10 (+1) Film Preferiti dalla Settima Arte

Claudio Ranieri

Settembre 30, 2018

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10 (+1) Film Preferiti dalla Settima Arte

Il concetto di preferito, tanto relativo, tanto di difficile definizione, può essere uno sguardo verso la propria singolarità. Liberandosi per un attimo dalla forma critica, dalla conoscenza che modifica il pensiero, dalle linee guida dell’arte.

film preferito
“Fight Club”, il film preferito di Daniel Fabiani

Semplicemente quel qualcosa che è te, nel suo essere stato per te qualcosa di tuo.

Non si tratta della ricerca del bello, della sua definizione, della sua tendenza alla possibilità di un oggettivo.

Solo tu, il tuo ricordo, le tue emozioni, quella familiarità che ancora gioisce, malinconica o propositiva che sia.

Ci siamo chiesti se ci fosse un film del genere per noi, un Film Preferito. Un film che rappresentasse l’amore stesso per il cinema, per un sorriso in un momento importante, per un’emozione provata per la prima volta.

Non tutti sono riusciti a rispondere.

Ecco i Film Preferiti de La Settima Arte.

L’Ordine è Casuale.

1. Film Preferiti: Gli Spietati – Western e Clint Eastwood, che dire più? (il Film Preferito di Gabriele Fornacetti)

È quasi impossibile dire quale sia il mio film preferito. I capolavori di Kubrick, Taxi Driver di Scorsese, il cinema giapponese di Kurosawa. C’è però un regista che più di tutti mi ha sempre emozionato: Clint Eastwood, il texano dagli occhi di ghiaccio beniamino di Sergio Leone e Don Siegel. Da Gran Torino a Million Dollar Baby, il vecchio Clint mi ha perennemente stupito, lasciandomi ogni volta a bocca aperta e desideroso di rivedere quel film. E se proprio devo scegliere il mio film preferito, allora non posso non dire Unforgiven, Gli Spietati.

Gli Spietati

William Will Munny, un vecchio pistolero ormai povero e vedovo padre-contadino, un giorno viene interrotto dal nipote di un suo vecchio compagno d’armi, Scofield Kid, con una proposta difficilmente rifiutabile: mille dollari per ritornare in sella al suo cavallo ribelle pronto a sputare piombo sulla testa di due cowboy, colpevoli di aver sfregiato una giovane prostituta. Accompagnato dal suo fido compare Ned Logan, i tre si incamminano verso là città dove risiedevano i due balordi, Big Whiskey, la cui legge è fatta rispettare dal temutissimo sceriffo Little Bill Daggett, pistolero cinico e violento. Ma i tempi sono passati, e sia Will sia Ned provano disprezzo per la proprio gioventù, macchiata da omicidi e rapine di ignari vittime. 

Così decidono di tornare indietro ma lo sceriffo riesce a catturare Ned, che torturato affinché rivelasse nomi e posizione di Will e Kid, viene brutalmente pestato fino a morte. Venuto a conoscenza dell’accaduto, Will fa quindi marcia indietro, e mentre Kid decide di abbondare la carriera da pistolero per scrupoli di coscienza, tutto un tratto ritorna lo spietato che era un tempo, e in un finale spettacolare vendica la morte di Ned.

Guardingo e a volte smemorato pistolero sensibile, Eastwood vincerà l’Oscar alla regia per Gli Spietati, dedicando quest’ultimo ai suoi due maestri: Sergio e Don.

Leggi anche: Million Dollar Baby – Il coraggio di sognare

2. Fight Club – Rappresentazione della Società del Disagio (il Film Preferito di Daniel Fabiani)

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“Fight Club”

Fin dalla prima volta in cui guardai quest’opera ne rimasi completamente ammaliato. Fornendomi la chiave con cui interpretare la realtà odierna, Fight Club occupa il primo posto nella mia personale classifica cinematografica.

