Visioni Italiane – Incontro con Alice Rohrwacher

Francesco Gamberini

11.03.2019

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Arrivo la mattina presto alla Cineteca di Bologna per poter essere presente alla proiezione di Lazzaro felice. So che ci sarà la regista in sala e già mi sento il cuore battere nel petto. Improvvisamente Alice Rohrwacher arriva. Dopo aver salutato e ringraziato il pubblico, ci lascia alla visione del film.

Devo ammettere che non avevo ancora visto il film e non sapevo cosa aspettarmi. Al termine della proiezione sono davvero sconcertato. Faccio fatica a definire le emozioni che provo, ma nella mia mente, subito dopo l’emozione, nascono due parole: innovazione dell’archetipo.

Era da tempo che non mi capitava di vedere un film così ancorato alla tradizione del neorealismo italiano e, allo stesso tempo, così capace di innovare l’archetipo del mondo contadino attraverso una narrazione  surreale. Lazzaro felice riesce a cullare lo spettatore, rievocando il passato della tradizione cinematografica italiana, per poi beffarlo con un plot twist che  si innerva nella tradizione del grande cinema surrealista spagnolo. L’effetto è straniante, a tratti allucinatorio, ma sublime, perché ti eleva dalla natura delle cose e ti trasporta verso il divino.

Mentre mi perdo in queste riflessioni, lo staff ci invita a spostarci nella Sala Mastroianni per assistere all’incontro con la regista. Ed è in questa sala che, intervistati dal direttore Gianluca Farinelli, Alice Rohrwacher e Adriano Tardiolo, interprete di Lazzaro, si espongono al pubblico.

«Adriano, come sei stato scelto per il ruolo di Lazzaro e, Alice, cosa ti ha spinto a scegliere proprio lui?».

Adriano Tardiolo: «Sapevo che Polizzi stava facendo i casting nelle scuole. Quando è arrivata in classe per fare i casting, mi sono nascosto dietro al libro di economia e commercio. Eppure sono stato chiamato a fare il provino. L’ho fatto e, dopo un mese, mi è arrivata la notizia che ero stato preso. Ci sono stati poi mesi e mesi di prove, durante i quali Alice mi ha fatto conoscere il mestiere dell’attore, dato che non avevo mai recitato prima».

Alice Rohrwacher: «Non volevo che Adriano accettasse un lavoro che non conosceva. Ma, in cuor mio, temevo un suo rifiuto. Diciamo che  era il più indicato per fare Lazzaro perché è stato l’unico che non l’ha mai giudicato. L’hai giudicato?».

Tutti ridono in sala, mentre Adriano si limita a dissentire.

Lazzaro felice

Adriano Tardiolo in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

Alice Rohrwacher: «Ci troviamo in un momento di forte crisi del mondo agricolo. Invece che investire nella vita, si investe nella morte. Il film rispecchia molto la storia del mondo contadino. Si esce da un passato di inganno che non produce una presa di coscienza, ma genera nuove forme di esclusione.  La storia parla di un modo di essere e di un modo di stare al mondo che non trionfa, ma produce speranza. Lazzaro produce speranza perché le persone riconoscono il buono che c’è in lui».

«Come ti sei trovato nei panni del contadino?».

Adriano Tardiolo: «Per me è stato molto naturale. La mia è una famiglia di contadini, quindi non è stato difficile interpretare il personaggio».

Alice Rohrwacher: «Abbiamo insegnato ad Adriano a lavorare. Gli abbiamo insegnato un mestiere. La trasformazione del nostro popolo sta avvenendo attraverso una perdita inconsapevole. A scuola si studiano i settori: primario, secondario, terziario in percentuali. I numeri di adesso sono quelli di una piramide rovesciata: la percentuale più alta è rappresentata dal settore terziario e quella più bassa dal primario. Eppure il settore agricolo è quello che sta alla base. Sinceramente, l’immagine di una piramide rovesciata mi trasmette una forte instabilità. I contadini, poi, preferiscono emigrare dalle campagna piuttosto che continuare la vita dei loro padri e i politici alimentano questa condizione».

«È un gesto politico la scelta di girare in pellicola?».

Alice Rohrwacher: «Sì, ma non è un gesto nostalgico. Non c’è nostalgia per la situazione di un tempo, anche se la situazione odierna è molto confusa. Io sono nata nel mondo del digitale, ma, con l’uso della pellicola, volevo giocare sulla dimensione adolescenziale del personaggio. Nessuno si identifica in Lazzaro, perché, quando lo si vede, si assiste a un mistero. Un altro elemento vintage è stata la scelta del mascherino. In nessuna ripresa del film ho mai usato un mascherino, perché volevo che questo film fosse senza maschere. Certo, non è un film perfetto, ma è puro».

