Nuovi Sguardi: Laura Samani – Piccolo Corpo tra magia, comunità e politica

Salvatore Gucciardo

Novembre 29, 2022

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Nuovi Sguardi: Laura Samani – Piccolo Corpo tra magia, comunità e politica

Intervista a Laura Samani, vincitrice del David di Donatello 2022 alla miglior Opera prima per Piccolo Corpo.
Laura Samani

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Il sottosuolo del cinema italiano contemporaneo ha smesso di strillare. Non è più in ombra, è divenuto Suolo. Festival, nuove politiche economiche (si veda il lavoro delle Film Commision) e grande consapevolezza, lo stanno illuminando. Eppure non ha smesso di scalciare. Starà riacquisendo attenzione, magari la fiducia di una parte di pubblico e critica, ma batte i pugni.

Non ci sono formule per riallacciare il tormentato rapporto tra il pubblico italiano e il “suo” cinema contemporaneo. E dico “suo” perché l’opera filmica o d’arte che sia, è un processo. E noi pubblico siamo coinvolti tanto quanto l’autore. L’opera d’arte non è individuale né nel suo processo artistico né nella sua fruizione. Nasce all’interno di un contesto sociale e collettivo che la modifica e la costruisce, continua a vivere sempre in un contesto.

Non ci sono formule risolutive, ma ci sono responsabilità. Come il fantomatico autore ha la responsabilità di ascoltare quel contesto che permetterà al “suo” film di vivere, anche quel contesto ha le sue responsabilità. Il pubblico, che è quel contesto, deve fidarsi del film. Come sostiene Alice Rorhwacher: «Bisogna fidarsi un’immagine che può schiudersi come un tesoro dopo moltissimo tempo».

Piccolo Corpo, il lungometraggio d’esordio della giovane Laura Samani, è un tesoro che va lasciato schiudere. È una piccola perla nascosta al grande pubblico, ma coccolata da grandi festival e premiazioni (la settimana della critica di Cannes, i David di Donatello, Torino Film Festival ecc.).

Noi di ArteSettima abbiamo chiacchierato con Laura Samani, in occasione del Leofanti Film Festival. Leggendo le riflessioni e le posizioni di Laura d’ora in poi vi fiderete della sua filmografia.

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Dopo questo anno di distribuzione di Piccolo Corpo, riconoscimenti tra cui Miglior Regista Esordiente, Miglior Opera Prima ai David di Donatello, presentazione del film alla Quizannes di Cannes, come ti senti?

Laura Samani

Mi sento bene. Ma ti darò una risposta un po’ deludente. Non ha affettato più di tanto la mia vita questa cosa, non mi sono svegliata con un occhio da qualche altra parte. Anzi, non ho speso molto tempo ad accogliere la bellezza di questi riconoscimenti, tanto che la mattina dopo la premiazione dei David ero già con la squadra con cui sto scrivendo il prossimo cortometraggio. Non che sia una stakanovista, passo anche tanto tempo a coltivare molte passioni oltre al cinema. Ma probabilmente la mia risposta a tutto questo è stato onorare i riconoscimenti nel miglior modo possibile, ovvero continuando a lavorare.

Sento, dalle tue interviste, che hai una forte etica del lavoro, del rispetto, un forte senso di collettività nel set. Il tuo commento post-film al Leofanti Film Festival mi ha stimolato diverse riflessioni, anche politiche. Ad esempio, ho visto che Piccolo Corpo è disponibile su Sky On Demand, e io ne sono felice. La grandezza del cinema rimane la sua facile riproducibilità e dunque maggiore fruibilità, ma tu cosa ne pensi del trapasso da sala cinematografica a piattaforma streaming?

Laura Samani

Ti rispondo da spettatrice, prima che da autrice. Per me le due cose si integrano. Mi piace andare in sala ed è un luogo che è “casa”, è un posto in cui ho imparato ad andare da sola tardi. L’ho sempre vissuto come spazio di aggregazione, esperienza collettiva. Frequentando il Festival di Venezia ho scoperto l’esperienza di andare al cinema sola, seduta accanto a persone che non conosci con cui puoi scambiare delle idee. Questo non accade a casa, ciò non toglie, a partire dalle serie tv, che c’è un tipo di fruizione che è anche bello fare in solitudine.