David Fincher, autore della pellicola, si addossa l’arduo compito di mettere in scena il disagio che si cela nell’animo dell’uomo moderno, sottoprodotto di uno stile di vita ossessionante. Edward Norton, il protagonista il cui nome, Jack, non verrà mai rivelato, veste i panni di un supervisore di una grande casa automobilistica, in costante viaggio per visionare incidenti stradali dei “quali deve redigere rapporti molto spesso tendenti a favorire la sua azienda a discapito della sicurezza delle persone. Questo confine sempre più labile tra casa e lavoro lo porta a reprimere qualsiasi istinto, si trova imprigionato in una enorme catena di montaggio consapevole che quella è la sua vita e sta finendo un minuto alla volta. L’acquistare arredi per la casa, vestiti firmati, accessori inutili, è l’unica valvola di sbocco per dare sfogo alla sua creatività, venire in contatto con il dolore è l’unico modo con il quale riesce a sentirsi ancora vivo. Si sente realizzato soltanto nelle sue funzioni bestiali.

Non è una perfetta descrizione dello stato in cui stanno versando milioni e milioni di persone?

E proprio in questa situazione di apocalisse dell’animo ecco arrivare Tyler Durden, il Messia dei giorni nostri. Tyler fornisce al protagonista l’antidoto della rivolta contro la morsa sempre più serrante della città malata. In lui domina la volontà di distruggere tutto quello che il mondo attuale ci propina, è la personificazione della ribellione.

Il rapporto che viene a costituirsi tra i due protagonisti è un legame quasi morboso, non c’è Tyler senza Jack, non c’è Jack senza Tyler.

Il regista ci introduce poco a poco questa figura, molteplici ammiccamenti ci fanno presagire la potenza esplosiva che assumerà nel finale. Tyler, come un moderno Cheronte, traghetta Jack verso la negazione di ogni principio morale, gli inferi nei quali distruggere la vetrina di un negozio solo per il gusto di farlo è concesso e lodato. Da bravo ragazzo dedito al lavoro Jack diventa un combattente alla deriva nel mare metropolitano, raggiungendo quell’annientamento interiore in grado di dargli la forza per andare contro il sistema.

Intrappolati in un rapporto conflittuale e, allo stesso tempo, complementare, i due protagonisti si trovano coinvolti in una lotta il cui vincitore avrà come premio il poter esprimere a pieno titolo il proprio ego.

Il senso costante di violenza, la sofferenza fisica, il rapporto psiche/corporeità sono i tratti fondamentali del film, la ricerca di una identità nel labirinto rappresentato dalla società fa da sfondo alle vicende narrate. Il solo fatto di non nominare Jack indica la profonda crisi identitaria del soggetto anonimato, una evidente strizzatina d’occhio del regista alla condizione in cui versa il protagonista. Rinchiudere Jack nella sua corporeità, scindere il suo essere interiore impregnandolo di violenza e psicosi, è questo il modo mediante il quale quest’opera vuole mostrarci la propria visione della realtà. Fino ad arrivare all’atto finale, dove lo spettatore viene destato dal mondo allucinante in cui era stato brutalmente condotto, non potendo fare altro che contemplare il disfacimento di qualsiasi ideale propinatoci dalla società odierna.

3. Il Signore degli Anelli (il Film Preferito di Maura D’Amato)

film preferito
“Il signore degli anelli”

«I amar prestar aen. Il mondo è cambiato. Han mathon ne nen. Lo sento nell’acqua. Han mathon ne chae. Lo sento nella terra. A han noston ned ‘wilith. Lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda».

(Galadriel)

Le prime parole di un film, che nel 2001 ha aperto un nuovo mondo nelle menti e nei cuori di milioni di persone. La trilogia de Il signore degli anelli, diretta da Peter Jackson, ha portato a casa nel totale ben 17 statuette.

Per i pochi peccatori che non hanno ancora mai visto questa genialità, proviamo a riportare un accenno di trama: tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi anelli del potere, distribuiti tra elfi, nani e uomini. Ma tutti furono ingannati, perche venne creato un altro anello. Nella terra di Mordor, tra le fiamme del Monte Fato, Sauron, l’Oscuro Signore, forgiò in segreto un anello sovrano per controllare tutti gli altri. In questo riversò la sua crudeltà, la sua malvagità e la sua volontà di dominare ogni forma di vita. Frodo, un hobbit della Contea, insieme ad altri otto compagni intraprenderà un lungo viaggio per portare di nuovo l’anello tra le fiamme del Monte Fato e distruggerlo.

