22 Maggio 1996 – La decisione. Il giorno che muta per sempre le sorti di una saga e interne ad essa, quelle del mondo
Il 22 maggio del 1996 non è soltanto la data di distribuzione ufficiale del primo capitolo di Mission: Impossible Saga. Quello per intenderci di Brian De Palma, nel quale Tom Cruise tra le altre cose, si cala per rubare i dati dal computer della CIA. Ma è anche e soprattutto il momento in cui quest’ultimo, comprende che la grande svolta della sua carriera sta ufficialmente bussando alla porta.
Cruise questa volta non si accontenta della sola interpretazione, vestendo perfino gli scomodi abiti del produttore. Si fa dunque corpo e mente di un’operazione nient’affatto impossibile, anzi gloriosamente supportata, tanto dalla Paramount Pictures, quanto dalla Wagner Productions, nelle vesti di Paula Wagner, socia di Cruise.

In regia un vero e proprio maestro del cinema, quale è Brian De Palma. Maestro che Cruise studia con grande impegno e dedizione, così da assecondarlo laddove insindacabile, altrimenti messo in discussione da un atteggiamento più che ambizioso e provocatore, prossimo a definire il divo Cruise. Sempre più inscindibile dalla personalità buffa, adrenalinica, folle e superomistica di Ethan Hunt, quella di Cruise è destinata a mettere in difficoltà perfino i grandi autori. La decisione dunque e l’inizio di un percorso via via più sregolato e inevitabilmente oscuro.
«Viviamo e moriamo nell’ombra, per coloro che ci sono vicini e per coloro che non incontriamo mai»
Non è un caso che di capitolo in capitolo il franchise action si faccia sempre più crepuscolare, adulto e talvolta addirittura disperato. Sempre più avvolto da queste ombre già richiamate. C’è però da sottolineare un punto. Per quanto Hunt non riesca a mantenere in vita tutti i suoi compagni di squadra (e di viaggio), perdendo lentamente parti di sé che non torneranno più, la disperazione non è mai tale da condurlo alla rassegnazione, al contrario, Hunt non demorde.
La morte infatti è un’ombra cupa e niente più, che inevitabilmente segue le gesta dei diversi membri della IMF, senza minimamente intaccarne né gli obiettivi, né tantomeno le capacità. Per questo, pur trattandosi di uomini e donne che un tempo sono stati semplici civili, i fantasmi della IMF sanno e accettano fin dal primissimo istante, che nulla verrà mai prima delle sorti del mondo. Infatti, tra le scomode e drammatiche verità (implicite) e interne alla squadra, c’è la questione del: ogni nostro sacrificio è necessario. Nonostante il dramma però, l’umorismo non è mai venuto meno.

