Cosa significa essere umanità?
Al di là delle imprese gloriose, del nome, cosa resta dell’umano quando tutto è perduto?
Per rispondere, Christopher Nolan ci consegna la sua personale Odissea, una storia intima e al tempo stesso collettiva. Non è un cerchio che si chiude, ma un arco teso che finalmente può scoccare la sua freccia. Ed è una corda che continua a vibrare dentro lo spettatore dopo l’uscita dalla sala, perché nonostante i suoi 3000 anni, l’Odissea ha ancora molto da dirci.
Odissea: andare indietro per proseguire
Come dichiarato dal regista, in tutti i suoi film c’era qualcosa dell’Odissea. Molti personaggi di Nolan sono racchiusi in questa pellicola: Leonard Shelby e il suo eterno presente privo di memoria; c’è Cooper con il suo amore per i figli e l’angoscia del tempo; c’è Dom Coob e il suo errare nei sogni; c’è Oppenheimer e la colpa dell’aver creato un’arma distruttiva (nel caso di specie, l’inganno del cavallo).
Il poema è trattato come argilla, perché il regista con tagli, aggiunte e pedisseque riproduzioni dimostra la potenza delle Storie e la necessità di mantenere viva una memoria collettiva.
Navigando verso occidente, seguendo il tramonto dell’età del bronzo, è impossibile non immedesimarsi in questa nuova interpretazione di Ulisse. Anche noi siamo diretti verso il tramonto del mondo come lo conoscevamo. E come i naviganti antichi usavano le stelle per orientarsi, così l’umanità del 2026 ha bisogno di storie per trovare una strada diversa. Ma per scegliere una nuova meta e una nuova prospettiva, bisogna conoscere da dove si è partiti. Per questo dopo aver raccontato la storia di Oppenheimer e del Trinity test, quale punto più alto (o più basso) del progresso tecnologico, Nolan torna all’origine.
E non esiste archetipo migliore di Ulisse per viaggiare a ritroso, tornare ai miti e alle fondamenta della nostra civiltà.
Ulisse è un eroe multiforme: può essere tutti e nessuno. L’uomo della ricerca, dal lungo viaggio, assetato di conoscenza e innamorato della sua terra. Un personaggio immortale e versatile in grado di adattarsi all’interpretazione di ogni epoca.
Cantami, o Diva

Oltre al tema del Nòstos, questa Odissea ha molti elementi della Recherche di Proust. Itaca non è una meta da tenere a mente, quanto più un ricordo da ritrovare.
Ulisse è un uomo astuto, ama la moglie, ma rispetto alla sua controparte cartacea la tradisce più psicologicamente che fisicamente. Un padre nostalgico, consapevole che il tempo perduto con suo figlio non tornerà mai e per questo lo tratta subito come un adulto, senza abbracciarlo. Ulisse è anche un compagno di viaggio pericoloso: ambiguo, reticente, ambizioso. Se l’Odisseo di Omero è un uomo piegato da mille dolori, ma sempre centrato in sé stesso e confidente nella forza del proprio cuore, quello interpretato da Matt Damon è un uomo complesso e col cuore a pezzi, con frammenti di sé caduti nell’Oblio. Un abisso in cui saranno risucchiati irrimediabilmente i suoi compagni. Come già mostrato in Inception, nulla è più pericoloso di un uomo grandioso ma irrisolto.
Nella pellicola di Nolan, è l’inconscio di Odisseo la vera Cariddi, le Sirene sono le sue ambizioni, l’occhio accecato di Polifemo è negazione del senso di colpa, Circe è la personificazione dell’orrore che trasforma l’animo di chiunque sia stato testimone della brutalità. Calipso è il narcisismo di un uomo che resiste al cambiamento imposto dal tempo e dalle conseguenze di quanto vissuto.
Quello che vuoi di più è quello che men puoi avere.
Quel che meno puoi avere è quello che avevi già e che hai perso.
cit. di Ulisse nel film
Mnēmosýnē
E’ un Ulisse amaro che potrebbe essere un personaggio di Cesare Pavese, perché è un uomo alla costante ricerca di qualcosa che porta dentro al suo cuore, ma la maggior parte del tempo non sa cosa sia. Se nei Dialoghi con Leucò Ulisse ha a mente Itaca, come meta fisica ed emotiva, quello interpretato da Matt Damon somiglia più ad Anguilla, il protagonista de La Luna e il Falò. Un uomo inafferrabile sempre intento fuggire via, senza un perché. Ulisse non ha un rapporto lineare con Itaca e le sue origini, non pensa ai genitori Laerte e Anticlea (mancanti nella pellicola), non rimugina sul tempo perduto con la moglie e col figlio.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti»
(Cesare Pavese, La Luna e il Falò)
Al di là dei mostri e del mare infinito, del tempo, l’Ulisse di Nolan ha disseminato pezzi di sé in tutto il suo errare, che tenta di raccogliere, come i frammenti della sua nave sulle rive dell’isola di Calipso, ma senza sapere cosa farsene.
Le tappe del suo viaggio, dalla piana di Troia all’isola di Ogigia, non sono il tentativo di ritorno a casa. Sono una discesa verso l’ oblio di sé. Perché l’uomo dal multiforme ingegno, così versatile e scaltro, non sa trovare un significato al suo vissuto. Si dimentica di sé stesso. Ciò che porta nel cuore è un fardello pesante: sono il senso di colpa e la vergogna ad essere la maledizione di Poseidone.