Tre film girati contemporaneamente, in diversi set sparsi per la Nuova Zelanda, caratterizzati da un ampio utilizzo di effetti speciali assolutamente innovativi, modellini e diorama, sviluppati da società cinematografiche fondate da Jackson stesso. La grafica computerizzata, in particolare, è stata molto usata sia nelle piccole ambientazioni che nelle scene delle grandi battaglie, per le quali sono state programmate migliaia di comparse digitali, in modo tale che avessero una discreta autosufficienza di movimento e azione.

Ma il regista dà il meglio di sé nella ricostruzione degli ambienti. La serena Contea, le eteree e slanciate città degli elfi, la terribile e agghiacciante Moria: Jackson riesce a trasmettere allo spettatore la giusta atmosfera e il legame con i personaggi che abitano quei luoghi fantastici. Il tutto contornato da ottimi attori e una sensazionale colonna sonora.

Ma al di là di ogni dettaglio tecnico, cosa è che ha stregato la mente dello spettatore? Tutto. Il film riprende tutti gli aspetti dei rapporti umani: la brama per il potere, la debolezza dell’uomo, l’invidia ma anche l’amicizia, la solidarietà, l’eroismo, l’amore. Tutti temi che il regista ha ben presenti e che rappresenta alternando momenti esaltanti e commoventi, drammatici e appassionanti. Il film è una meravigliosa favola.

Frodo siamo tutti noi, persone comuni che ogni giorno devono combattere con il loro personalissimo Anello del potere. Il Signore degli anelli è un’esperienza che non si guarda, si vive.

4. Non è un paese per vecchi (il Film Preferito di Giacomo Simoncini)

Se Non è un paese per vecchi fosse un quadro si potrebbe dire che non è presente nessuno schizzo a matita sotto il colore, e che l’immagine prende forma da un perfetto gioco di sfumature. Le scene dipinte dai fratelli Coen sono pennellate veloci, frame, momenti che fanno rimanere lo spettatore di stucco.

Nietzsche in un suo libro ha scritto: «chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro». Ed è così per tutti i personaggi che abitano quel Texas nel 1980: guardano in faccia il male e scoprono il fianco a esso. Le varie scene che si alternano sono iconiche, piccoli film da cinque minuti. Tanti piccoli racconti che vanno a incastrarsi nell’architettura del film fino a formare una scultura perfetta.

“Non è un paese per vecchi”, film preferito di Giacomo Simoncini

Nel film il Caso è il protagonista principale, tutto ruota attorno a esso, tutto ruota attorno a un lancio di una monetina. Testa o croce, siamo noi a scegliere. Così ci dice Anton Chigurh, il killer spietato interpretato da Javier Bardem. Egli è la personificazione di ciò che nel mondo greco veniva chiamato il cieco Destino. Figlio del Caos e della Notte, o per lo meno è un suo spietato esecutore. Nel film fa un’affermazione molto significativa: «Io e la moneta siamo arrivati allo stesso punto».

A contrapporsi a questo agente del Caos abbiamo Tommy Lee Jones, uno sceriffo ormai vecchio. Un uomo del passato che fatica a comprendere il presente e assiste impotente al crollo del mondo che ha imparato a conoscere. Un uomo che «non è disposto a mettere sul piatto la propria anima». In queste parole, come in tutto il film, c’è un’eco esistenzialista, un grido che risulta ancora più disperato perché rimbomba nell’arido silenzio del deserto texano. Ogni suo comportamento è una vera e propria presa di distanza dalla realtà e dal non senso che la permea. Si rifiuta di accettare quello che di brutto succede ogni giorno in questo mondo.