Questo perché come direbbe qualcuno: «La morte sorride a tutti; un uomo non può fa altro che sorriderle di rimando».
Eppure il linguaggio slapstick e buffo di Mission: Impossible Saga non è soltanto un modo come un altro per scacciare via le ombre della morte. È piuttosto un codice morale. Certo, il dramma della perdita talvolta è subentrato. Basti pensare alle conseguenze apparentemente fatali della Zampa di lepre, che se non arrestano la corsa di Hunt, gli spezzano inevitabilmente il cuore – Julia tornerà, pur non essendoci più.
O almeno, non come avremmo o nel caso di Hunt, avrebbe voluto -, ancora ad Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) per mano del temibile Gabriel (Esai Morales) messaggero dell’Entità, fino alle pedine vinte di quest’ultimo atteso capitolo, Mission: Impossible – The Final Reckoning.
Eppure, nonostante l’accettazione della perdita, Hunt di tanto in tanto sorride, o quantomeno abbozza. C’è un passaggio sui fantasmi, che indica la loro tragica impossibilità d’affidarsi alla risata e soltanto al grido di disperazione. Dunque è vero che i membri della IMF sono fantasmi, ma ancor prima uomini e donne che hanno amato, sbagliato e in definitiva scelto.
Torniamo alla decisione. Torniamo ad un codice morale che sopraggiunge e non appartiene da sempre. Aderendo però fino al midollo, una volta fatto proprio. C’è un’eccezione che conferma la regola: l’unico volto e corpo, cui da sempre questo codice morale appartiene, o così sembra, è proprio quello di Tom Cruise.
Il codice morale di Tom Cruise/Ethan Hunt
Se ci pensiamo bene, nel corso di questi trent’anni o poco meno di storia del cinema, la saga di Mission: Impossible ha dialogato incessantemente con i cambiamenti talvolta passeggeri, altrimenti radicali della sfera sociopolitica dei nostri tempi. Un dialogo capace di influenzare perfino la scrittura dei film e ancor più la star della saga, Tom Cruise, come detto precedentemente, non soltanto corpo, ma anche mente dell’intera “operazione”.
Se è vero che qualcosa della vita oltre lo schermo ormai conosciamo (basti pensare alla complessa e controversa questione Scientology), è altrettanto vero che dell’evoluzione cinematografica Cruise – non si può definire in nessun altro modo – non ci siamo persi neppure un piccolo particolare. Tutto questo per dire che il codice morale (dunque le gesta) di Ethan Hunt, Tom Cruise se lo è cucito addosso, a partire dagli esordi sul grande schermo con i fratelli Scott e ancora Barry Levinson, Oliver Stone, Ron Howard, Rob Reiner e inevitabilmente Brian De Palma.

Affinato poi nel corso di quest’ultima parte di carriera, che tanto per dare una coordinata precisa, ha inizio tra il 2012 e il 2013, quando Cruise prende parte a Jack Reacher – La prova decisiva di Christopher McQuarrie e Oblivion di Joseph Kosinski. Il primo è una vera e propria pausa da Mission: Impossible Saga. Ne riprende alcuni elementi, ma si sposta ben presto verso i toni decisamente più “controllati” del legal thriller, che tanto per ricordare un grande film di Rob Reiner, Tom Cruise conosce bene, avendo interpretato qualche anno prima il Tenente Daniel Kaffee in Codice d’onore.
Mentre il secondo, è un titolo ben più complesso e a suo modo profetico, che ci racconta molto della svolta superomistica del divo Cruise. Anche in occasione di Oblivion infatti, le sorti del mondo, o comunque di una nuova specie, sono nelle sue mani. Tutto è avvolto nel mistero, ma il plot dell’imminente progetto di Alejandro González Iñárritu sembra raccontarci la medesima parabola.
Mission Impossible – The Final Reckoning inaspettatamente dialoga con Watchmen
Tornando a Mission: Impossible – The Final Reckoning. Questo ottavo capitolo è rappresenta senza alcun dubbio, l’apoteosi adrenalinica, irripetibile, sfrontata e ambiziosa del percorso precedentemente detto, o meglio dell’ascesa. Appena dopo il capitolo precedente Mission: Impossible – Dead Reckoning infatti, avevamo cominciato a riflettere circa le sorti del mondo. Preso in ostaggio inavvertitamente dalla deriva feroce, genocida e apparentemente insopprimibile del virtuale, l’Entità, un vero e proprio angelo sterminatore.
Chi altri se non Tom Cruise/Ethan Hunt, si sarebbe potuto far carico di una missione di tale portata?
Che non è più semplicemente action, ma dialoga con i toni del mito, della fede e più in generale della spiritualità. Nel corso di quest’ultimo capitolo viene spesso ripetuto ad Ethan Hunt che lui: “è il prescelto”. Un elemento nient’affatto insignificante, al contrario decisivo.
Poiché Hunt, fin dai primi capitoli – e spesso ne abbiamo ignorato il carattere meta testuale – ha il dono “oscuro” d’osservare le conseguenze di qualsiasi profezia, tanto del bene, quanto del male, riuscendo a spingersi oltre sempre più, sfidando qualsiasi limite, perfino quello dell’umano. Il medesimo percorso lo ha compiuto Cruise, che di capitolo in capitolo, ha provocato e inseguito con spaventosa determinazione tutto ciò che fino a lì non si era mai potuto filmare, né tantomeno interpretare, riuscendo di volta in volta a farlo, segnando record tutt’oggi insuperati, tra questi il minutaggio in apnea.
Ci sono voluti dunque otto capitoli di una saga che è ormai storia del cinema, oltreché fenomeno di massa, per comprendere quanto il divo Cruise sia sempre stato assolutamente inscindibile dal suo doppio Ethan Hunt.