Il tema della guerra e delle sue conseguenze è il perno che sostiene tutto il film.
La vera bestia non è il ciclope antropofago Polifemo: è l’uomo che si lascia andare ai sentimenti più efferati dimenticandosi dei principi di fratellanza e ragione che hanno reso la Grecia (e l’occidente) un faro di civiltà. Quando in nome di un ordine precostituito dispotico si percorrono vie imposte, frutto di ideologie e prospettive non scelte, lì la barbarie umana trova sfogo, mascherata da disciplina e fedeltà.
E questi sensi di colpa Ulisse tenta di negarli con tutto se stesso, così come nega la vista al ciclope.
Il vero mostro, nell’Odissea di Nolan è la negazione della memoria, perché perdere la memoria significa isolarsi, distaccarsi dall’umanità e dalla sua storia, da “Itaca”.

L’arco della memoria
“Ahimè! Di quante cose i mortali accusano gli Dei!
Dicono che i loro mali vengono da noi; ma anche
da soli, con la loro empietà, subiscono grandi sciagure”
Odissea, Libro I
Mano a mano che Ulisse ricorda il suo viaggio, il suo animo si tende. La memoria in questo film non è un mosaico da comporre, ma un arco da tendere per scegliere in quale direzione scagliare la freccia della nostra vita. Tornare indietro ha senso solo per andare avanti. Non tutti hanno la forza di tendere l’arco della memoria, di restare saldi nel momento di massimo carico mentre si punta il bersaglio: quando il peso dei ricordi diventa dolore sempiterno e fatica immutabile.
Nel caso di Ulisse, al di là dei Proci, il suo bersaglio sembrerebbe l’amore di Penelope. Il wanax di Itaca, però, è condannato a guardare sempre oltre, non è un uomo in grado di vivere il presente e non lo sarà mai.
Nell’epopea di Nolan, la regina di Itaca non è soltanto una moglie devota o una donna tenace, ma è una tappa del suo viaggio. Penelope, con la sua spilla, è un vero e proprio principio di realtà, è la forza sopita nel cuore di Ulisse in grado di ricomporre la sua memoria e e compattare i suoi muscoli per tendere l’arco e andare avanti. Ma guardare negli occhi la moglie, vederla invecchiata e indurita, significherebbe guardare negli occhi le conseguenze che la guerra produce in chi resta: solitudine, angoscia e tragedia.
E così, alla fine del film scopriamo che Ulisse stesso non è altro che una tappa del viaggio dell’umanità.
Un mezzo per consegnarci una storia e una nuova prospettiva.
Ulisse è l’arco della nostra memoria.

Odissea: La seduzione della guerra
«Noi tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice -.
Così dicevano, alzando la voce bellissima; allora il mio cuore
voleva ascoltare: ordinavo ai compagni di sciogliermi.»
Odissea, Libro XII
La guerra è come il canto delle Sirene. Affascina l’uomo, promette gloria ed esaltazione, la morte in battaglia esonera dall’onere di vivere con dignità, perché a prescindere da tutti gli orrori commessi, chi cadrà al fronte sarà glorificato. Ma è solo un’illusione: come dice Sinone i morti chiedono costantemente dei vivi, di ciò che hanno perso e che gli è stato tolto.
La guerra è un’illusione intensa e irresistibile, perché promette un significato al proprio vissuto.
Ma quando il proprio signifcato non è scelto, ma imposto dall’ordine di un Comandante spietato o di un Capo di stato vanaglorioso, l’uomo ritorna bestia e si presta alle fauci del dolore, così come accade ai marinai che prestano ascolto al canto delle Sirene.