film preferito
Lo sceriffo Bell

La perfezione di questo film sta anche nel finale (che abbiamo analizzato qui), nei due sogni dello sceriffo. Il primo è un riferimento al figliol prodigo che disperde la propria essenza, donatagli dal padre. Nel secondo, Bell vede proprio suo padre avanzare a cavallo in una tempesta di neve con una fiaccola in mano, affrontando il buio e il freddo sempre più fitti per accendere un fuoco. È questa la morale che ci vogliono trasmettere i Coen. È vero, abbiamo spento il sole e continuiamo a sprofondare in una eterna notte, ma non dobbiamo illuminarla da soli. Il nostro compito è quello di portare un fuoco, quello della speranza, il più avanti possibile lungo la strada, dove qualcuno lo raccoglierà.

5. Old Boy (il Film Preferito di Francesco Gamberini)

Dae-su, marito infedele e alcolizzato, viene rapito il giorno del compleanno di sua figlia e tenuto prigioniero in una stanza per quindici anni. Quando viene inspiegabilmente rilasciato, giura di trovare il suo rapitore per fargliela pagare.

Comincia così il poema della vendetta diretto da Chan-wook Park, esponente di spicco della Nouvelle vague coreana. Film osannato da Tarantino, che lo premiò con la Palma d’oro a Cannes nell’anno in cui presiedette la giuria, è stato più volte definito accostato al suo stile. Tuttavia ha ben poco a che vedere con il sarcasmo e l’umorismo pulp del regista di Kill Bill. Old Boy terrorizza per la sua schiettezza.

Oldboy- film preferito
“Old Boy”

Nonostante guardi molto al cinema d’azione americano, Old Boy se ne distacca completamente per la psicologia torbida dei personaggi e la tragica drammatizzazione degli eventi. Infatti non c’è alcuna pietà nella regia di Park: non c’è empatia o timore nel mostrare un umanità degradata e corrotta oltre ogni limite. Più simili a bestie che a veri esseri umani, tutti i personaggi sono infatti interessati unicamente ad accoppiarsi e a distruggersi a vicenda. Nessuno è davvero innocente, tutti sono diversamente colpevoli. E man mano che la storia procede, ci si immerge sempre di più in un sadico universo di rapporti perversi, con il ritmo disturbante di una classica tragedia greca all’Edipo Re.

Tuttavia a livello estetico Old Boy si distingue per un grazia e un’eleganza senza pari. Come in una danza violenta, la telecamera non tralascia alcun dettaglio e mostra tutto senza riserve, ma i movimenti di macchina sono magia. La fumettistica rissa in piano sequenza, in cui Dae-su affronta da solo un branco di nemici, è forse la più memorabile della storia del cinema. A livello si sceneggiatura invece, i colpi di scena sono inarrestabili e non lasciano tregua, colpendo ripetutamente lo spettatore. Alla fine ciò che riamane del sangue e della violenza è un caos calmo da cui si può ripartire verso un nuovo inizio, ma l’ombra dell’orrore che c’è stato permane in un angosciante silenzio.

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6.  La Leggenda del pianista sull’oceano (il Film Preferito di Stefano D’Amico)

“La leggenda del pianista sull’oceano”

Film poetico, fantastico nell’accezione più stretta: La leggenda del pianista sull’oceano è un cesello che il nostro Giuseppe Tornatore ha donato a noi spettatori.
Lui l’Oscar lo ha vinto con Nuovo cinema paradiso, mentre con Il pianista sull’oceano di Alessandro Baricco ha portato a casa nel 1999 solo il David di Donatello, L’Efebo d’oro, il Ciak d’oro per la regia e due Nastri d’argento.
Ciononostante, questo è un film per il quale si fatica a trovare degni aggettivi.
Poetico e fantastico li abbiamo appena spesi e già cominciano a proiettarci in un mondo a sé stante, quasi alla realtà parallelo… ma la magia della pellicola sta nel connubio di una narrazione onirica con la verosimiglianza dei fatti raccontati.
Perciò il terzo aggettivo che useremo sarà surreale.
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è un bambino trovato sul pianoforte nella sala principale del Piroscafo Virginian, viene adottato senza troppe formalità dal macchinista Danny Boodman il quale gli insegna ciò che può. Le corse dei cavalli e come mandare la gente a quel paese.
Buffo sarà il nostro quarto aggettivo.


