Carla Lonzi ci ha insegnato che essere femministe è faticoso perché dobbiamo imparare ad abbracciare contraddizioni e cortocircuiti

Viola Niccoli

27.10.2026

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«Accanto alla figura pubblica di Carla Lonzi, considerata così intransigente, c’è da raccontare anche la figura privata, affascinante e contraddittoria»

(Francesca Archibugi)

Lonzi è stata una delle più importanti teoriche del femminismo, nonché brillante critica d’arte, autrice di testi fondamentali come Autroritratto (1969), Sputiamo su Hegel (1970), La donna clitoridea e la donna vaginale (1971). Nel 1970, insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi, fonda Rivolta femminile, uno dei primi gruppi separatisti e di autocoscienza italiani.

Sguardo femminista
Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi (2026)

Francesca Archibugi ripercorre assieme a Battista Lena – figlio di Lonzi, compagno della regista e autore delle musiche del documentario – tutta la storia di Carla, seguendo in particolare gli eventi narrati in Taci anzi parla. Diario di una femminista (1978): quel che emerge non è la femminista da molti considerata estrema e leaderista, ma il ritratto di una donna buona, genuina, sinceramente interessata agli altri e che proprio dalle relazioni con gli altri trae la sua forza.

Una figura sfaccettata, che ha avuto almeno due vite: la critica d’arte e la femminista. Due mondi che prima prova a tenere insieme, ma che poi trova inconciliabili: Lonzi abbandona l’arte che, in quanto glorificazione assoluta dell’artista – e l’artista è uomo –, riproduce nel rapporto con lo spettatore-spettatrice le stesse dinamiche di potere che investono il rapporto uomo-donna. Secondo lei una donna che fa arte non fa che alimentare il sistema patriarcale che la opprime.

Dunque Lonzi si trova in questo cortocircuito: odiare l’artista uomo e amare Pietro Consagra. Artista affermato a livello internazionale, è stato il compagno di una vita di Carla, nonostante i momenti di crisi e le loro diverse visioni su certi temi. Un rapporto intenso e non privo di ostacoli, coraggiosamente messo a nudo in Vai pure (1980).

«Luciana Castellina ha detto una cosa verissima: noi combattiamo sempre con le persone che amiamo di più. Con i nostri compagni, con i figli maschi, con i fratelli, con gli amici più cari».

(Francesca Archibugi)

Combattiamo anche con noi stesse, nel tentativo prima di appiattire la nostra complessità e poi, sconfitte nella prova, di tenerla insieme.

La cosa più ingiusta che si richiede alle femministe è di mantenere un’estrema coerenza nella propria vita privata, senza pensare che l’essere umano non è né coerente, né integerrimo, né perfetto, anzi è spesso contraddittorio, e il massimo che una persona può fare è cercare di far sì che il suo comportamento sia il più aderente possibile alle proprie convinzioni – senza la sicurezza di riuscirci.

E combattiamo con noi stesse perché il primo sguardo che dobbiamo cambiare è il nostro.

Il passo più difficile è riconoscere il patriarcato dentro di noi, perché ci cresciamo dentro, e quindi facciamo fatica a identificarlo come tale. È un po’ come la «bestia» di cui parla Marija Stepanova in La sparizione, dentro la quale la protagonista, M., sente di aver vissuto inconsapevole, come Giona e Pinocchio dentro il ventre della balena:

«La bestia non era davanti a me e nemmeno dietro di me, si trovava sempre intorno a me, tanto che mi ci sono voluti anni per rendermi conto che ci vivevo dentro, e forse ci ero addirittura nata. […] Ed ero io stessa, a quanto pare, sia pure inghiottita per caso o cresciuta per errore, parte della bestia»

(La sparizione di Marija Stepanova, 2025)

Nel libro di Stepanova la bestia è una metafora dietro la quale si cela la Russia putiniana, ma può ben rappresentare anche la cultura patriarcale. Per M. «L’unica via per liberarsi della bestia era liberarsi di se stessi o almeno chiudere il becco una volta per tutte, in modo da non dire per errore qualcosa con la sua voce». Come scriveva Sibilla Aleramo: «La donna ch’io ero stata fino a quella notte doveva morire».

