«Interrompiamo le trasmissioni per comunicarvi una notizia straordinaria… La guerra è finita! Ripeto, la guerra è finita!»
Questo intervento di Corrado, trasmesso via radio sulle frequenze RAI il 9 maggio 1945, oltre a sancire la fine di un massacro che aveva messo in ginocchio il mondo, segna un nuovo inizio, la necessità di una ricostruzione imminente, il sogno di “poter rifare l’Italia”.
Ma proprio quell’Italia appena uscita dalla guerra sarebbe diventata negli anni il terreno fertile di molte contraddizioni.
Molti film hanno provato a raccontare quell’Italia; pochi l’hanno fatto bene; pochissimi sono riusciti a mettere in scena quei rapporti umani; e ancor di meno a mostrare la disillusione di un’intera generazione. Ecco, tutte queste caratteristiche si condensano in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola.
Film profondamente umano, nel suo romanticismo disilluso, nella sua ironia agrodolce immersa in un alone di malinconia. Antonio, Gianni, Nicola. Tre storie, tre partigiani, tre uomini di sinistra, tre sinistre diverse, una sola donna, Luciana, l’Italia, contesa, sfuggente, a tratti incomprensibile; sullo sfondo trent’anni di storia, di cinema, di speranze tradite e di sconfitte amarissime.
«Eravam tutti pronti a morire
ma della morte noi mai parlavam
parlavamo del futuro
se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà.»(Armando Trovajoli, E io ero Sandokan)

La storia di C’eravamo tanto amati
Di questa pellicola si sa che, almeno inizialmente, doveva essere solo la storia di Nicola (Satta Flores), un uomo di provincia ossessionato da Ladri di biciclette e da De Sica, nel seguire la sua parabola ascendente da autore e discendente da interprete. Insomma, il film nasce immerso nel meta-cinema. E per carità lo rimane, soprattutto anche come lettera d’amore al cinema italiano.
Ci sono i riferimenti espliciti, come già detto, a De Sica, a cui è dedicato il film, ma anche a Fellini, Antonioni, al Neorealismo tutto ; c’è la celebre ricostruzione della scena della Fontana di Trevi de La Dolce Vita; c’è Luciana che sogna il cinema, mentre il cinema stesso sembra scivolarle continuamente dalle mani.
Poi Scola si rese conto che la potenziale autoreferenzialità del film poteva risultare fine a sé stessa. Da qui l’idea di aggiungere due personaggi: un borghese (Gianni) e un proletario (Antonio).

Così il film prende forma e lo fa con una serie di scelte innovative, d’ispirazione “nouvelle vouguiana” che ci ricordano il sempre poco citato legame del regista con la corrente francese. La narrazione procede per frammenti, inizia con la fine, e va avanti con analessi e punti di vista alternati tra i quattro protagonisti. I personaggi raccontano sé stessi direttamente allo spettatore, rompendo la quarta parete, quasi a volerci rendere partecipi delle loro vite/sconfitte.
Così come lo stacco dal bianco e nero al colore, per mezzo dell’espediente dell’artista di strada, che diventa il passaggio dalla drammaticità neorealista del dopoguerra, alla rassegnazione alla complessa modernità.
Ecco, quale modo migliore per analizzare l’opera, se non attraverso i 4 protagonisti:
Nicola (l’idealista)
Nicola, pseudointellettuale di Nocera (Inferiore è da ribadire!) è il personaggio più tragicomico della storia. E nel suo essere macchiettistico, ne è forse il meno protagonista. Egli è l’emblema della fedeltà cieca ai propri ideali, che però non può portare altro che all’autodistruzione. Nicola non scende mai a compromessi, non si adatta mai alla realtà, e proprio per questo viene espulso dal mondo. Il suo radicalismo lo rende sì puro, ma impotente.
E la scena di Lascia o raddoppia? sintetizza perfettamente il cuore inconcludente del personaggio, ritagliata con sagace ironia da Scola: nel modo in cui perde non per ignoranza, ma perché la risposta è talmente ovvia che si sofferma a raccontare l’aneddoto dietro la scena di Ladri di biciclette. Tanto inconcludente, che neanche Luciana lo amerà mai davvero e lo utilizza solo come un rifugio temporaneo.

Ma la verità è che Nicola è anche profondamente egoista. Nel suo fanatismo intellettuale destinato a una desolante solitudine, sacrifica tutto, persino la propria famiglia.
Il suo destino sembra già segnato dall’inizio, quando la moglie Gabriella, in seguito a un litigio tra il marito (professore di liceo) e il preside della scuola dopo il cineforum proprio su Ladri di Biciclette, lo implora di chiedere scusa, pur di riavere il posto da insegnante, perché hanno un figlio da mantenere; lui però preferisce inseguire il mito del cinema e della critica, abbandonando lavoro, moglie e figlio in nome di un ideale astratto, rifugiandosi in una mansarda a Roma.
Antonio (il proletario)

