La Dialettica tra Favola e Realtà nella Narrativa Americana Contemporanea

Tommaso Paris

12.12.2019

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«Come il mondo vero finì per diventare favola».

(Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero Come si filosofa col martello)

130 anni fa, prima ancora che iniziasse il secolo passato, nel Crepuscolo degli idoli l’eterno Nietzsche profetizzò come il mondo fosse caratterizzato da una perenne dialettica tra realismo e fiabesco.

Secondo una delle interpretazioni del folgorante aforisma nietzschiano, da sempre l’uomo si è mosso verso una favolizzazione della realtà, rivelando come il mondo sia un perpetuo racconto di sé stesso, racchiuso negli illimitati confini dell’arte narrativa e, quindi, disancorato da una rigida consistenza materiale. In questo senso, il mondo diviene favola e il mondo in quanto tale si rivela rappresentazione.

Sin dall’alba dei tempi, le storie hanno assunto un ruolo fondamentale nel processo di costituzione dell’individuo, incarnando un ancestrale bisogno proprio dell’essere umano, di ogni tempo e di ogni luogo. Le storie non sono una fuga dalla realtà, ma un percorso che conduce a una progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, conferendo una possibile logica al caos proprio dell’esistenza.

A prescindere dall’epoca e dalla cultura, i racconti fiabeschi, capaci di trascendere il tempo e lo spazio, hanno accompagnato l’intero nostro cammino, rivelando la propria intrinseca necessità soprattutto nell’età infantile e mostrando l’esigenza, umana troppo umana ,di ottenere una risoluzione finale, un lieto fine, un effettivo epilogo.

Il narratore è quindi poeta della vita, capace di trasformare magicamente il mondo in favola, la realtà in sogno. In questo senso, è possibile sostenere, parafrasando Cartesio, che «raccontiamo, dunque siamo».

Dalla mitologia al cinema permane una primitiva necessità di raccontarsi, di riconoscersi rispecchiandosi in un’epica, rivelando così l’universalità insita nell’arte narrativa. Nella contemporaneità, nell’epoca che Heidegger definì dell’immagine del mondo, in cui la realtà è divenuta rappresentazione, il cinema si erge a grande generatore di storie, essendo la forma narrativa che meglio riproduce l’immaginario.

Tuttavia, l’America, la cui storicità si radica in un passato prossimo, piuttosto che remoto, manca di una vera e propria epica; perciò, richiamando a sé la primordiale urgenza di riconoscersi nel racconto mitologico, decide di fondarne una ancorata a radici essenzialmente contemporanee. Il mito, quindi, trova la sua autentica forma espressiva nell’opera cinematografica. Sulla base di queste premesse nasce l’epica postmoderna americana, ed è così che il mondo vero finì per diventare favola.

L’epos americano trova in una larga parte del cinema contemporaneo, archetipicamente rappresentato da una certa filmografia spielbergiana e dall’immortale Forrest Gump, la propria forza e legittimità.

Viene così a costituirsi un’epica autocelebrativa, volta a proteggere e conservare l’ideologia dell’eroe americano: quel personaggio dai mille volti che, nel corso dell’arco narrativo, intraprende un percorso di crescita, consapevolezza e superamento di sé, affrontando sfide e prove esistenziali fino a raggiungere una risoluzione finale positiva.

I personaggi che vincono, in amore come in guerra, divengono figure archetipiche del modello americano, raccontando sé stessi attraverso una parabola narrativamente definitoria e conclusiva, in cui il bene ha necessariamente la meglio sul male, presentando questa opposizione come netta e indiscutibile.

Infatti, anche un personaggio con un basso quoziente intellettivo riesce a realizzarsi come eroe della guerra in Vietnam, campione olimpionico di ping pong e imprenditore di successo, trasformandosi in un’icona americana, in quel Paese in cui il sogno può e deve divenire realtà.

Forrest Gump

Forrest in Forrest Gump di Robert Zemeckis (1994)

L’altra faccia della favola: l’epica del fallimento

Tuttavia, la favola può assumere sfumature illusorie, rivelandosi un’ingannevole maschera del mondo vero. L’epos americano, infatti, finisce per assumere i contorni di una menzogna fiabesca poiché, narrando il bianco e il nero come assoluti antitetici, dimentica le sfumature di grigio che tinteggiano la realtà, raccontandone soltanto una parte e non la sua autentica totalità.

Quest’epica, essenzialmente americana, di autocelebrazione e formazione delle coscienze costituisce un mondo fittizio, in forte opposizione a quello contemporaneo, negando qualsiasi forma di dialettica o di critica possibile e imponendosi come l’unica realtà legittima. In questo modo, la fiaba dell’epica americana, assumendo il ruolo illusorio delle ombre e delle voci presenti nella caverna platonica, si sostituisce al mondo vero.

A questo risponde il disvelamento della menzogna fiabesca, operato da una forma di ethos americano (anti)narrativo.

