In una grande stanza vuota, dalle pareti lisce e dure, viene immessa una voce o una melodia. Il suono rimbomba e crea un riverbero naturale: è così che si costruisce una camera dell’eco. Quella stessa stanza che dà il titolo a The Echo Chamber, il nuovo film di Andrea Pallaoro presentato all’ottantatreesima edizione della Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia.

La camera dell’eco, utilizzata in studio di registrazione per aggiungere profondità spaziale ad una traccia, ha il potere di rivelare la vera intenzione di una voce. Ed è proprio la casa-studio del produttore musicale Leonardo, il protagonista interpretato da Luca Marinelli, che diventa la metafora di una camera dell’eco: nel riverbero delle azioni e dei silenzi, l’appartamento rivela le verità profonde di chiunque vi metta piede.
La camera dell’eco di Bernardo Bertolucci
Bernardo Bertolucci scrisse la sceneggiatura poco tempo prima di morire, insieme ad Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, le quali poi hanno collaborato con il regista Pallaoro per far vedere la luce a questo progetto incompiuto.
Il protagonista Leo è un noto produttore musicale che sta lavorando all’album della celebre cantante Ava, un’artista iconica che è riuscito a convincere a uscire dal ritiro. Nella sua vita entra Anne, una dottoressa incontrata durante una visita domiciliare per la sua fisioterapia, e tra loro nasce una storia d’amore.

The Echo Chamber fonda la sua struttura sull’intreccio tra esperienza personale di Bertolucci e molti temi ricorrenti del suo cinema: l’amore, l’identità e l’estrema tensione tra Eros e Thanatos, insita nei rapporti umani.
Bertolucci, infatti, trascorse gli ultimi anni della propria vita costretto in carrozzina da un’operazione per un ernia al disco andata male, costantemente tormentato dagli stessi dolori alla schiena di cui soffre il protagonista del film. Un dolore subdolo, apparentemente comune e non invalidante, ma che invisibile pian piano si insinua nella vita di Leo fino a cancellare il confine tra il sé ed il dolore e a contaminare ogni relazione.
Nella storia riemerge un tema caro a Bertolucci: il legame fatalistico tra un uomo e una donna, in cui l’amore può diventare l’eufemismo per il complesso ciclo distruttivo che tali sentimenti spesso giustificano.
La danza onirica di Leo e Anne in The Echo Chamber
Pallaoro inizia con un incipit di forte tensione (l’overdose di Leo), così da costringerci a tornare indietro in un’ellissi onirica che mostra l’evoluzione del suo rapporto con Anne. I piani temporali si sovrappongono e, ai momenti intimi e strazianti della nascita di una storia d’amore su cui aleggia l’ombra della fine, si alternano scene del presente, in cui Anne continua a frequentare la casa di Leo nei momenti in cui l’uomo è assente.

Si sviluppano così due storie d’amore parallele, segnate da continui momenti di avvicinamento e distanza, come un’eco l’uomo e la donna passano dallo stare vicini ad abitare la stessa casa senza incontrasi mai. Ribaltando il parallelismo con i tre protagonisti di un altro capolavoro di Bertolucci The Dreamers, i due amanti invece di fondersi, si alternano in una danza evasiva.
La forma di Pallaoro e l’incoscio di Bertolucci
The Echo Chamber è un film lento e contemplativo che si muove continuamente nella geografia labirintica delle personalità dei protagonisti.
Per tutta la durata della pellicola, gli interni avvolgono i personaggi, tra i toni bianchi delle pareti e il rosso scuro degli arredamenti coordinati con dovizia fiamminga, osservandoli limitati entro i confini del profilmico; un ambiente elegante ma claustrofobico in cui si sviluppa la trama del film.

È in questi spazi chiusi che i personaggi possono essere osservati da vicino e vivisezionati nelle loro abitudini e manie. Bertolucci stesso rese iconici questi drammi da camera, in cui le pareti di una casa si trasformavano nello specchio dei personaggi e della loro psiche.
«Gli spazi chiusi del film prendono forma a partire dall’interiorità dei personaggi che li abitano»
(Bernardo Bertolucci)
Raccogliendo l’eredità di Bertolucci, Pallaoro investiga le profondità dell’Io e delle relazioni umane, non lasciando respiro ai personaggi, costantemente inseguiti dalla macchina da presa che rimbalza tra le pareti dell’appartamento.
La psicanalisi è stata spesso per il regista parmigiano un obiettivo in più da aggiungere alla macchina da presa, per costruire film analitici, che si immergono nelle profondità della mente umana come in un sogno collettivo ad occhi aperti. Per lui psicologia e cinema si devono incontrare nel forte rapporto che entrambi hanno con il mondo del sogno, dell’associazione libera e della continua creazione di senso e significato.

Dall’incontro in giovane età con l’analisi, il cinema politico-sociale di Bertolucci accoglie questo nuovo sguardo e trasforma la macchina da presa in un personaggio della storia narrata alla ricerca continua del nuovo e non previsto. Un elemento attivo pronto ad accogliere l’inconscio, per definizione qualcosa di segreto e inatteso. In linea con il principio de la porta aperta di Jean Renoir, secondo cui, quando si gira un film, occorre pianificare ogni dettaglio, lasciando però sempre un varco aperto alla realtà, affinché possa irrompere nella scena.
«Ma per me, il cinema è molto improvvisazione. Sceneggiatura molto costruita, molto programmata. Ma poi, secondo Renoir: “Sempre lasciare aperta una porta sul set, qualcosa o qualcuno potrebbe entrare…»
(Bernardo Bertolucci)
Per Bertolucci il regista e gli attori, e a loro volta i personaggi, diventano così una coppia analitica che ricerca nel dialogo e nell’imprevisto la rivelazione di una verità sconosciuta e nascosta.
In The Echo Chamber, è emblematico, in questo senso, il personaggio di Ava, con la quale Leo instaura un rapporto intimo, confidenziale, forse platonico e materno, a suo modo antitetico rispetto alla morbosa premura di Anne.