So che me lo chiedi perché il film non è pensato per essere visto in uno schermo casalingo. Innanzitutto perché c’è un’immersione diversa, l’audio viene schiacciato, si perde la direzione del suono, perdi l’immersività della dimensione dello schermo. Banalmente se guardi un film sul treno hai la visione periferica sempre stimolata dal resto dei movimenti. Secondo me la cosa importante è che le persone vedano il film, ma c’è un “ma” gigantesco, ovvero che questo sia un pretesto per scambiare opinioni. Secondo me i film sono pretesti per parlare di cose che interessano

Intervista a Laura Samani, vincitrice del David di Donatello 2022 alla miglior Opera prima per Piccolo Corpo.
Una luce illumina Agata accompagnata dal corteo funebre delle donne del suo villaggio

A proposito della forza immersiva, ho notato alcuni dettagli tecnici come l’uso della camera a mano, abbondanza di luce naturale, suono in presa diretta, una colonna sonora non invasiva che scompare e riappare sottoforma anche di canti popolari, dando molta importanza al silenzio. Hai pensato a questi elementi come esigenze tecniche o anche come scelte estetiche e politiche?

Laura Samani

Le due cose non vanno disgiunte. Secondo me, in questa fase dell’atto creativo, non riesco a viverle come due cose disgiunte. La forma deve essere necessariamente adeguata al contenuto. La base di questo pensiero, per Piccolo Corpo, è data dal fatto che stiamo parlando di trascendenza, spirito e aldilà e la narrazione rischiava di diventare molto teorica. Anche perché io, già dall’esperienza pregressa di La santa che dorme, vengo da un approccio molto più statico, cavalletto e steadycam. Piccolo Corpo è interamente girato con macchina a mano. Era qualcosa di nuovo per me, questo approccio più vicino al “cinema del reale”, sia nel suono che nella luce. Avevo bisogno di incarnare queste cose, di avere la materia in modo tale che non ci fosse solo la questione più eterea o trascendente.

È tutto un film di confini. Dunque è bello ragionare sugli opposti: Agata e Lince, materiale e trascendentale, al di qua e al di là. È interessante anche come spazialmente Agata compia un viaggio ascendente, dalla laguna alla montagna, ma psicologicamente ed emotivamente sprofonda dentro di sé. Volevo riuscire a dare carne a questi elementi. 

Mi interessa molto il suonoOltre alle immagini molto naturali, anche per il suono abbiamo tenuto un approccio “documentaristico”, che partiva da un ragionamento che mi ha un po’ ossessionata: nel processo di scrittura una persona mi ha detto “ma ci pensi che all’epoca c’era talmente poco inquinamento acustico, che tu potevi sentire le campane in lontananza?”. Non che oggi non si possano sentire campane in lontananze anche in contesti urbani. Ma nel contesto storico raccontato, i suoni in lontananza erano formidabili mezzi di orientamento. Scegliere di far sentire ad Agata le campane appena scesa dalla barca, significava che non solo c’era un paese vicino, ma sapevi che ora era, se era successo qualcosa. Era un modo per comunicare. Dall’ossessione delle “campane in lontananza”, abbiamo costruito tutto un percorso sonoro, sia nella presa diretta, che nel montaggio, che nel mix. 

Ora che mi racconti tutti questi dettagli, sarò costretto a rivederlo.

Laura Samani

Ma infatti, tornando alla questione delle “proiezioni”, consiglio di vederlo in una situazione chiusa dove non ci sia dispersione di suono. Va comunque tenuto presente che la proiezione perfetta non esiste. Nel momento in cui si assembla un film, si fanno gli ultimi controlli della copia zero, bisogna dimenticarsi di questa copia. Sai che è perfetta. È tutto tarato per lavorare al massimo della qualità, ma non lo vedrai mai più così. Anche al Miramar, durante la première alla Semaine de la Critique, pur avendo una qualità artistica, è diverso. Se la sala è piena di gente, il suono si infrange in una maniera diversa. Bisogna tenere per assodata questa impossibilità.

È un buon metodo di superamento del problema benjaminiano della riproducibilità tecnica.

Laura Samani

L’opera cambia ogni volta. Non è assolutamente vero che è sempre identica.