Per fortuna la musica fa la sua entrata in scena al minuto 0:36 ed è tutta un’altra storia, il ragazzino diviene da subito leggenda e la pellicola ci cullerà con le note come le onde dell’oceano fanno col Virginian.
Tra esibizioni magistrali in terza classe e duelli all’ultima nota, ormai divenuto uomo, Novecento busserà alle porte delle nostre orecchie e del nostro animo… non solo grazie alla musica.
Le sue emozioni che non accettano compromessi con ciò che è ragionevole, il suo di animo non patendo mediazioni, potremo scorgere coi nostri occhi nei suoi.
Ringraziamo per l’imponente interpretazione Tim Roth, già Mr. Orange in Le Iene, poi l’ultimo aggettivo: raffinato.


Come Novecento, tutto il film è attraversato da personaggi e situazioni in cui le emozioni prevarranno sulla ragione.
Un commerciante di strumenti musicali metterà da parte i guadagni prediligendo una buona storia, il direttore di un cantiere navale tarderà nell’adempiere ai suoi doveri poiché qualcuno è rintanato nella pancia di una nave prossima a saltare in aria…
Il protagonista sceglierà infine la morte piuttosto che mettere piede sulla terraferma, ostile e inconcepibilmente senza limiti.

«Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine. La fine per cortesia, si potrebbe vedere la fine? Era tutto molto bello su quella scaletta ed io con quel bel cappotto facevo il mio figurone. Non avevo dubbi che sarei sceso. Non c’era problema… Non è quello che vidi che mi fermò Max. E’ quello che non vidi, puoi capirlo? In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. Tu pensa un pianoforte: i tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e nessuno può fregarti, non sono infiniti loro. Tu sei infinito e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace, in questo posso vivere. Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotolano milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti… quella tastiera è infinita e se quella tastiera è infinita allora non c’è musica che puoi suonare. Sei seduto sul seggiolino sbagliato, quello è il pianoforte su cui suona Dio».

(Dal film La leggenda del pianista sull’oceano)

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“La leggenda del pianista sull’oceano”, il film preferito di Stefano D’Amico

7. Slevin – Patto criminale: la mossa Kansas City (il Film Preferito di Edoardo Wasescha)

“Slevin – Patto criminale”

Premetto che avrei potuto scegliere un’infinità di film tra quelli che mi hanno lasciato una piccola parte della loro essenza. Da Schindler’s List a The Truman Show, da Mr. Nobody a Salvate il soldato Ryan, da A Beautiful Mind a Eternal Sunshine of the spotless mind. Con buona probabilità sono film molto più significativi di quello che ho scelto per questa classifica, quindi cercherò di spiegare le ragioni di tale scelta.

Fondamentalmente Slevin – Patto criminale è una storia di vendetta con una rilevante particolarità: solo alla fine lo spettatore scopre che ogni ingranaggio narrativo protrae e trova il senso in una spirale di vendetta, una ruota che non aveva mai smesso di girare. Di fatto non solo non ci si accorge che la ruota gira, ma neanche dell’esistenza della ruota stessa, come il più raffinato dei prestigi.

C’è una scena sulla quale, con il senno di poi, ruota tutta la sfera narrativa: la scena della Mossa Kansas City. All’inizio del film, nella sala d’attesa dell’aeroporto, Smith – Bruce Willis – racconta a un giovane la terribile storia di una famiglia uccisa molti anni prima da una banda di allibratori per delle scommesse truccate. Ma alla domanda del giovane se quella storia fosse la Mossa Kansas City, Smith risponde negativamente.

«Questa è una mossa Kansas City: loro guardano a destra [Smith indica verso destra] e tu vai sinistra [Smith arriva dietro alle spalle al ragazzo e gli spezza il collo]».

