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I peggiori – Vincenzo Alfieri tra supereroi e dramma sociale

Massimo Miele (Lino Guanciale) nella scena d’apertura de I peggiori corre disperato tra le strette vie di una Napoli caotica e fumettistica, mentre il fratello Fabrizio (Vincenzo Alfieri), autista da furto improvvisato, attende spazientito all’interno dell’abitacolo, controllando ripetutamente l’orologio tra un’imprecazione e l’altra, come una versione da fiaba del driver glaciale e spaventoso di Ryan Gosling in Drive di Nicolas Winding Refn.

Alfieri mette in chiaro fin da subito il grado di divertimento e tensione comica, così come le intenzioni del suo esordio al lungo, chiaramente strampalate, bislacche e fortemente ironiche, seguendo tuttavia anche il tracciato di quel cinema italiano sempre più venduto e presente, in bilico tra dramma sociale e cinema di genere – quest’ultimo elaborato metaforicamente con grande codardia e probabilmente vergogna, per una ricerca di racconto di maggior serietà – che vede come titoli centrali Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e Smetto quando voglio di Sidney Sibilia.

Così come Lo chiamavano Jeeg Robot anche I peggiori comincia con una fuga successiva a un furto; se però il primo titolo si organizzava linearmente a livello di struttura cronologica, I peggiori di Alfieri compie un passo in più, partendo da un finale che potrebbe allo stesso tempo rappresentare un nuovo inizio per i giovani protagonisti del film.

Vincenzo Alfieri con I peggiori si muove in modo confuso tra il dramma sociale italiano più convenzionale e il superhero movie americano.
Il terrazzo dei fratelli Miele – Elemento citazionista d’universo fumettistico

Massimo e Fabrizio rappresentano, unitamente a Chiara (Sara Tancredi), una famiglia disfunzionale, fuori di testa e romana fino al midollo – Lo chiamavano Jeeg Robot e Smetto quando voglio, seppur con maggior efficacia, muovono e analizzano anch’essi il concetto di romanità con precisione e ironia – che si ritrova però, un po’ per questioni di lavoro, un po’ per questioni familiari, a dover trascorrere un periodo di tempo a Napoli, città nella quale i due fratelli, supportati dalla giovane sorella, verranno a patti con un concetto di criminalità fanciullesca, paradossale eppure funzionale.

Nella prima parte del film ogni elemento, o quasi, convince lo spettatore, poiché Alfieri non dimostra di voler strafare, ma piuttosto di voler raccontare una piccola storia – decisamente attuale – su una famiglia allo sbando che pur di campare e saldare debiti, affitti arretrati, così come risolvere problematiche altrui, si arrabatta come meglio può, tra lavori sottopagati ed estremamente faticosi, e altri assolutamente frustranti e intellettualmente inutili, se non totalmente sminuenti.

Divertente e per certi versi coeniana la scena al cantiere tra Massimo (Lino Guanciale) e il suo superiore – e schiavista -, Durim (Tommaso Ragno), energumeno russo che visibilmente ubriaco e inebetito s’impegna come meglio può per ottenere licenziamenti forzati da parte dei suoi lavoratori, pur di pagarli il minimo necessario e toglierseli dai piedi prima che sia troppo tardi.

Vincenzo Alfieri con I peggiori si muove in modo confuso tra il dramma sociale italiano più convenzionale e il superhero movie americano.
Massimo Miele (Lino Guanciale) e Serena (Miriam Candurro). Romanticismo e classismo. Il dramma sociale.

Ecco dunque che il concetto di volontà di superomismo nasce nel dramma e nel grottesco, che Alfieri colloca nella Commedia all’italiana agrodolce più classica, quella che prende a piene mani da Monicelli, Scola e Dino Risi, ossia in quel momento di consapevolezza profonda da parte dei personaggi del film di aver toccato il fondo, di star vivendo una condizione emozionale di assoluta vuotezza, causata da una privazione di ideali e obiettivi totale, perpetrata da una società sempre più spietata e cinica, ai danni degli uomini e delle donne che vi si muovono all’interno.

Proprio nel momento in cui Massimo e Fabrizio scelgono di improvvisarsi giustizieri da strapazzo e di vestire maschere da Maradona divenendo criminali ad alto tasso di demenzialità, Alfieri perde le redini di un prodotto che aveva tutte le carte e le tematiche per risultare interessante.

