La conversazione – Harry Caul tra ossessione e metacinema

Matteo Melis

Gennaio 18, 2022

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La conversazione (1974) è uno dei casi più brillanti di noir moderno. Film troppo spesso lasciato in ombra, l’opera di Coppola è in realtà un capolavoro espressivo ed estetico, con una narrativa comprensibile ma stratificata nei suoi significati, e con un protagonista talvolta oscuro e inaccessibile, talvolta fatalmente vulnerabile.

Ciò che più ha danneggiato La conversazione, paradossalmente, è la filmografia del suo autore: gli anni Settanta rappresentano l’epoca d’oro per Coppola, grazie all’uscita di film leggendari come i primi due capitoli de Il padrino (1972, 1974) e Apocalypse Now, che hanno riscosso un enorme successo per via della loro strepitosa imponenza e del loro maggior appeal verso il grande pubblico.

Questo ha portato La conversazione ad avere meno considerazione del terzetto citato in precedenza, risultando tuttora un film meno chiacchierato di quanto dovrebbe.

La Conversazione
Harry Caul (Gene Hackman) ricostruisce la famosa conversazione del film

Nell’opera assistiamo a un’unica vicenda che si snoda tematicamente in una doppia direttrice. Harry Caul (un grandioso Gene Hackman) è un investigatore privato specializzato in intercettazioni, incaricato di registrare una conversazione, o meglio “la conversazione“, tra una coppia di amanti.

Caul è stato assunto dal direttore di una grande azienda (chiamato semplicemente Il Direttore), parecchio interessato alla relazione fedifraga dei due, visto che la ragazza coinvolta è sua moglie. Tuttavia, non ha calcolato i risvolti potenzialmente letali di questa situazione, che potrebbe presto portare a un omicidio. Di nuovo. Sì, perché le magistrali intercettazioni del protagonista sono già costate la vita ad alcune persone, fatto che perseguita ininterrottamente Harry da quel giorno in avanti.

Caul si accorge di quanto sia pericolosa la situazione in cui è immerso nel momento in cui, dopo un lungo lavoro di ricostruzione, riesce a rendere chiara una frase:

Mark: «He’d kill us if he got the chance (lui ci ucciderebbe se ne avesse la possibilità)».

Dal Caul professionista impareggiabile, scivoliamo verso le sue paranoie più profonde: la scissione tra le due opposte anime che attraversano il protagonista si fa manifesta. Come sappiamo, Harry è il professionista migliore nel suo settore, che attraverso dei mezzi all’avanguardia da lui costruiti riesce addirittura a catturare le voci in movimento di due persone nel bel mezzo di una piazza in pieno giorno.

Il versante più oscuro di Caul, però, ci fa conoscere una persona la cui ossessione più grande è proprio il fulcro del suo mestiere, perché per lui nulla è più spaventoso che essere spiato e pedinato.

Il protagonista, infatti, vive in una casa spoglia, non usa il telefono né dà a qualcuno il proprio numero, come unico passatempo suona il sassofono. Spesso lo vediamo vagare con aria circospetta ed è memorabile la scena in cui si infuria con un suo collega quando questi, per scherzo, registra una sua conversazione privata. Il finale del film non può che essere una riprova dell’abisso paranoide in cui la mente di Harry vive costantemente.

La Conversazione
La conversazione incriminata

Spingendoci ancor più in là, il protagonista è foriero di un altro dualismo al suo interno, semanticamente più nascosto e non più inerente solo alla stretta narrazione, ma relativo al fatto che La conversazione è un sagace esempio del metacinema secondo Coppola.

Se, come abbiamo detto, Harry al contempo scova e rende chiara la conversazione, dall’altra le sue paranoie lo portano a immischiarsi nelle questioni tra Il Direttore e la coppia di amanti. Durante il dialogo in piazza, i due si danno appuntamento in una stanza d’hotel, accanto alla quale si apposterà Harry, intento a intercettare gli eventi prossimi a lui e dei quali si ritiene, almeno in parte, responsabile.