Nella contemporaneità emerge una narrativa che nega la propria accezione originaria, sconfessando l’impostazione classica del racconto per smascherare la finzione e riportare in auge il mondo vero.

Questa prassi narrativa, e quindi esistenziale, svela ciò che si nasconde dietro la maschera favolistica, mostrando la condizione fallimentare dell’uomo postmoderno e del sogno americano. Si manifesta così l’assenza di un epos capace di offrire una risoluzione definitiva..

In questo modo, il racconto della realtà ritrova le proprie sfumature assurde, tragiche e contingenti, a lungo negate, rivelandosi non più bisognoso di un lieto fine, di una rigida opposizione tra buono e cattivo o di una conclusione ultima e definitiva.

Gli autori che hanno abbracciato questa forma di (anti)narrativa, confrontandosi con l’assurdo, sentivano la necessità di raccontare il mondo e non la favola, la realtà e non il sogno, l’antieroe e non l’eroe. Da queste premesse emerge l’altro volto dell’America, che prende forma in personaggi distrutti dalla fiaba menzognera, come il Comico di Watchmen, Jokere Travis Bickle di Taxi Driver. Privi delle qualità tradizionalmente attribuite all’eroe, questi personaggi lottano contro i propri demoni, perseguitati dal tormento e dalla sofferenza.

Taxi driver

Travis in Taxi driver di Martin Scorsese (1976)

La verità attraverso la finzione

Uno degli archetipi di questa filosofia (anti)narrativa è rappresentato dai fratelli Coen che, mostrando come questo non sia più un paese per fiabe, raccontano l’altra faccia della medaglia. Narrano di chi è stato sconfitto da sé stesso, come il protagonista di A proposito di Davis, un aspirante Bob Dylan che non ce l’ha fatta; di chi, come Larry Gopnik in A Serious Man, non conosce alcuna trasformazione né una risoluzione finale; oppure di chi, come i tre personaggi di Non è un paese per vecchi, non raggiunge l’obiettivo perseguito per l’intera storia.

Se la favola aveva assunto il ruolo delle ombre illusorie proiettate sulla parete della caverna platonica, che i prigionieri sono costretti a guardare, condannati a credere che costituiscano l’autentica realtà, allora il mondo vero è metaforicamente rappresentato, nell’immaginario di Platone, dallo schiavo che riesce a uscire dalla caverna e che, abbagliato dalla luce del sole, riconosce per la prima volta la totalità dell’esistere.

Tuttavia, nel mito platonico, l’uomo ormai liberato, assumendo le vesti del narratore, decide di tornare nella caverna fiabesca per raccontare agli altri prigionieri ciò che ha visto, per mostrare la realtà nella sua compiutezza, per rivelare la verità.

Ed è così che, ancora una volta, ma in una forma essenzialmente diversa, il mondo vero finisce per diventare favola. Una favola che, attraverso un processo dialettico, diviene consapevole di sé stessa e, in quanto (ri)scoperta di un’effettiva narrazione, disvela il mondo vero.

Lo stesso Nietzsche riconosceva nell’esperienza della tragedia a teatro una manifestazione della vita vera, una finzione profondamente realistica. Si pensi, ad esempio, all‘Amleto shakespeariano: per rivelare la congiura ai danni del padre defunto, Amleto decide di mettere in scena l’accaduto attraverso una rappresentazione teatrale, tramutando così la realtà in racconto. Paradossalmente, tenta di smascherare la finzione attraverso la finzione stessa e, concependo il teatro come specchio della vita, rivela il mondo vero attraverso la rappresentazione.

Non è un paese per vecchi

Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen (2007)

Paul Thomas Anderson e la nascita di una nuova epica americana

L’autore contemporaneo che più di tutti incarna la sintesi narrativa tra realismo e fiabesco èPaul Thomas Anderson.

Un autore che, assumendo il ruolo del prigioniero liberato dalla caverna platonica, divenuto narratore, si erge si erge a sintesi e autentico superamento dell’epos e dell’ethos americano. I protagonisti del cinema del regista statunitense, come Raynolds Woodcock de Il filo nascosto, Freddie Quell di The Master o tutti i personaggi di Magnolia, attraversano un percorso di evoluzione e trasformazione narrativa, rimanendo tuttavia ancorati alle infinite sfaccettature di grigio della realtà nella sua compiutezza.

Consapevole della potenza maieutica delle storie, Paul Thomas Anderson è in grado di raccontare una favola consapevole di sé stessa, fondando così un’autentica epica, possibile soltanto nel momento in cui la civiltà raggiunge una piena autocoscienza della propria identità antropologica e culturale. L’autore, raccontando di un Paese ormai consapevole di sé, diviene l’originale narratore di storie americane e, attraverso la favola, disvela il mondo vero.

«Come il mondo vero finì per diventare favola».

(Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero Come si filosofa col martello)

Autore

  • Tommaso Paris

    «Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento molto bene»

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