Agata traghetta sé ed il “piccolo corpo”

Mi parlavi della dimensione dicotomica. A me ha colpito il rapporto tra mare e montagna. In Piccolo Corpo questo apparentemente dialettico rapporto assume un ruolo centrale nella narrazione. Tu senti il paesaggio come protagonista o co-protagonista?

Laura Samani

Lo è assolutamente! Vengo da una regione (il Friuli), dove è ambientato e girato il film, dove nell’arco di un centinaio di chilometri passi davvero dal mare alla montagna. Io sono cresciuta con entrambe le cose e quando arrivi in cima ad alcune vette e vedi la distesa dei monti sotto, sembra davvero il mare. Il tipo di rifrazione del suono che ci può essere, di come arriva il vento, sembra il suono delle onde. Così come quando sei completamente immerso nell’acqua, quando non vedi terra, sembra di stare in cima a un monte. A me vengono le vertigini. 

Quindi non riesco a mettere in contrapposizione mare e montagna. Ad esempio: l’idea iniziale non prevedeva che Agata venisse dal mare. Agata doveva arrivare già dalla montagna. Durante la lavorazione ho partecipato al Torino Film Lab, durante il quale si lavorava ai propri progetti ma in gruppo, scambiandosi feedback. Ho conosciuto una ragazza, Anita Rocha Da Silveira, ora mia grande amica e anche lei regista, che mi ha detto: “perché Agata viene dalla montagna? Non può venire dal mare?”. Dunque io devo a lei questo rapporto paesaggistico.

È bellissimo il fatto che spieghi e ricostruisci i tuoi processi creativi sempre attraverso il rapporto con l’altro. Come se le idee ti fossero “arrivate” e non le avessi partorite interamente da sola.

Laura Samani

Ma è sempre così. L’importante è mettere a fuoco ciò che ti arriva. È una leggenda quella dell’autore/trice sotto la doccia che si insapona i capelli, ha un’idea e il giorno dopo sta girando, ovvero la famosa domanda “da dove ti è venuta l’idea?”. Puoi raccontare l’aneddoto di quando hai immediatamente pensato che ne avresti fatto un film. Ma è una forzatura. Io negli anni ho imparato a ricordare i vari passaggi della costruzione dell’idea. Mi affascina vedere come il processo si arricchisca attraverso la contaminazione con altre opinioni. Ovviamente, in quanto regista, ho io l’ultima parola. Però il processo artistico mica è individuale, è una balla che l’idea scaturisca già bella e pronta.

Agata e Lince

Lince. Finito il film si rimane spaesati. Se in un primo momento si può inserire il personaggio dentro il genere maschile, per suggestioni e stereotipi, più la narrazione procede più il confine tra generi si assottiglia, fino quasi a scomparire. Non ci si chiede più se Lince sia maschio o femmina. Questo appiattimento, era voluto?

Laura Samani

Sì e no. Ma il risultato è questo. Avere un personaggio che è tre cose insieme: maschio, femmina e animale (per via del nome). Tra l’altro il nome dell’animale non è casuale, è un animale che anche quando è maschio, in italiano rimane al femminile. Il punto da cui siamo partiti era un lavoro sugli archetipi: l’archetipo femminile di Agata in contrapposizione con l’archetipo maschile di Lince.

Agata ha l’archetipo della madre, ovvero qualcuno che genera e ama talmente tanto che è disposta a sacrificarsi per l’amore che prova, totale abnegazione di sé. Per Lince ci siamo ispirati all’archetipo maschile che deve vincere la sopravvivenza dell’individuo. Dunque avevamo individuato l’archetipo del guerriero. Esempio più immediato è quello di Mulan: archetipo del guerriero declinato nel viaggio dell’eroe. Per noi era un maschio come personaggio e lo abbiamo trattato come tale.

Ma nel lavoro con Ondina (Lince), c’era già stato uno scarto. Ci siamo trovati per costruire la sua back-story, nell’antefatto lei è stata cacciata dalla sua famiglia perché non c’era come campare e lei ha scelto di travestirsi da maschio, di negare la sua femminilità per sopravvivere nel mondo di Piccolo Corpo. Ma c’è stata un’ulteriore stratificazione quando nel set ci siamo accorti che c’era del potenziale inespresso che era giusto mostrare. Così le cose si sono complicate e l’archetipizzazione si è complessificata. Inoltre, il momento in cui abbiamo cominciato a scrivere è stato nel 2017, anno in cui è cominciato il MeToo.