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Come dice lo stesso Smith, la mossa Kansas City è il catalizzatore della struttura narrativa – che in questo caso coincide completamente con quella della vendetta – ciò da cui parte la catena di avvenimenti che porterà alla verità. Metafora perfetta per uno spettatore a cui viene indicata per tutto il film un’altra storia, quasi banale, per poi improvvisamente sentirsi arrivare alle spalle, con una forza dirompente, la vera storia, molto più cruda, ma molto meno banale.

La mossa Kansas City opera dunque a tre livelli dell’architettura narrativa: quello base, come normale, quasi superfluo all’apparenza, ingranaggio della catena degli eventi; quello profondo, che racchiude il nucleo causale dello svolgimento narrativo; e quello metanarrativo, che, come un frattale, riproduce la propria singolarità in tutti gli aspetti del film.

Ma ciò che più di tutto mi ha lasciato questo film è l’idea di quanto sia pericoloso guardare dove le persone puntano il dito, senza osservare criticamente lo spazio a 360 gradi, chi punta il dito compreso. La complessità della realtà non si cattura guardando in una sola direzione.

Spesso chi punta il dito verso qualcosa, non vuole farci accorgere della verità che è dietro di noi, o dietro di lui. Un insegnamento mai attuale come in tempi recenti.

Leggi anche: L’Oriente, il Cinema, la Poesia e la Violenza dell’animo – La Trilogia della Vendetta

8. V per Vendetta (il Film Preferito di Giammarco Chiellino)

V per Vendetta è senza dubbio, allo stato attuale, il mio film preferito.

Non ho ancora trovato nulla di più completo, coinvolgente e accuratamente trasposto.

Nonostante le critiche che, a ragione, si possono muovere per il tradimento del film ai danni del fumetto, James Mc Teigue e le Wachowschi hanno realizzato un prodotto che richiede di essere analizzato quale a sé stante rispetto all’opera madre, che il genio di Alan Moore e la maestria di David Lloyd hanno reso immortale.

Il film denota attenzione stilistica nella scelta delle singole parole, attenzione che non viene a perdersi nemmeno nella traduzione italiana.

V si presenta, Evee fa altrettanto, lui capisce che la sua uscita di scena si avvicina e risponde:

– «Evee, ma certo, era ovvio»

  – «..Cosa?!»

  – «Che io, come Dio, non gioco ai dadi e non credo nelle coincidenze».

Innumerevoli gli aspetti di cui si potrebbe disquisire.

Vorremmo ricordare per sempre il 5 novmebre, l’uomo e quanto ci venga di generazione in generazione insegnato a ricordare le idee piuttosto piuttosto che i loro creatori, gli ideali piuttosto che chi li profetizza, oppure preferiamo concentrarci delle Scarlett Carsons, l’incubo di non essere accettati, di rifugiarsi nel proprio piccolo angolo di verità, fino a soffocare, nell’unico spazio in cui in realtà ci si possa dire liberi?

O, ancora, raccontare la storia di una guerra silenziosa, subita da gente che non può che urlare, una guerra di idee, quanto di lotta al soggettivismo insito nei ricordi.

È questa la vera battaglia che traspare: quanto siamo disposti a pagare per essere noi stessi? A quanto disposti a rinunciare? Anni di vita, o la a vita stessa?

Questo film è pura trasposizione di ideali senza tempo, in un tempo in cui è difficile anche solo parlare di ideali.

È una storia di accettazione di sé, quanto di totale contrasto allo stringente status quo. Un grido rivoluzionario senza fine che, tra citazioni shakespeariane e goetheiane, ci porta a rivalutare la contrapposizione tra accettazione e lotta, conducendo l’uomo alla modernità come lo stesso Goethe raccontava nel suo Faust.

Faust che, vogliamo ricordarlo, corregge il prologo al Vangelo di Giovanni, dando all’ente in quanto tale capacità d’agire: in principio è l’azione, non la parola. Distrugge, così, la concezione di un uomo che guarda al cielo e attende l’azione divina, per agire lui stesso.

