Nuovi Sguardi: Diagnosi Privata – Inseguendo una musica verde

Alessandra Savino

Aprile 4, 2022

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C’è una frase formulata da Noam Chomsky, noto scienziato cognitivista e teorico della comunicazione statunitense, che figura categoricamente come esempio negli studi di linguistica generale.

«Colorless green ideas sleep furiously».

(Noam Chomsky)

Ebbene, proprio questa combinazione sinestetica potrebbe, a mio parere, riassumere alla perfezione Diagnosi Privata, il primo cortometraggio di Nina Rossano. Un tuffo in una Napoli inedita, verde ed elettronica, in preda a una furia silenziosa e sotterranea. Un esperimento cine-musicale tra autobiografia e distopia.

Chi è la regista di Diagnosi Privata?

Nina Rossano, classe 1997, nasce a Napoli. Si laurea in Sociologia alla Federico II, poi si trasferisce a Bologna per specializzarsi al CITEM. Qui conosce e inizia a lavorare come assistente sceneggiatrice per Fabio Bonifacci. Attualmente vive a Napoli ed è membro del consiglio direttivo dell’associazione No Profit Media Studies.

Diagnosi Privata
Uno scatto di Nina Rossano sul set

Di cosa tratta Diagnosi Privata

Il film della durata di quindici minuti segue Gaia, interpretata da Alessia Thomas, per le strade di Napoli, dove incontra una serie di personaggi che la fanno scendere a patti con i suoi pensieri ossessivi, profondamente compromessi da una malattia intestinale cronica infiammatoria e dalla pandemia di Covid-19. Prodotto da R9, GOLDEN STAR PICTURES e GMC Meccanica Cestari, è in concorso ai David di Donatello 2022, selezionato dal Rome Outcast Independent Film Festival e dal Lift-Off Global Network.

Alessia Thomas è Gaia, la protagonista e l’alter ego della regista

Intervista a Nina Rossano

Il colore prevalente di Diagnosi Privata è il verde. Suscita straniamento e depersonalizzazione, riuscendo a restituirci vividamente il filtro che la protagonista applica a quello che la circonda. Si tratta di un’intuizione sul campo, o era già presente nella sceneggiatura?

Nina Rossano

Il verde è su “carta”, è simbolo di speranza, quella che guida la protagonista. Ma, in realtà, restituisce anche un’atmosfera di mistero e forse, per me, in un certo senso, il mistero guarisce, se indagato. Non so precisamente che vuol dire, ma sento che è così. Il verde è un colore a cui sono da sempre legata – Vertigo è uno dei miei film preferiti – ed è stata probabilmente la mia unica certezza fotografica. L’intenzione è presente in ogni frame, dalla scenografia ai costumi, e l’ho comunicata fin da subito alla direttrice della fotografia, Roberta Rossi Scala. Il colore cresce di intensità nel corso del corto fino all’apoteosi finale.

La soglia tra la realtà e il delirio è sottile e la musica elettronica si rivela un elemento-personaggio incisivo. Che spazio ha occupato nel processo creativo? Ha viaggiato parallelamente alla stesura del film?  

Nina Rossano

Il cortometraggio è nato in un pomeriggio in cui ammazzavo lo scorrere del tempo su FL studio, un programma di produzione musicale. Fin da piccola, ho sempre avuto una sorta di “sindrome del dj”. Mi commuove come in Diagnosi Privata la musica, composta da Valerio Fatalò, colleghi diverse tipologie di tristezza o profondità nel mondo, come quella che riguarda Gaia, la protagonista, e quella dei personaggi che incontra. Mi piace la sensazione di “necessarietà” della musica e la sua “finta circolarità”, ossia come la musica ritorni, ma senza ripetersi mai. Anche il montaggio, a cura di Luca Visingardi, riflette questo andamento ritmato e discontinuo, questa “spezzatura”.

Napoli simboleggia la claustrofobia della protagonista: vicoli, strettoie, luci e ombre che si mescolano. Che ruolo ha rivestito la geografia cangiante della città?

Nina Rossano

Non c’è luogo più magico di Napoli, più denso di simbologia mistica e folcloristica. Ma è anche presente una sensazione di “eerie” labirintica. Mi piace la prevedibilità dei vicoli, è rassicurante, ma mi piace anche la follia estremamente umana che li contamina, follia intesa a livello di persone che li popolano, luci che li accarezzano, ombre che li inghiottono, negozi che li illuminano.

Il dialogo sinistro con un artista di strada sembra suggerirci il senso ormai perduto dello scambio. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte ai suoi ritratti deformati, nei quali si legge non solo l’allarme della protagonista, ma anche la disillusione di una generazione. Da dove viene questa rappresentazione?