In questa sezione del film, emerge con enigmatica forza un’originalissima riproposizione degli eventi che intercorrono nella conversazione (asimmetrica e impossibile) tra autore e fruitore del film.

Caul, nella stanza d’hotel, così come nel suo mestiere in generale, installa delle apparecchiature che fungono, di fatto, da protesi del suo udito. Attraverso queste protesi è in grado di ricostruire pezzo per pezzo ciò che accade nei luoghi di suo interesse. Lo stesso lavoro viene fatto dal regista: l’autore di un film, infatti, dissemina il testo di momenti in cui la percezione dello spettatore viene chiamata in causa, esaltata e talvolta confusa.

Lo spettatore, dal canto suo, è chiamato a svolgere un lavoro di cui sempre Harry si sobbarca l’onere. Chi guarda l’opera ne deve ricostruire gli eventi, connetterli in modo logico e sensato, a volte traendo facili conclusioni e altre scommettendo sulle proprie inferenze, basandosi su un suono o su un qualsiasi dettaglio meritevole di attenzione.

La pericolosa intercettazione in hotel

Il contenuto metacinematografico interno a La conversazione sembra passare in sordina, non si fa esplicitamente presente nel testo, ma una volta notato non può in nessun modo essere evitato.

Coppola, da Maestro della settima arte, ragiona sull’audiovisivo scomponendolo e rimescolandolo, falsando la concomitanza spazio-temporale tra audio e video, ma anche sovrapponendo frammenti di conversazione alla vita del protagonista, o ancora sviandoci con la creatura da lui stesso costruita.

Così, abbiamo da una parte la maestria di un professionista che compone La conversazione, disponendo di strumenti tali da creare prolungamenti della percezione; dall’altra, c’è chi si immette affannosamente nella vicenda e tenta di risolverla ricostruendone il contenuto. Harry Caul, vero protagonista noir, è investito al contempo di tutte queste anime. Inoltre, proprio come può accadere nel cinema, anche il protagonista viene ingannato dagli indizi da lui stesso raccolti.

La Conversazione
Harry Caul (Gene Hackman) e Martin Stett (Harrison Ford) in una scena del film

«He’d kill us if he got the chance», infatti, non sta tanto a significare che Il Direttore ucciderebbe la coppia se ne avesse la possibilità, quanto vuole intendere «se ne avesse la possibilità, sarebbe lui a uccidere noi».

Accanto alla stanza di Caul, allora, non avviene il prevedibile omicidio della donna, ma quello del Direttore, cioè suo marito, caduto in un tranello ben più grande di lui e di cui Caul è stato inconsapevolmente complice. Insomma, anche il più abile dei professionisti può cadere in una tale trappola, che non farà altro che continuare a spalancare la voragine delle sue ossessioni.

Immaginiamo per un attimo che sia il regista a perdere la testa per cercare quegli indizi che gli farebbero ricostruire una trama. Forse inizierebbe la sua ricerca dai luoghi del testo in cui sa quali elementi reperire, così come un esperto di intercettazioni partirebbe dal telefono per scoprire una cimice.

Una volta trovato nulla, però, l’area si amplierebbe, l’uomo dovrebbe vivisezionare ogni punto, guardare in mezzo ai tagli di montaggio come si guarda negli anfratti della propria stanza. Distruggerebbe ogni sua credenza o fede, la squarcerebbe come si può fare con una Madonna in plastica per fare in modo di trovare una risposta che ancora non arriva.

Forse, in ultimo, perderebbe totalmente la testa, e fotogramma per fotogramma analizzerebbe tutta la superficie, smembrando le pareti dell’opera fino a distruggerla totalmente, sedendo infine in mezzo a una casa in pezzi, esausto e devastato, da solo, accompagnato soltanto dal suono malinconico del proprio sassofono.

Il finale del film

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