Non abbiamo mai pensato che Piccolo Corpo avrebbe dovuto parlare di fluidità di genere, di autodeterminazione della donna, di corpo femminile, ma ciò non toglie che siamo animali politici, dunque il contesto ci ha involontariamente influenzati. Questo meccanismo involontario lascia uno spazio di intervento, non di interpretazione. Credo che ci si debba prendere la responsabilità come autori e come autrici. Io so cosa volevo dire. Ma non penso di avere più ragione di uno spettatore/trice.

Intervista a Laura Samani, vincitrice del David di Donatello 2022 alla miglior Opera prima per Piccolo Corpo.
Agata

Passando a riflessioni più generali, il tuo interesse verso il misticismo e la magia (dato che sostieni che Piccolo Corpo parli più di magia che di religione), mi ha ricordato molto il testo Calibano e la strega della scrittrice Silvia Federici, nel quale l’autrice cerca di sostenere la tesi per cui il passaggio storico, sociale ed economico dal feudalesimo al capitalismo, sia accompagnato da un passaggio da una visione animista-mistica a una concezione meccanicistica, che per la donna è cruciale. Sostenendo che in questo passaggio il corpo finisca per assurgere al ruolo di macchina, di un insieme di «pompe e leve», scriveva Hobbes.

Da questa suggestione storico-filosofica di progressivo allontanamento dalla dimensione magica e vitalistica, pensi invece che ci sia una parte del cinema italiano contemporaneo che vada in cerca di elementi magici e misticheggianti e che questa nuova chiave interpretativa possa ergersi a critica del sistema socio-economico nel quale viviamo?

Laura Samani

Sono domande che mi faccio io stessa e a cui non riesco a rispondere, per il fatto che mi sento come se fossi in un lago mentre sto nuotando a rana. Mi allungo sott’acqua, poi torno su brevemente, prendo fiato e torno giù, dunque sono immersa nell’acqua. Non sono una critica, quindi non riesco ad avere una percezione così limpida e chiara di cosa stanno facendo le mie compagne e i miei compagni, ci sono momenti in cui mi riconosco e penso che stiamo percorrendo una strada simile.

Ecco, fatta questa premessa, una cosa mi ha colpito molto. Così come l’anno scorso c’era Piccolo Corpo nella Semain de la critique, c’era anche in Quinzaine Re granchio di Rigo de Righi e Zoppis che io adoro e chiamo “i granchi”. Partendo da presupposti diversi e con temi diversi, tutti e tre ci siamo rivolti alla tradizione popolare, con addirittura alcune scelte cromatiche simili, e non abbiamo avuto occasioni di scambio pregresso. Vedo molte somiglianze anche sul tema del magico con Re granchio.

Somiglianze di gusto, ricerca, di desiderio di parlare di qualcosa per cui il reale non ti accontenta. Il fatto che accada contemporaneamente però non mi permette di dire che sia effettivamente una risposta politica, io so qual è la mia motivazione. Io lo faccio perché la realtà non mi basta e perché quello è il modo con cui mi relaziono alle cose. Non sono cattolica ma ho grande senso del sacro: ci sono cose che non so dire ma che mi commuovono. E questo mio pensiero si declina su una mia idea di mondo prima che su una mia idea di cinema.

Intervista a Laura Samani, vincitrice del David di Donatello 2022 alla miglior Opera prima per Piccolo Corpo.
Agata coperta da un velo durante il funerale

Proprio per questo ho pensato a una critica al sistema. Appunto credo si stia sviluppando più un’idea alternativa di mondo prima che di cinema. Come cercare di rappresentare il mondo.

Laura Samani

Più che di critica al sistema, mi piace parlare di proposta alternativa. Piccolo Corpo è un film che nasce decentralizzato da Roma, ma che comunque vive di fondi che arrivano dal ministero, dalle tasse dei contribuenti, è comunque un’industria. Ma c’è un’etica che si può utilizzare nello spendere questi soldi, nel relazionarsi con le persone, io sento di star usando soldi pubblici. Ciò non vuol dire fare il film che il pubblico vorrebbe, però di sapere che si ha una responsabilità rispetto a questo e non bisogna essere solamente ombelicali.