Come qualsiasi Dio vorrebbe, The Final Reckoning, che ancor prima degli spettacolari stunt e formidabili sequenze action, poggia su una grande scrittura di Christopher McQuarrie ed Erik Jendresen, non grida mai a gran voce la necessità di un salvatore. Lo sussurra gentilmente, al pari d’una preghiera, poiché è così che è andata nel corso dei precedenti capitoli. Hunt è da sempre glorificato e ignorato al tempo stesso (un Dio caduto e rialzatosi in più occasioni, prossimo a divenire tale una volta per tutte), mentre per Cruise funziona ben diversamente (è già una star, che al contrario di altre, appartiene ad una sorta di olimpo popolato da eletti, che è Hollywood, ma anche e soprattutto Scientology).
Nonostante ciò, questa volta il mondo è in pericolo per davvero e forse è l’unica circostanza nella quale Cruise sembra non dubitare mai, nemmeno per un batter di ciglia. Perfino quando il dubbio assale, mette in discussione e sconvolge drammaticamente il piano d’ogni altro membro della IMF. Perfino quando qualcuno, non può che affidarsi al sacrificio ultimo, quello della sua stessa vita, che verrà pianta ancora una volta silenziosamente e ricordata in eterno. Ethan Hunt in tutto questo non dubita, calcola maniacalmente e agisce, gettandosi da un elicottero nel bel mezzo dell’Artico, o altrimenti in volo sprovvisto di qualsiasi paracadute.
Sulla bilancia, le sorti del mondo e l’esistenza di un superuomo, che in quanto tale è duro a morire, o altrimenti impossibilitato a farlo.
Siamo noi spettatori a volerlo?
Oppure è lo stesso Tom Cruise?

Lo sottolinea curiosamente la memorabile sequenza del sottomarino. Hunt diventa un tutt’uno con la materia letale per chiunque – ma ancora una volta, non per lui – della terra, nelle profondità degli abissi e al tempo stesso adagiato su superficie ghiacciata, a riposo, quando la fine è ancora lontana e ne è consapevole. Per scelte di fotografia dell’immancabile Fraser Taggart, ma non solo per quelle, ripensiamo improvvisamente alla superficie lunare e al Dottor Manhattan di Watchmen.
Qui fermiamoci per un instante.
Quali erano i dubbi e quale l’incarico definitivo di quest’ultimo? Chi invece nella saga di Mission: Impossible e ancor più direttamente in Final Reckoning, si ritrova tra le mani il destino dell’umanità e al tempo stesso l’Entità? «Io lascerò questo pianeta… e andrò a crearne uno mio». Chissà.
Nel frattempo Hunt svanisce tra la folla, non prima d’aver rivolto un ultimissimo sguardo furtivo alle sue spalle e ancora una volta a noi. I suoi fedeli spettatori e fan, disposti sempre e comunque a riempire le sale per una Mission: Impossible di Tom Cruise salvatore delle sorti di Hollywood. Non siamo noi a dirlo, bensì Steven Spielberg. Sulla questione fideistica poi l’ultimo passaggio del trailer: «Devi fidarti di me, un’ultima volta».
Lo abbiamo fatto, lo rifaremo e ne varrà sempre la pena.




