«Che cos’è quest’uomo? Un cumulo di malattie che attraverso la mente si riversano nel mondo. Che cos’è quest’uomo? Una matassa di serpenti furiosi che raramente se ne stanno in pace tra loro»
(Così parlò Zarathustra, Friedrich Nietzsche)
Il Pupi Avati de La casa dalle finestre che ridono (1976) è quello che in senso lato potremmo paragonare al “delinquente pallido” nietzschiano, i cui “serpenti furiosi” che attraversano la sua mente sono, però, le sue paure infantili.
Se per Nietzsche il delinquente è pallido perché soccombe al senso di colpa e alla morale tradizionale imposta dalla società, Avati rappresenta il superamento del pallore del delinquente nietzschiano.
Egli, infatti, preda delle sue paure più recondite, non soccombe ad esse o agli schemi sociali, ma piuttosto si redime da questa pallida condizione, dipingendosi interamente, allo stesso modo in cui lo fa Buono Legnani, con i colori delle sue paure.
Avati diventa un tutt’uno con gli abissi della sua infanzia, semplicemente giocando con la sua paura. Pertanto, dobbiamo immaginare il regista de La casa dalle finestre che ridono come un bambino che, nascosto dietro una porta o una tenda, sta nell’attesa di spaventare qualcuno.

A questo punto, per comprendere l’origine di queste paure, è necessario fare un salto temporale nei cinque anni dell’infanzia di Avati trascorsi nella campagna emiliana in casa delle zie. In quei tempi doveva essere ristrutturato il cimitero di San Leo e, durante la riesumazione della tomba del vecchio parroco, si accorsero che lo scheletro era quello di una donna. Da quel momento si sparse nella zona la diceria che di notte potesse palesarsi un prete-donna. Un elemento che in seguito divenne centrale nelle favole raccontate dalle zie nel più totale e sconfinato buio delle stanze da letto.
La favola contadina, caratterizzata da accadimenti irreali e terribilmente spaventosi, è una favola che trova il suo senso e la sua ragione diventando un deterrente per tenere buoni i bambini attraverso la paura e la grande immaginazione che da essa deriva. L’incombere del prete-donna, insieme al turbamento prodotto dalla visione dell’affresco nella chiesa di San Vitale ritraente un San Sebastiano sereno e imperturbabile nell’essere trafitto da diverse frecce, hanno accompagnato gran parte dell’infanzia di Avati, dando pane alle fauci delle sue paure.
«8 ½ di Fellini è il film sul cinema più straordinario che si sia mai fatto. Sono uscito dalla sala completamente mutato. Mi sono precipitato al bar Margherita e ho detto ai miei amici “dobbiamo fare cinema“»
(Pupi Avati)
Il punto di svolta, non solo della carriera creativa, ma anche e soprattutto dell’esistenza di Avati è stato certamente la visione di 8 ½ di Federico Fellini, un film in cui il potenziale di identificazione da parte dello spettatore è totale. Un film che gli ha fatto comprendere che il regista non è un una sorta di burattinaio o addirittura un “vigile urbano” (come riteneva lo stesso Avati), ma è un individuo alla stregua di un mago, di un demiurgo che ha a sua disposizione una maniera di raccontare il di dentro e il di fuori, ciò che sente, ciò che immagina, ciò che sogna e ciò che realizza.
Quindi, 8 ½ di Fellini per Avati è stata una vera e propria epifania che ha gettato luce sul fatto che lo strumento per riuscire a dire chi sei è proprio la settima arte, il cinema. E nel caso specifico di Avati il mezzo per dire chi era quel bambino che si nascondeva sotto le coperte, temendo che ogni scricchiolio fosse il prete-donna che grattava le unghie sui muri, non poteva che essere il cinema dell’orrore.
«La prima vittima della paura che tu produci devi essere tu»
(Pupi Avati)
Fu durante una notte passata in cucina a scrivere a macchina, terrorizzato da ogni minimo rumore come un tempo, che ebbe origine il racconto che sta alla base de La casa dalle finestre che ridono, nato proprio dall’urgenza di raccontare la cultura contadina e di costruire un cinema sui ricordi.
Le vicende del film hanno luogo in un momento indefinito degli anni Cinquanta, quando Stefano (il protagonista interpretato da Lino Capolicchio) arriva in un paesino della Bassa Ferrarese, chiamato dal sindaco su consiglio dell’amico Antonio, per restaurare un affresco rovinato, presente nella chiesa di campagna condotta da don Orsi.
L’elemento centrale dell’opera di Avati è proprio quell’affresco dimesso, realizzato anni prima da Buono Legnani, il “pittore delle agonie”. Al centro della composizione vi è un uomo legato e sanguinante, che è certamente avvicinabile al San Sebastiano che tanto turbava il regista durante la sua infanzia, ma che si discosta dalla solita iconografia martirologica per una serie di dettagli: la sofferenza espressa dal viso dell’uomo, tra l’altro trafitto non con frecce, ma con pugnali da parte di due donna dall’aspetto terribile e che gridano furenti mentre lo accoltellano.