Antonio, interpretato da un sempre ottimo Nino Manfredi, è il personaggio moralmente più puro del film. Nella sua estrema semplicità, trascorre l’intera vita facendo il portantino, non conoscendo alcuna ascesa sociale, ma nemmeno un vero declassamento. Rimane immobile, fedele a sé stesso e, soprattutto, ai valori della Resistenza.
Comunista riformista, sincero e altruista, è incapace di provare un odio autentico persino verso Gianni e Nicola, che lo hanno ferito. Continua a considerarli amici, pronunciandone i nomi con ostinazione e parlando continuamente di loro, soprattutto di Gianni, verso cui emerge una evidente fascinazione.
“Vive” in una trattoria: Il re delle mezzeporzioni. In questo senso, il locale, che ritorna ciclicamente nel corso della pellicola, assume il ruolo di un vero crocevia : il luogo in cui i personaggi si incontrano, si perdono e si ritrovano. È quasi l’ultimo rifugio possibile di una coscienza di gruppo, che il tempo e il compromesso non sono riusciti a cancellare del tutto.
Antonio incarna la sopravvivenza residuale e misera della collettività in una semplicità spicciola ma radicalmente buona.
Gianni (l’inetto)
Gianni, invece, è il grande sconfitto del film. Vittorio Gassman gli regala un’ambiguità funesta, che lo fa partire da ideali identici a quelli dei suoi amici, facendolo lentamente, però, divorare dal compromesso.
Gianni vuole il potere e lo ottiene al costo di diventare esattamente ciò che avrebbe dovuto combattere: il classico inetto “sveviano”. Un personaggio che tenta disperatamente di integrarsi nel sistema fino a dissolversi dentro di esso.
Emblematica la scena dello scontro col suocero (Aldo Fabrizi) figura dell’industria italiana cinica e predatoria, dove finisce per schiaffeggiarlo, rendendosi conto, forse, di essere diventato peggio di lui. Ma Gianni capisce davvero ciò che è diventato soltanto molti anni dopo, nel momento del rincontro con Antonio e Nicola. Addirittura deve fingere di fare il parcheggiatore abusivo, pur di nascondere il turpe tradimento degli ideali. Sta lì, in quella cena, la frase più cruciale del film: “La nostra generazione ha fatto veramente schifo”.
Una sentenza che racchiude tutto il significato della pellicola.

Ancora più significativo, però, è il suo rapporto con la moglie Elide, avendola sposata soltanto per convenienza sociale, come slancio verso la sua ascesa fascio-borghese, quando lei, invece ne è terribilmente innamorata. Lei, infatti, prova disperatamente ad adeguarsi al marito; tenta di diventare elegante, colta, raffinata, una perfetta donna “antoniana”. Ma
Gianni rimane incapace di amare davvero qualcuno che non sia sé stesso e la propria ambizione. Anche quando Elide gli confessa un tradimento, lui reagisce con estrema indifferenza e sarà così anche nel momento del triste epilogo della coniuge. “I ricchi so’ i più soli” sembra riecheggiare costantemente nella mente di Gianni, perché così sembra essere davvero.
E anche se, forse, Luciana amava più lui di Antonio, e Gianni non ha mai smesso di amare Luciana, come ammette lui stesso, lui ha preferito l'(in)successo personale e lei, in venticinque anni, è semplicemente cambiata.
Luciana ( l’Italia)
Proprio Luciana, come emerso, rappresenta il legame emotivo tra i tre uomini e, allo stesso tempo, il punto d’incontro e di rottura delle loro esistenze. Attraverso di lei emergono i temi dell’amore mancato, delle occasioni perdute e della distanza insanabile tra desiderio e realtà.
Luciana, in fondo, è l’Italia stessa, amata da tutti e tre, continuamente inseguita, idealizzata, contesa, ma incapace di appartenere davvero a qualcuno.
Antonio, Nicola, Gianni proiettano su di lei le proprie idee di rinascita, proprio come ciascuno dei protagonisti tenta di costruire una propria idea di Paese dopo la guerra.
In Luciana vivono innocenza e compromesso, volontà di emancipazione e necessità di sopravvivere, slancio romantico e progressiva disillusione, come il Bel Paese. Il suo stesso corpo diventa terreno di negoziazione, metafora di un’Italia che, uscita dalla guerra con il sogno di una rinascita collettiva, finisce lentamente inglobata nelle logiche del benessere del “boom”.

Il crepuscolo della commedia all’italiana
Scola palesa tutto già nel titolo:
C’eravamo tanto amati: eravamo insieme, eravamo comunità, eravamo ancora convinti che il futuro potesse appartenere a tutti. Il verbo al passato contiene già il senso di tramonto. Scola realizza così l’ultimo grande atto della commedia all’italiana proprio nel momento in cui quella forma cinematografica sta morendo insieme al Paese che aveva raccontato.
Scola indagò ciò che eravamo per interrogarci su ciò che siamo diventati. E la risposta fu un’Italia incapace di conservare il senso umano e comunitario nato sulle ceneri del ventennio, progressivamente sostituito dall’opportunismo individualista.
Rimane ancora la risata, certo, ma è una risata esausta, soffocata dalla perdita dei valori, incapace di nascondere il vuoto lasciato dalla fine di un sogno collettivo chiamato: Resistenza.