Nina Rossano

Il personaggio è tratto da un artista di strada che conosco. Si aggira sempre per i vicoli del centro storico di Napoli. Ogni volta che ci parlo mi spiazza. Inoltre, l’attore che lo interpreta, Valerio Lombardi, che ora vive a Roma, ha svolto in passato “acting in the street” proprio in quei vicoli. È stata una bella coincidenza, il punto di contatto tra esperienza e finzione. Poi, trovo interessante il rapporto tra soldi, arte e sopravvivenza. Lo trovo tanto schizofrenico quanto “autentico”. Inoltre, capita che ritroviamo in quei volti deformati, alieni, quasi una conferma della nostra stasi. L’artista e i disegni, del bravissimo Francesco Sicilia, offrono alla protagonista non solo un dialogo metacinematografico, ma proprio umano. Un consiglio: non ci affatichiamo troppo, perché quando si è “artisti” o ci si prova, si sente sempre questo enorme peso gravare sulle spalle, è inspiegabile. Una sorta di coraggio di essere.

Diagnosi Privata
Giorgia D’Emilio, fotografa di scena, riprende un momento del backstage

Il film è fatto di incontri e soprattutto di sguardi, anche se indesiderati e non ancora pronti per essere accolti. Tuttavia, ci ricorda quanto sia fondamentale l’altro per conoscerci e per ritrovarci. Ma, in questo caso, il vero ascolto forse prende forma soltanto nel silenzio. Com’è stato evocato?

Nina Rossano

La protagonista si apre lentamente all’altro e a se stessa, come se si stesse scongelando dopo una lunga fase di ibernazione. Sono affascinata dal linguaggio, e ogni singola parola proveniente dall’esterno può sembrare una costruzione, a volte. Questa era nello specifico la sensazione che ebbi nei primi dialoghi dopo la quarantena. Dopo una lunga fase di mutismo, il silenzio continuava a essere, forse, l’unico modo di sostenere uno sguardo senza paura di frasi meccaniche, circostanziali, vuote. Diagnosi Privata batte sulla consapevolezza del linguaggio e sulla stranezza dello stare al mondo.

Il titolo Diagnosi Privata è un riferimento alla dedica riportata nei titoli di coda. Il taglio che è stato dato è molto personale. Quanto è stato determinante per l’elaborazione di questo progetto?

Nina Rossano

Nel 2021 sono passata da una vita “normale” a quella di una persona che ha tutti i sintomi di chi soffre di Morbo di Crohn. L’organismo non assimila le sostanze nutritive e non c’è una causa precisa. Sto bene ora, ma la mia “diagnosi”, oltre che scientifica, è stata privata. Viviamo in un periodo storico in cui il termine diagnosi è abusato. Girare questo corto, rendendo l’invisibile visibile, è stato un modo per riappropriarmene e per riflettere criticamente su che cosa significhi parlarne.

Soprattutto su un lettino. La vita è strana, è fluida, eppure ci sentiamo spesso costretti ad analizzarla con precisione chirurgica. Come se la società stessa ci volesse indifesi, prede del concetto di salute mentale. Mi riferisco al sentore di un’arrendevolezza, se non addirittura una sorta di “violenza simbolica” nei confronti della psicologia stessa, per cui nutro invece enorme stima. Mi rifaccio alle parole dello psicanalista Erich Fromm: «il paziente dovrebbe sapere ciò che lo aspetta, e non starsene lì, ignorante di tutto, che tanto più parla e tanto meglio starà, è superstizione pensare che col solo parlare si guarisca […]. Il paziente dev’essere estremamente attivo».

Il disagio comunicativo è il risultato del malessere e della confusione che vive la protagonista. Hai interpretato una coetanea, un’alter ego della regista, che si ritrova in un mondo che, come lei, non è più quello di prima. Qual è stata la tua preparazione?

Alessia Thomas

Non c’è stata una vera e propria preparazione, piuttosto è stato fondamentale il confronto con la regista. Abbiamo trovato fin da subito molti punti di contatto. Non ho avvertito la responsabilità “canonica” della prestazione, né prima né durante le riprese, perché Diagnosi Privata è un racconto sincero, più che mai vicino anche al mio vissuto. Il sale del progetto, cioè la sua naturalezza, sta proprio in questo dialogo, in questo sentire comune. Si è creata una rete di sostegno che va al di là del lavoro in sé e per sé, è stata un’esperienza innanzitutto umana.

Anche quello del corpo è un linguaggio. Nella scena finale il movimento interiore si trasforma in danza. Quasi un rito propiziatorio, una nuova rinascita. Quali indicazioni hai ricevuto?  Qual è stato il tuo contributo?

Alessia Thomas

La liberazione di Gaia, il suo scrollarsi di dosso il dolore e le negatività accumulate, è stata una diretta conseguenza del suo sviluppo. Gaia è cresciuta con me, è stato un exploit condiviso. Non è un gesto soltanto performativo, ma parla anche di me in quanto persona.

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