Altra citazione dal Faust, che chiude il vero senso del film attribuendo potenzialità d’infinito all’importanza della verità, denota genialità nella ricerca delle parole ed è scritta su uno specchio impolverato, che obbliga Evee a guardarsi mentre la legge.

«Vi Veri Veniversum Vivus Vici»

(Con la forza della Verità in Vita ho conquistato l’universo)

9. L’Attimo Fuggente (il Film Preferito di Davide Leccese)

L’attimo fuggente, celeberrimo film del 1989 girato da Peter Weir, è uno di quei film che, visto al momento giusto della propria vita, lascia un segno indelebile.

L'Attimo Fuggente

Si tratta chiaramente del momento della crescita mentale più che fisica, del passaggio all’età adulta, quando tutti viviamo a modo nostro dei moti di ribellione, che possono essere verso la famiglia, la scuola o qualsiasi tipo di ordine costituito.

L’attimo fuggente ha dentro tutto questo, contiene quello che qualsiasi ragazzo o ragazza di quell’età sente dentro di sé ma teme di non poter esprimere appieno, per paura di non essere capito. Il film invece attraverso le sue vicende e un meraviglioso Robin Williams (chi non vorrebbe aver avuto un professore così nella propria carriera scolastica) manda un messaggio molto chiaro. Quello che la pellicola vuole dire è che qualsiasi siano i nostri sogni, le nostre ambizioni, le nostre paure, va bene così.

È una pacca sulla spalla capace di rassicurare e di dare fiducia, di far capire a un ragazzo che non è solo nel mondo. È questo il messaggio di fondo che vuole essere trasmesso dal carpe diem che riassume al massimo tutti gli insegnamenti del professor John Keating. Non dobbiamo sopprimere chi siamo, non dobbiamo farci soffocare dalle nostre paure, che si tratti del tipo di percorso che vogliamo scegliere per il nostro futuro o una banalissima cotta adolescenziale.

Per quanto siano molti i film a narrare argomenti simili, l’obbligo di prendere in mano la propria vita, la realtà della crescita e dell’accettazione di se stessi, questo lo fa probabilmente meglio di altri. Attraverso dei personaggi caratterizzati splendidamente e alle loro vicende riesce a coinvolgere ed emozionare, lasciando però spunti di riflessione che vanno oltre il semplice impatto emotivo del film. Nelle due ore di film è impossibile non sentirsi a proprio modo una parte della storia e alla fine non si può non provare voglia di alzarsi in piedi inneggiando «Capitano mio capitano».

10. La vita è bella – La favola nell’orrore (il Film Preferito di Gianluca Colella)

«La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore»

(Lev Trotsky)

Per presentarsi al mondo, il capolavoro di Benigni del 1997 non avrebbe potuto scegliere titolo più significativo di questo. Ne La vita à bella la capacità comica del regista e attore toscano di sdrammatizzare qualsiasi situazione si scontra con la realtà tragica dei lager nazisti, rendendo questo film un pezzo indimenticabile della storia del cinema italiano.

la vita è bella film preferito

È il tema della fiaba che rende straordinaria questa pellicola vincitrice di tre Oscar: per rendere meno traumatica l’esperienza della deportazione al piccolo Giosuè, il padre Guido trasforma ogni evento in un gioco a premi, con l’ironia pungente e a tratti rischiosa tipica di Benigni.

Nella prima parte le discriminazioni razziali, di cui Guido e gli altri ebrei cominciano a essere vittime, rappresentano solo una vicenda di sfondo rispetto all’amore tra il protagonista e Dora, la bella principessa promessa a Rodolfo, lo scemo delle uova arrogante e fascista. La leggerezza e il romanticismo caratterizzano le scene in cui i due si innamorano, arrivando a sublimare la loro relazione con la classica fuga a cavallo, con il quale Guido aveva interrotto la serata del fidanzamento ufficiale tra Dora e Rodolfo.

