La Haine (L’Odio) – Una lunga e inesorabile caduta

Redazione Settima Arte

Novembre 25, 2016

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La Haine (L’Odio) – Una lunga e inesorabile caduta

Scritto da Matteo Viesti

La Haine
“La Haine”

«C’est l’histoire d’un homme qui tombe d’un immeuble de cinquante étages. Le mec, au fur et à mesure de sa chute il se répète sans cesse pour se rassurer: jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien. Mais l’important n’est pas la chute, c’est l’atterrissage».

(È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Il tipo, man mano che cade, si ripete in continuazione per rassicurarsi: fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Ma l’importante non è la caduta, è l’atterraggio)

Il termine banlieue da definizione indica un insieme di località amministrate autonomamente che si trovano alla periferia di un centro urbano. Quest’espressione si utilizza spesso con accezione dispregiativa, ma ciò non è corretto: come risulta dal dizionario Larousse, è il sinonimo di quella che noi chiamiamo periferia e, a volte, alcune periferie sono costose e ricercate proprio per la loro lontananza dalla città, così come a Parigi in ogni parte del mondo.

Ma il mito della banlieue parigina è collegato a un immaginario di violenza, ribellione, droga, abbandono. Questi fenomeni riguardano naturalmente soltanto alcune parti della periferia parigina.

Ma com’è entrato questo concetto nell’immaginario popolare, così prorompente da essere in grado di distorcere e, di fatto, cambiare il significato di una parola?

Tra i molti fattori uno dei più importanti è legato al cinema e, nello specifico, a un film: La Haine (L’Odio), di Mathieu Kassovitz.

La Haine
Vincent Cassel in “La Haine”

Con il pretesto dell’uccisione di un giovane arabo da parte della polizia nella banlieue di Chanteloup-les-Vignes, più specificatamente nella cité di Muguets (è importante sottolineare che il termine cité indica spesso vere e proprie cittadelle fortificate di spaccio, in cui ogni movimento esterno viene controllato e monitorato), Kassovitz ci fa immergere nella vita quotidiana di tre ragazzi che la abitano: Vinz, Hubert e Saïd.

E, come nella metafora finale riportata sopra, tutto il film è una lunga e inesorabile caduta, scandita letteralmente dal tempo che separa le scene le une dalle altre.

I personaggi si trascinano in un lungo vagabondare senza meta, senza un obbiettivo, cercando di fare passare la giornata. Non riescono a dominare quello che gli succede, ad essere artefici del loro destino: sono travolti e provano a tirarsi fuori da quello che gli viene imposto, da un mondo più grande di loro. «Le monde est à vous» è una frase che campeggia in un ironico cartellone e che Saïd corregge scrivendo «est à nous»: la legge della strada, la legge del più forte, la ricerca costante dell’emancipazione e intorno il vuoto. Fin qui tutto bene, appunto.

Ma come un castello di carta fragile e sbiadito, reso tecnicamente dal secondo colpo di genio, ovvero l’assenza di colore nel film, è destinato a cadere.

Incomprensibile e quotidiano, come il verlan (lo slang parigino formato da parole invertite e termini ex novo), La Haine è un film che non ci stupisce troppo per i contenuti, ma ci sconvolge per la sua onestà, per la sua immediatezza, per lo scorrere inesorabile di una caduta continua.

«Mais l’important n’est pas la chute, c’est l’atterrissage».

(La Haine)

Accolto dalla critica come rivelazione assoluta, ha vinto il premio per la miglior regia al 48° festival di Cannes nel 1995 ed è entrato di diritto nella storia del cinema.

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