Molti critici definiscono Odissea il seguito di Oppenheimer, affermando che il rapporto tra Ulisse e il cavallo di Troia sia lo stesso tra lo scienziato e la bomba atomica. Per chi scrive, non è così. Odissea è il compimento della poetica di Nolan sulla guerra.
Oppenheimer progetta l’arma nucleare nella vanagloriosa e ingenua idea che creare l’arma definitiva metterà fine a tutte le guerre. Solo chi non vive la guerra sulla sua pelle può farsi accecare da un simile sogno di gloria.
Ulisse elabora la sua arma ingannevole per porre fine a una guerra che viveva sulla propria pelle da dieci anni, uccidendo a fil di spada e vedendo i compagni morire per volere di Agamennone, senza avere notizie della sposa e del figlio. Il cavallo di Troia è l’arma generata dalla disperazione della guerra, quella che spinge a sacrificare tutto pur di vincere. Una disperazione che ha trasformato Ulisse dal cacciatore onorevole, quello avverte la sua preda facendo vibrare l’arco, nell’architetto dell’inganno più memorabile della storia.
Una cosa accomuna lo scieziato e Ulisse: sono entrambi accecati dalla guerra. L’uno per fascinazione, l’altro per disperazione, non intuiscono le conseguenze delle loro scelte fino a quando la guerra, con le sue illusioni cessa e non resta che un banchetto di conseguenze.
La guerra è una scelta umana, una conseguenza delle azioni degli uomini. Per questo Nolan non traspone sullo schermo le varie divinità che nei poemi omerici dettano il corso degli eventi.
Vi è solo Atena, la dea della Metis, dell’intelligenza e della ragione, ma anche della guerra. Chi meglio di un dio guerriero conosce le conseguenze della guerra? Appare a Ulisse come uno spettro, non per guidarlo, non per fornirgli travestimenti come nel poema: è una forma di manifestazione del suo rimorso.
Compare nei momenti in cui Ulisse è solo e distante dai compagni. Il regista sceglie la dea guerriera del Pantheon greco capovolgendone il ruolo. Se nell’epica Atena ispirava alla vittoria strategica gli eroi, nella pellicola di Nolan è colei che reifica le conseguenze nefaste della guerra.
La dea guerriera tenta di salvare Ulisse dall’isolamento che nasce dal suo senso di colpa per gli orrori commessi a Troia, da quella condizione di oblio bestiale in cui è impantanato da 20 anni.
Atena glaucopide sorrise e lo accarezzò
con la mano; prese l’aspetto di una donna
alta, bella e capace di splendidi lavori;
rivolgendosi a lui, gli disse parole alate:
“Sarebbe davvero abile e astuto chi ti superasse
in tutti gli inganni, fosse anche un nume ad incontrarti..”
Odissea, Libro XIII
Odissea: Nuovi dei, vecchie storie
Le divinità Omeriche sarebbero in grado di parlare all’umanità del 2026 con la stessa attualità e forza dei personaggi umani?
Probabilmente no, perché l’epoca moderna è quella che ha usato la ragione per uccidere Dio. Se un tempo agli dei si dava la responsabilità degli eventi imponderabili che condizionavano le vite umane, oggi noi abbiamo altre forme di divinità.
Il mercato, l’andamento dei tassi, il costo dell’energia, l’inflazione, il cambiamento climatico, la ragion di Stato, l’Intelligenza artificiale, i Presidenti che vaneggiano sui social. Oggi abbiamo una spiegazione razionale per tutto. La natura per noi non è misteriosa come per gli antichi, per questo Nolan valorizza gli elementi e le tempeste come espressione del divino. Ci invita a guardare di nuovo alla Natura con devozione, fascino e rispetto. Noi abbiamo sostituito ai simulacri divini gli smartphone e le teorie del complotto, viviamo il mondo attraverso filtri e schermi. Lasciamo che il nostro quotidiano sia dettato da algoritmi e AI, perché, in fondo, abbiamo ancora bisogno di divinità da venerare.
Una cosa è rimasta costante per 3000 anni: la guerra è il peggiore di tutti i mali. Una malattia che combattiamo da migliaia di anni senza successo, perché ogni generazione tende a dimenticare quanto vissuto da quella precedente. Senza la memoria, l’Uomo non è più umano e tutta la conoscenza del mondo, diventa inutile.
Lo vediamo anche in medio oriente: si è condannati a rivivere e perpetuare il male dimenticato.