È ciò che ha fatto Carla Lonzi: ha dolorosamente ucciso la critica d’arte per liberare la femminista, in una continua messa in discussione delle proprie opinioni. Se la sua vita privata è stata, per minimi aspetti, diversa da quello per cui si batteva pubblicamente, questo non ne sminuisce l’importanza.

Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi (2026)
Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi (2026)

Qualche ora dopo la proiezione di Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo a Venezia 2026, si è tenuto l’incontro Trova le differenze. Lo sguardo delle autrici nel cinema italiano contemporaneo, organizzato dal gruppo Pari Opportunità dei 100autori (e autrici, mi verrebbe da aggiungere) e moderato dalle registe e sceneggiatrici Margherita Ferri e Maria Iovine. Sono intervenute Piera Detassis, giornalista, critica ed ex presidente dei David di Donatello, Marta Donzelli, produttrice, Ilaria Fraioli, montatrice, Alina Marazzi, e Carolina Cavalli, regista, sceneggiatrice e presidente della giuria per il Leone del Futuro.

Tutte queste donne fanno qualcosa che secondo Lonzi non avrebbero dovuto fare: creano arte. E facendolo non alimentano la macchina patriarcale, anzi lavorano dall’interno per sconquassarne gli ingranaggi.

Durante l’incontro hanno ragionato non tanto sulla minor presenza di registe donne rispetto a registi uomini (un bilancio che comunque non è bilanciato, seppur la percentuale abbia registrato un progressivo e costante incremento, passando da circa il 15% del 2021 al 20% attuale nei lungometraggi) ma sul profondo divario di genere nell’allocazione dei budget, che penalizza in modo significativo le produzioni a direzione femminile, generalmente destinatarie di finanziamenti inferiori rispetto a quelle dirette da uomini.

Le donne infatti dirigono maggiormente cortometraggi e documentari, ma la loro presenza si riduce drasticamente quando si tratta di accedere a finanziamenti per lungometraggi di finzione, caratterizzati da budget molto più elevati. E anche quando riescono ad accedervi e a realizzare la loro opera prima – tutto sommato gli esordi sono, in genere, poco costosi – è molto difficile che riescano poi a ottenere finanziamenti per proseguire nella loro carriera.

Quindi, in sostanza: finché il budget non è cospicuo ci si affida alle donne, ma quando l’asticella economica si alza queste sono percepite come un investimento meno sicuro.

«È un tema di sguardo, e un tema di fiducia.»

(Piera Detassis)

Anche la Presidente di giuria Maggie Gyllenhaal si è soffermata su questo nella conferenza stampa d’apertura, con parole che possono essere così riassunte: c’è un problema sistemico, è molto più difficile per le donne oggi trovare finanziamenti per i propri film. Inoltre, forse le cose che le donne scelgono di rappresentare, avendo un’esperienza diversa del mondo, non sono sempre considerate come particolarmente artistiche. Ma chi decide che cos’è di valore?

Quindi, quanta fiducia l’industria dà alle donne? E per tornare su un tema caldo di questa edizione, qual è lo sguardo della selezione? La presenza di una sola regista e mezzo in concorso (May el-Toukhy con Woman Unknown, meritatissimo Leone d’oro, e Rachel Szor, co-regista di NAZA assieme a Yuval Abraham) non dice qualcosa sulla bravura delle donne alla regia, ma sullo sguardo di chi questi film li seleziona, sguardo che non è mai neutro.

Sguardo femminista
Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi (2026)

Lonzi, in una pagina del Diario citata sul finire del documentario, si domanda: «Voglio essere ancora la presenza che può servire a liberare le altre?».

«Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E se riuscissi a farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora.»

(Francesca Archibugi)

Che lo volesse o meno, Carla Lonzi in questi tempi è ancora quella presenza, e la sua voce non tace, anzi parla più forte ancora. Non tace, urla.

Leggi anche: Venezia83 – Woman Unknown: la necessità di illuminare le donne sconosciute della storia

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