I 400 colpi – La vita ha molta più immaginazione di noi

Redazione Settima Arte

Settembre 27, 2016

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I 400 colpi – La vita ha molta più immaginazione di noi

I 400 colpi
Antoine

François Truffaut: «La vie a boucoups plus d’immagination que nous».

Per introdurre questo film, considerato simbolicamente il punto di partenza della Nouvelle Vague, credo sia doveroso dare qualche cenno sul movimento stesso.

Nato sul finire degli anni ’50, concentra al suo interno una classe molto giovane e anticonformista di registi, decisi a invertire la rotta nei confronti del cinema francese, troppo allegorico e discostato dalla realtà.

Ricercatori della realtà espressiva, spesso senza fondi, giravano in condizioni di ambientazione reale, all’aperto e sfruttando per la notte il cosiddetto effetto notte (girare scene ambientate nottetempo, ma realizzate durante il giorno). In oltre, conferirono libertà espressiva al regista, una centralità e assoluta rilevanza in passato non avuta, di fatto rivoluzionandone il concetto stesso. Aderirono al movimento autori che faranno scuola quali Godard, Chabrol e Truffaut.

Ad oggi il grande merito di questo movimento, che possiamo affiancare a molti dei movimenti di controcultura colta di quegli anni, è quello di aver donato alla storia del cinema una piccola rivoluzione d’avanguardia che, come per definizione del termine, scuote e si ritira lasciano profonde tracce di sé.

Ma adesso parliamo del film.

I 400 colpi
Lo sguardo di Antoine

Il protagonista de I 400 colpi è Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), un ragazzino spigliato, irriverente e oppresso dalle regole che entrerà nel cuore dello spettatore. Léaud, al tempo un bambino, divenne come un figlio per Truffaut, tanto da rivedersi riflesso nel suo carattere, nel suo modo di fuggire alle restrizioni, definendolo “l’attore feticcio” per eccellenza della Nouvelle Vague.

Con una delicatezza sconfinata, I 400 colpi descrive la tenerezza dell’età infantile e al contempo delle sue infinite risorse.

Ambientato in una Parigi post-bellica, precisamente nell’inverno del 1950, narra delle vicissitudini vissute da due bambini con una semplicità e una naturalezza propria della grande capacità di Truffaut di resistere alla prova del tempo, e di restare nell’intimo ancora capace di sorprendersi nel constatare la grandezza dell’infanzia.

Un film che di fatto ha consacrato il regista e che, allo stesso tempo, ha aperto la danzante stagione della Nouvelle Vague, è nella scena finale che trova la giusta conclusione simbolica e poetica: il mare. Lo sguardo di Antoine che ci fissa e che ci parla senza bisogno di proferire parola.

La tristezza sconfinata della consapevolezza che oramai  è costretto a crescere, la malinconia di abbandonare forzatamente una visione del mondo che è propria solo dei bambini.

É con questa sincerità estrema che Truffaut decide di regalarci, prima di concludere il film, un ultimo infinito momento con l’indimenticabile Antoine.

Poetico, delicato, sincero.

Scritto da Matteo Viesti.

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