Con un ruolo di eco freudiano, la cantante lo aiuta a guardarsi dentro e ad andare avanti navigando nel proprio dolore. É lei che con le sue parole cerca di legare e approfondire i temi centrali della pellicola, avvicinando amore, musica, dolore e memoria.
Il potere del corpo in The Echo Chamber
In questa pellicola si assiste all’incontro tra un cinema di indagine e osservazione vitale, proprio di Bertolucci, ed un linguaggio, quello di Pallaoro, che è invece essenziale e minimalista: egli non cerca di suggerire letture, soluzioni o giudizi, ma lascia allo spettatore la responsabilità di arrivare a delle conclusioni autonomamente.
Lo spazio e i corpi sono costantemente osservati come il terreno su cui si costruisce l’identità e su cui possono avvenire le trasformazioni più profonde e personali. Leo, Anne e Ava diventano le tele su cui Pallaoro cerca di catturare l’inconciliabile tensione tra gli opposti di cui è fatta la vita, in cui amore e morte sono indissolubilmente legati e allo stesso tempo, sono uno la negazione dell’altra.
I corpi dei protagonisti sono i portatori dei loro cambiamenti, del loro dolore e del loro amore come, in Ultimo tango a Parigi, Jeanne e Paul, i due protagonisti, usano il loro corpo e il sesso come l’ultima arma per combattere l’oblio.

In questo famosissimo film, forse il più discusso di Bertolucci, il rapporto tra i due protagonisti è come un tango, una metafora per il gioco di avvicinamento e distanza, che troviamo anche in The Echo Chamber, che tenta di soddisfare il loro bisogno di vicinanza, cura e controllo, in una vita governata fino alla fine da un equilibrio tra eros e thanatos, come rappresentato dalla posizione fetale di Paul nel momento della morte. Un finale che sancisce in modo struggente la solitudine dell’essere umano, in una continua fuga e rincorsa di questa condizione.
«La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista»
(Bernardo Bertolucci)
In Ultimo tango a Parigi, amore e morte costituiscono un equilibrio dal valore distruttivo e mortifero, che, però, nelle opere successive, come The Dreamers o Io e te, cambia la propria natura, elevando il potere del rapporto corporeo ed emotivo ad una forza salvifica e vitale.
In The Echo Chamber, al contrario, si ha un passo indietro: si ritorna ad un legame cupo e soffocante tra amore e morte. Una regressione nell’indagine artistica di Bertolucci o una libertà del nuovo regista?

Pallaoro, con la propria ricerca estetica e minimalista, raffredda la materia d’origine, che tanto ricorda i grandi capolavori di Bertolucci, ma che di quel passato riesce a rievocare solo il ricordo, senza riuscire a far sgorgare la vita e la realtà dai propri personaggi.
Le sofferenze e felicità di Leo rimangono confinate all’interno di una bolla esistenziale e borghese, mancando di quella forza e di quel contrasto politico che, nelle opere di Bertolucci, trasformavano il dolore individuale nel riflesso di una nevrosi collettiva o di un’epoca.
La vita cruda, imperfetta e politica narrata dal regista parmigiano riusciva così a travalicare i confini della sola estetica.

Ad un certo punto, invece, tra corpi osservati a distanza, spazi che li imprigionano e uno sguardo fisso che non concede quasi mai l’abbandono, la narrazione di The Echo Chamber si perde e rivela le proprie mancanze.
La penna di Bertolucci e l’elegante cinema di Pallaoro si inseguono continuamente, tra i silenzi e le inquadrature statiche del film, ma non sembrano mai trovare la loro completa armonia, finendo per scindere l’estetica dalla componente umana. La potenza del film è spesso scalfita dall’eccessiva ripetitività e da una scrittura che fluttua nell’astrazione, perdendo il centro emotivo dei personaggi e peccando talvolta di una prospettiva poco chiara.
La svolta del finale di The Echo Chamber
Fino ad arrivare al finale in cui Pallaoro, come a rimarcare le tracce tematiche del film, prende una direzione non ben comprensibile e rizomatica, che invece di dare compattezza al racconto finisce per indebolirlo, evidenziandone le mancanze e i precari equilibri. Il cinema analitico-onirico di Bertolucci si riconosce in quest’opera dura e contemplativa, solo nei momenti in cui riesce, soprattutto nella prima metà, a trasmettere le sfumature di queste vite ferite, costrette in un continuo ciclo di dolore e amore.

Tuttavia la sua efficacia sfuma nei tentativi di confronto troppo diretto con il cinema del regista parmigiano, che viveva di una forza e di vibrazioni viscerali, distanti dal cinema di Pallaoro. Le azioni e le parole dei giovani amanti di The Dreamers o la tensione e il mistero della coppia di Ultimo tango a Parigi, viaggiano lontano dall’eccessivo astrattismo di The Echo Chamber.
Anche un epilogo non atteso arriva a negare il ritmo contemplativo costruito fino a quel momento, rompendo totalmente con il significato bertolucciano della porta lasciata aperta di Renoir da cui, questa volta, non entra la realtà, ma se ne esce quella eco che il film aveva faticosamente custodito tra le mura della casa, vanificando parte del suo grande potenziale.