Alice Rohrwacher

Alice Rohrwacher

Dopo questa domanda, Farinelli si interrompe e viene data la possibilità al pubblico di rivolgere delle domande . La nostra redazione ha avuto l’onore di poter rivolgere una domanda alla regista di questo nuovo capolavoro del cinema italiana. La domanda è stata questa:

«Ho visto molto del cinema di Pasolini in questo film! Pensa che il mondo contadino rappresenti il sacro oppure, come pensò Pasolini alla fine della sua vita, pensa che i contadini si siano corrotti perché sono sempre stati corrotti?».

Alice Rohrwacher: «Non mi sono troppo ispirata a Pasolini. Certo, lui è un autore molto presente, soprattutto nella colonna sonora del film. Definirei il mondo contadino più simbolico che sacro; infatti, mi sono ispirata a molti quadri religiosi, soprattutto per la frontalità dell’immagine. L’Inviolata (la villa in cui è ambientato metà del film), in particolare, è un luogo realistico ma anche simbolico: è ovunque, è un paesaggio interno ed esterno. Abbiamo cercato a lungo questa location in tutte le regioni d’Italia, per poi trovarla a venti minuti da casa mia. I contadini, in questa storia, sono un po’ cattivelli, ma sono delle vittime di un inganno e noi dobbiamo schierarci dalla parte di chi è ingannato».

Terminata la mia domanda, il pubblico presente in sala si è sbizzarrito a fare domande su vari argomenti».

«Questo film è stato proiettato in un ambiente rurale? Qual è stata la reazione dei contadini che lo hanno visto?».

Alice Rohrwacher: «È stato proiettato nella zona in cui è stato girato ed è piaciuto molto. È stato però difficile da vedere per coloro che lo hanno realizzato, soprattutto per me, perché è difficile riportare gli sguardi di chi lo ha vissuto. La cosa bella è che, dopo i titoli di coda del film, si sente la canzone Corri Lazzaro. La canzone mi è stata mandata per caso, ma ho deciso di inserirla nel film lo stesso. Questo significava che Lazzaro, in qualche modo, è diventato un’icona, un simbolo anche per altri artisti».

«Perché il finale nella banca, cosa significa?».

Alice Rohrwacher: «Il finale è sempre esistito nella mia mente, poi è diventato cronaca da leggere sui giornali. La bontà è sempre stata sfruttata, ma ora è sospettata. Mi è successo di andare a Parigi dopo un attentato e sono stata vittima di un fraintendimento molto simile a quello che succede a Lazzaro alla fine del film. Il sospetto ricade sempre sugli innocenti, su altri Lazzari […]. La mia voleva essere una fiaba e molti luoghi e molte azioni sono da cogliere nel loro significato simbolico, anche se ingenuo. Con la troupe abbiamo lavorato più sull’atmosfera, sul ricordo, piuttosto che sul fatto in sé».

«Le chiedo una curiosità: il film ha il certificato di sostenibilità ambientale. È stato per caso girato secondo una logica ambientalista?».

Alice Rohrwacher: «Sì! Tempesta, la casa di produzione di Lazzaro Felice, con sede a Bologna, adotta questo protocollo. Purtroppo, le produzioni di un tempo avevano l’abitudine di distruggere il luogo in cui si effettuavano le riprese per adattarlo ai fini della storia. Oggi, diciamo che le produzioni mantengono inalterato il luogo delle riprese. Io vorrei che si giungesse a un punto in cui il cinema migliora l’ambiente in cui si gira».

Alba Rohrwacher

Alba Rohrwacher

«Parlando del ruolo di Alba, qual è il ruolo dell’ex buono che si omologa alla società?».

Alice Rohrwacher: «Antonia è la prima a riconoscere il miracolo di Lazzaro. Tuttavia, questo miracolo annoia. Lazzaro annoia perché non fa niente: è un supereroe senza superpoteri. In un certo senso la turba; infatti, chi vede l’innocenza ne è infastidito e vuole allontanarla perché è inutile».

«Si può essere come Lazzaro?».

Alice Rohrwacher: «Non c’è scelta. O lo sei o non lo sei, ma non è uno stato perenne: è uno stato momentaneo che può durare un’ora, un giorno, un mese, ma poi sparisce. È la possibilità di vedere l’altro, l’empatia di provare qualcosa per lui».

Con questa domanda si conclude l’incontro con una grandissima esponente del nostro cinema, che, oltre a essere una grande artista, è anche una donna capace di sprigionare e trasmettere un’infinita dolcezza. La sala sembra quasi essere pervasa dalla potenza e dalla grazia della sua poesia.

Purtroppo Alice Rohrwacher è troppo stanca per poterci concedere un’intervista, ma mi sento comunque felice per averla conosciuta e per essere riuscito a stringerle la mano. È raro poter conoscere un’artista così da vicino e oltrepassare quel lieve confine che separa l’arte dal divismo.

Per questo sono felice di essermi goduto quell’attimo di sublime vicinanza.

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