Noi di Artesettima abbiamo cercato di dare un’organicità alla produzione cinematografica italiana contemporanea, proponendo come orizzonte interpretativo un Manifesto del Realismo Allegorico: «Si erge come narrazione del nostro tempo. Fiaba oscura di un’umanità caotica, smarrita, disillusa, che nell’allegoria, nell’archetipo e nell’iperbole, riflette il disagio e il disadattamento di una società reale, trascinata da un susseguirsi di generazioni segnate dalla fondamentale morte di ogni morale».

Si cerca di mettere in comunicazione un cinema di derivazione anche garroniana, che sono i fratelli D’Innocenzo, Alba Rorhwacher, Laura Bispuri, che sento molto vicina al tuo cinema. Volevo chiederti se senti che questa chiave interpretativa possa essere applicabile a Piccolo Corpo.

Laura Samani

Sì e no. Mi è difficile trovare una definizione sintetica, lascio a voi questo lavoro. Però io ho sempre parlato di fiaba nera quando parlavo inizialmente di Piccolo Corpo. Fiaba nera che poi così nera non è. A me interessava parlare in maniera luminosa di qualcosa di oscuro, di tremendo. Ovviamente attraverso delle metafore, perché non c’è solo la bambina in quella scatola, ognuno proietta ciò che vuole, ed è questa la sua forza liberatrice.

Volevo che questo film avesse la stessa funzione che avevano le favole dei fratelli Grimm, prima che venissero epurate. Erano persone brutte e cattive quelle che abitavano le favole dei Grimm, La Sirenetta non finisce con il dolce ricongiungimento disneyano, nella fiaba dei Grimm diventa schiuma del mare e muore, è orrendo ciò che le succede. O il fatto che successivamente si sia creata la figura della “matrigna”. Nelle prime fiabe era la madre e i bambini venivano uccisi, come nelle dinamiche di Hansel e Gretel. Ma che funzione sociale avevano queste fiabe?

Quella di far esperire la paura ai bambini, ma non direttamente sulla loro pelle, ma tramite il racconto, non so se con l’attivazione dei neuroni specchio o qualcosa di simile, ma quando un bambino gioca sa che sta giocando, sa che è un racconto, ma prova realmente le sensazioni suscitate dalla fiaba. Ha una reazione fisica. Dunque serve a prepararti alla vita, a quando le paure saranno effettive e reali.

Se pensi al tipo di processo che c’è stato nei secoli, fino ad arrivare a Disney, solo adesso stiamo assistendo a uno shift in cui si riesce a parlare anche di morte, integrazione e fluidità, ma c’è stato un lasso di tempo che va dagli anni ’80 ai primi anni 2000, in cui tutto era super edulcorato. Non voglio fare una crociata contro la Disney, ma è importante avere paura sapendo che sei sotto le coperte. E io volevo che questo film avesse la stessa funzione. Io non ho mai avuto una gravidanza né sono cattolica (come in Piccolo Corpo), ma per me il fatto di distaccarmi da ciò che amo, anche quando sarebbe benefico, so che è difficile. Accettare la fine di qualcosa, è complicato.

Agata impaurita

Concludo chiedendoti di commentare un’ennesima suggestione. Alice Rohrwacher, durante una conferenza alla cineteca di Bologna, sosteneva che secondo lei è importante fidarsi del film, di «un’immagine che può schiudersi come un tesoro dopo moltissimo tempo». Lei lo dice perché chiede allo spettatore di fidarsi delle sue immagini e ritiene che oggi ci si concentri più sulla trama che sul modo di raccontare la storia.

Laura Samani

Per me la fiducia è una delle parole chiave nel cinema. Però, per come la vivo io, la fiducia devi darla per far sì che ti torni indietro. E te la dico pensando prima alle collaborazioni che alle immagini, cioè: l’unico modo che io ho oggi di lavorare è per prossimità, per vicinanza con le persone, la storia, il personaggio e il fatto di fidarsi significa che a un certo punto ti arrendi. Io posso arrivare fin qua, ma da lì in poi io mi affido, mi metto nelle mani di. Per come la vedo io è un’ammissione di finitezza. È giusto avere, è saggio avere, perché altrimenti sei Dio.

Leggi anche: Nuovi Sguardi: Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, registi di Re Granchio

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