Basti pensare alla fotografia di Davide Manca, capace di oscillare da luci al neon a grigi cupissimi e asettici, citazionisti dell’immaginario di Sibilia (Smetto quando voglio), così come la comicità grottesca, spinta e divertita del dialogo, che trova il suo apice nella compravendita delle maschere da parte di Massimo in un negozio cinese fuori dal mondo, poiché gestito dal personaggio probabilmente più divertente e bizzarro dell’intero film, Chun (Liyu Jin), che lascia un segno indelebile nonostante una presenza filmica di due o tre scene.

Vincenzo Alfieri con I peggiori si muove in modo confuso tra il dramma sociale italiano più convenzionale e il superhero movie americano.
Vincenzo Alfieri e la lettura grottesca e fortemente ironica della maschera

Da qui ogni volontà o elemento d’interesse si perde nel tentativo di sviluppo da parte di Alfieri e del suo team di sceneggiatori – composto da Alessandro Aronadio, Renato Sannio, Giorgio Caruso e Raffaele Verzillo – di quella parte action e crime realmente poco interessante.

Come se non bastasse, diretta male, e per questa ragione non trova alcuno scopo preciso, se non la presentazione rapidissima e pressoché inutile di fatti che con grande casualità caotica si succedono uno dietro l’altro, costringendo i fratelli Miele a precipitare sempre più nella realtà che gli è estranea fin dal principio, quella della violenza e del pericolo.

Le intenzioni citazioniste del film sono chiarissime – se non proprio esplicite – e si muovono agevolmente tra il cinema italiano del passato (Monicelli, Risi, Scola) a quello del presente, che fa di giorno in giorno i conti con una serialità sempre più ricca e di alto livello (Stefano Sollima, Sidney Sibilia, Gabriele Mainetti), pescando anche a piene mani da tutta quella realtà cinematografica nordamericana fumettistica, sboccata e violenta che trova linfa vitale nella filmografia di autori quali Matthew Vaughn e James Gunn, tanto per fare due soli esempi.

Partendo dalla cinematografia italiana, laddove Mainetti si dimostrava abile nel calare il concetto di superomismo nel contesto romano squallido, veritiero, violento e disperato del suo film, Alfieri crolla senza tuttavia sorprendere, poiché fin dal principio, e dunque dalle sequenze d’apertura, è evidente quanto il contesto narrativo de I peggiori – sociale, economico e politico – sia erroneamente scherzoso, eccessivamente buffo e costruito come gioco farsesco.

All’interno del quale inseguire testardamente una tragedia umana di tanto in tanto accennata rischia di non trovare alcuna partecipazione da parte dello spettatore, che ben conosce dinamiche e contesto, ma che non può trovarvi in questo caso nemmeno un briciolo di sincerità necessaria e richiesta, così come di realtà, che sicuramente avrebbero giovato all’intero film e alla direzione della sua scrittura.

Ciò che più di ogni altro elemento affossa “I peggiori”: un’eccessiva volontà di farsi cinema serioso

I peggiori poteva apparire come un prodotto interessante e per certi versi anomalo nel suo porsi a metà strada tra commedia grottesca scorretta e demenziale (il personaggio interpretato da Lino Guanciale ne rappresenta la carica comica in tutto e per tutto) e cinema supereroistico alla Kick-Ass.

Un cinema fatto di piccoli uomini comuni, molto spesso sfortunati e dalle scarse abilità che, vestendo una maschera – consapevolmente o inconsapevolmente –, divengono eroi o quantomeno giustizieri osannati da una nicchia di popolazione vittima di vessazioni, soprusi e via dicendo.

Purtroppo però, come è presto evidente, molto del materiale del film non soddisfa nemmeno una delle due richieste, poiché giunge addirittura a frenarsi sia sul piano della demenzialità e scorrettezza di dialogo e gesto, sia sul piano del concetto supereroistico che subisce una chiarissima messa all’angolo, probabilmente a causa di una scarsa conoscenza di costruzione di mondo o di scrittura.

Ciò che in definitiva è I peggiori, esordio registico di Vincenzo Alfieri qui in veste di attore, regista e sceneggiatore, è un film confuso dai limiti di budget importanti, che risultano estremamente chiari soprattutto rispetto alla gestione confusa delle sequenze action e delle scenografie pressoché anonime, convenzionali e davvero poco ispirate, che fanno da sfondo a una narrazione priva di coraggio, inventiva e divertimento.

Un gran peccato.

Leggi anche: Lo chiamavano Jeeg Robot – Il viaggio dell’eroe di Enzo

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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