Ciò che fin da subito colpisce lo spettatore è l’anomalia dell’ambientazione rispetto a un classico film horror. L’orrore si sposta dalla tipica ambientazione gotica anglosassone, ricca di atmosfere cupe, tenebre ed edifici decadenti e opprimenti, alla soleggiante campagna romagnola, dando così luogo al genere del “gotico padano”.
I dialoghi sembrano rubati alla vita quotidiana e i tempi sono volutamente lenti, a tratti frustranti. Ogni forma di suspense è asciutta e smorzata e questo costringe lo spettatore a rimanere in un clima di disagio continuo, fatto di silenzi, sguardi ambigui e frasi lasciate a metà. Ad alimentare questa sensazione giocano un ruolo fondamentale la colonna sonora minima ed estraniante di Amedeo Tommasi e la fotografia volutamente sporca e lattiginosa.
Qui l’orrore non irrompe, ma si deposita piano; anzi, potremmo dire che l’orrore è quasi sempre fuoricampo ed è suggerito più che mostrato, è affidato al non detto, alla sensazione che qualcosa non torni e che ci sia una verità nascosta dietro una normalità che è solo apparente.
Gli elementi in cui si deposita l’orrore e il mostruoso sono ben calibrati al punto tale da sembrare impercettibili perché inondati dalla rassicurante luce solare. Però, appunto, nell’intera campagna soleggiata dovrà pur trovarsi “una parte in ombra della siepe”. E quella parte in ombra non può che affondare le sue radici nella cultura contadina. A generare inquietudine è, innanzitutto, la presenza della diversità, che va dal forestiero al nanismo e allo strabismo, e la spettacolarizzazione della morte.
Quest’ultimo elemento è evidenziato dal rapporto morboso e addirittura incestuoso che le sorelle di Buono Legnani intrattengono con questi, al punto da portargli vittime da dipingere prima di essere uccise e da continuare questa consuetudine perversa, conservando il suo cadavere in un armadio. Il terreno antistante la casa dalle finestre che ridono nasconde il segreto più grave dei fratelli Legnani giacché è il luogo in cui venivano seppelliti la maggior parte dei modelli che il “pittore delle agonie” dipingeva poco prima che esalassero il loro ultimo respiro.
Bruno Legnani: «Il colore… i miei colori escono dalle mie vene e vanno dentro gli occhi della gente portando a tutti l’infezione. Bisogna morire per loro e purificarsi. La purezza sono tutti i miei colori»
In ogni caso, La casa dalle finestre che ridono presenta un orrore di tipo quotidiano, un male che non irrompe dall’esterno o ha sembianze mostruose, ma abita i luoghi, le relazioni e le abitudini.
Infatti, di scena in scena seguiamo le vicende di Stefano che procede con la restaurazione dell’affresco e che, stuzzicato e incuriosito dalla storia stravagante che si cela dietro alla figura del “pittore delle agonie”, viene man mano isolato e reso impotente dall’omertà del piccolo paesino agreste.
È forse questo il vero orrore del film: l’apparente normalità che nasconde e protegge l’eccezione mostruosa, conducendo il protagonista all’atroce e crudele destino che lo attende, ovvero diventare il San Sebastiano pugnalato dalle sorelle del Buono Legnani, consacrando una forte identificazione tra pittore – restauratore/protagonista – spettatore.

La paura, quindi, non nasce tanto da ciò che accade, ma dal modo in cui il film ci obbliga a restare immersi in un’attesa che non esplode mai del tutto, in un’inquietudine che non offre sollievo, ma che spaventa e logora lentamente.
Dunque, se Pupi Avati definisce La casa dalle finestre che ridono come il suo film più spaventoso, è perché rappresenta il coacervo delle sue paure infantili e il dover, in qualche modo, fare i conti con quella linea di luce-ombra delle favole contadine.