Sei anni dopo, i due sono felici nonostante le difficoltà dovute all’occupazione nazista, e il loro piccolo figlio Giosuè ha ormai cinque anni. Lui, il padre e il nonno Eliseo vengono catturati e caricati su un treno proprio nel giorno del suo sesto compleanno.

la vita è bella
Giosuè e Guido

Da questo momento ha inizio l’abile gioco di finzione attraverso il quale Guido spera di dissimulare le atroci verità di cui i lager nazisti sono portatori: memorabile è la scena in cui traduce le regole impartite dal brutale militare tedesco al loro arrivo nel campo. Giosuè entra attivamente nel gioco, sperando di poter vincere l’ambito premio finale: un carro armato vero!

In questo scenario surreale Guido perde Dora, che si è fatta catturare pur non essendo ebrea, e nella fatale notte che annuncia la fine della guerra e del dominio nazista, egli nasconde Giosuè e si traveste da donna per cercarla.

Vedere Guido, scoperto da una guardia, lanciare una complice strizzata d’occhio a Giosuè prima di essere ucciso in un vicolo, spezza il cuore in due. Il mattino seguente il piccolo viene portato a bordo del carro armato del soldato da cui viene individuato: riunendosi con la mamma, la prima cosa che il piccolo le urla, contento e spensierato al pensiero di aver vinto il gioco, è: «Abbiamo vinto!». La potenza del rapporto padre-figlio, fatto di una materia che va oltre la tragica realtà, viene elaborata soltanto retrospettivamente da un adulto Giosuè.

«Questa è la mia storia, questo è il sacrificio che mio padre ha fatto, questo è stato il suo regalo per me».

(Giosuè, La vita è bella)

10+1. C’era una volta in America (il Film Preferito di Andrea Vailati)

Ogni film ci vuole raccontare qualcosa. Il modo in cui navighiamo nel suo racconto dipende da che presupposti esso infiltra in noi.

film preferito

C’era una volta in America sceglie di raccontarci la vita stessa, senza simboli, senza pretese intellettuali.

Sceglie di raccontarci un’intera vita, le sue fasi, le sue emozioni, i suoi amori, i suoi fallimenti, negli occhi di un gruppo di bambini che scelgono la vita gangster. Negli occhi di Noodles, negli occhi di uomo innamorato di una poesia d’amore che sfugge alla realtá, di un amico che sceglie la menzogna, di un amico che non può accettarla, ed in questo non trova eguali narrativi.

C’era una volta in America è si un film gangster ma non come solitamente inteso, C’era una volta in America si comprende nel titolo stesso, è una fiaba, una splendida fiaba in un mondo oramai passato nonostante sia così vicino, con meravigliose melodie a dettarne la poesia.

Una splendida regia, parliamo del grande Sergio Leone, che offusca il reale e il fiabesco ma senza uscire dal mondo degli uomini, inseguendo e rimanendo ancorato alle passioni, alle sofferenze e alle ipocrisie che per sempre hanno connotato l’incompletezza dell’uomo. La bellissima fotografia fatta di colori soffusi e sospesi, spesso più legati alle emozioni che allo sviluppo narrativo in sé, così come l’aedo Morricone, che qui più che mai ci traghetta nei sorrisi e nelle lacrime più pure. 

C’era una volta in America sa mostrarci una storia con semplicità, tanti volti di un Novecento complesso, l’amicizia e l’amore come nemici-amici, il romanticismo della giovinezza ricca di ideali e la corruzione della maturità vittima del potere.

Qui dunque eccelle, racconta un’intera generazione in un perenne intreccio di tempi. Scopriamo parallelamente due storie che sembrano non poter accumunarsi, ma che fanno parte della stessa triste fiaba, scopriamo quante emozioni diverse riesca a vivere un uomo in una così breve esistenza, scopriamo tanti personaggi e le loro evoluzioni, infine vediamo il fallimento umano, la cinica realtà che surclassa la poesia.

Eppure, infine infine, subentra il potere artistico del cinema, qualcuno sceglie di non sapere, di ricordare ogni cosa secondo quello che il cuore gli dice, illudendosi che mai nulla sia cambiato, sorridendo fuori da ogni mondo.

“C’era una volta in America”, film preferito di Andrea Vailati

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