γνῶθι σεαυτόν
Sul tempio dell’oracolo di Delfi era incisa la scritta “Conosci te stesso”. Nell’antichità greca, il concetto di misura era uno dei perni della civiltà. L’uomo era tenuto a conoscere la propria storia per meglio comprendere e accettare i propri limiti al cospetto della divinità e del mondo.
Il ruolo dei poemi omerici non era solo intrattenere durante i banchetti: servivano a mantenere viva una memoria collettiva. Senza questa dimensione conviviale l’Odissea non sarebbe mai giunta fino a noi. La sua capacità di resistere al tempo e mantenersi viva nella memoria non è dovuta solo alla bellezza dei suoi versi e agli indimenticabili personaggi, ma al messaggio che Omero consegna in ogni sua opera. La guerra è orrore, per questo non può essere l’unica via.
L’aedo cieco non cantava solo di guerra e dolori, ma anche di speranza per un futuro diverso.
«Di fronte a un classico come l’Odissea non bisogna avere paura ma essere sinceri. Non si fa nulla per ragioni intellettuali, si fa per passione. Per me è diventata il racconto delle conseguenze della guerra e del viaggio dei guerrieri attraverso un paesaggio mitico»
(Christopher Nolan)
Per anni l’umanità, trovava nel furore battaglia quel momento di gloria e di rottura del quotidiano, una forma di esaltazione violenta e feroce. Omero consegna non solo agli dei, ma anche alle donne un ruolo centrale nei suoi racconti. Sono le donne a indirizzare Ulisse verso il ritorno, sono loro a portare per prime sulla loro pelle gli orrori della guerra. Ulisse stesso, uno dei pochi sopravvissuti alla guerra di Troia, non fa altro che piangere per tutto il poema. Pensavamo che tutto questo appartenesse a un mondo che non esiste più, ma basta accendere il telegiornale per sentire le cataste di morti prodotte dagli attuali conflitti. Quanti Agamennone abbiamo al giorno d’oggi?

La normalizzazione della violenza cui assistiamo ogni giorno ci strappa dalla condizione sociale e collettiva per costringere l’uomo in uno spazio piccolo e confinato, dove all’oblio di sé e la disumanizzazione dell’altro sono gli unici risultati garantiti. Ogni giorno, l’occidente è perso come Ulisse sull’isola di Calipso, dove al posto del fiore di loto, a offuscare la mente dei suoi governanti e dei suoi cittadini è il potere bellico e tecnologico. Viviamo giorni in cui le nostre democrazie vertono pericolosamente in forme di autoritarismi dove il bene comune vien sostituito da volontà capricciose e scelerate.
I Ciclopi possono essere accecati, le sirene ignorate, i mostri marini raggirati, i morti dimenticati, gli orrori della guerra razionalizzati: ma non si può sfuggire alla Memoria, anche se apparetemente è sopita o manipolata.
O potentissimo, onora gli Dei: noi siamo tuoi supplici.
Zeus difende i supplici e gli ospiti: Zeus Xenio,
che accompagna gli ospiti e procura loro rispetto -.
Così dissi; e lui subito mi rispose con cuore spietato:
– Sei sciocco o straniero o vieni da molto lontano,
tu che mi inviti a temere o ad evitare l’ira degli Dei.
Odissea, Libro IX
Questa è l’Odissea di Nolan. Un’opera che ci invita a a ricordare chi siamo e da dove veniamo, e parla soprattutto a noi occidentali, che ormai abbiamo dimenticato gli orrori commessi per non accettare le conseguenze di quelle responsabilità.
In questi tempi in cui la violenza è normalizzata, dove il potere distruttivo raggiunto dall’umanità è davvero irrimediabile, l’Odissea ci spinge a ricordare gli orrori della guerra. Chiama l’occidente alla responsabilità, a tornare in se stesso e riscoprire le proprie storie e i propri valori.
Per questo non possiamo che ringraziare Nolan per aver portato l’Odissea al cinema: per permetterle di parlarci ancora.
Per portare al cinema tantissima gente e insegnare quella regola tanto banale eppure tanto fondamentale su cui la civiltà occidentale ha mosso i suoi primi passi: la Xenia, la legge di Zeus.
Una legge fondata sulla consapevolezza di dipendere gli uni dagli altri.
Rispetta lo straniero e il prossimo, perché ha bisogno di te. Tu, straniero, non recare offesa e dolore a chi ti offre ospitalità. E tu, ospite, offri a chi entra nella tua casa cibo e acqua e, solo dopo che si sarà ristorato, chiedigli chi è e qual è la sua storia.
Trattalo come vorresti esser trattato tu, perché sotto quelle spoglie da vagabondo potrebbe celarsi un dio.
E quel Dio è anche nel tuo cuore.
«Durante il lavoro di adattamento mi sono reso conto che quando ci si avvicina ad Omero, ci si imbatte in concetti come la Xenia, la legge di Zeus sull’ospitalità. All’inizio sembrano lontani, appartenenti ad un’altra epoca e quasi estranei ai nostri valori. Poi però, andando più a fondo, capisci che non è così. L’idea di trattare gli altri come vorresti essere trattato aveva un fondamento religioso. Chi ti appariva come mendicante poteva essere un Dio sotto mentite spoglie. I valori sono rimasti gli stessi, il rispetto degli altri sono alla base di ogni civilità.»
(Christopher Nolan, intervistato da Alberto Angela)




