quasi scheletrica. Ma proprio questa corporeità spettrale rende il personaggio ancora più perturbante. Il suo volto scavato, gli occhi spiritati, la postura contratta la fanno sembrare una creatura uscita da un freak show. E la Spacek riesce nell’impresa rarissima di rendere Carrie contemporaneamente vittima e mostro.

Eretici e inquisitori

Con Carrie, De Palma realizza un’opera poetica su un’America puritana che genera i propri mostri attraverso la repressione. Un film dove l’orrore nasce dalla crudeltà umana prima ancora che dal soprannaturale. E forse è proprio questo a renderlo così immortale.

Il finale di Carrie possiede, inoltre, una dimensione quasi da revenge movie esoterico, come se l’intero film raccontasse la rivalsa improvvisa degli eretici contro i propri carnefici. De Palma ribalta radicalmente le coordinate dell’horror classico: i veri mostri non sono Carrie o i suoi poteri telecinetici demoniaci, ma gli “inquisitori” che l’hanno umiliata.

La palestra in fiamme diventa allora il luogo di una vendetta dalle connotazioni bibliche, una sorta di giudizio universale, però dal basso e scatenato da chi è stato escluso dal consesso umano. Eppure la vittoria di Carrie dura pochi istanti, perché il suo destino resta inevitabilmente tragico. Carrie muore. Nessuno esce davvero vincitore da quella terribile notte. Tutti perdono.

La caduta degli angeli ribelli, Rubens

Sotto questo aspetto, Carrie anticipa anche quella riflessione sull’America suburbana che dieci anni dopo ritroveremo in Blue Velvet di David Lynch. Dietro l’apparente perfezione della provincia americana (le scuole, i balli scolastici, le villette, il conformismo borghese). De Palma mostra un universo marcio, dove sotto una superficie idilliaca, si nasconde la repressione sociale e la violenza. Il liceo di Carrie è un luogo dove il branco individua e sacrifica il diverso per preservare la propria normalità. Per questo motivo, l’orrore del film è da cercare nell’America stessa.

Blue Velvet (1986)

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