Come Ingmar Bergman ha cambiato il cinema

Davide Leccese

11.09.2020

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Anni fa, Woody Allen definì Ingmar Bergman probabilmente il più importante artista cinematografico dall’invenzione della macchina da presa. Pochi autori sono stati capaci di studiare l’animo umano come Bergman. L’impatto del regista svedese sulla settima arte è difficile da quantificare. Parliamo, infatti, di uno dei rari casi di registi capaci di coniugare alla perfezione sostanza e forma, creando numerosi capolavori che lo hanno consacrato come una delle figure più importanti della storia della cinematografia mondiale.

Nelle pellicole di Bergman risulta evidente la sua doppia natura di regista e drammaturgo. Le sue sceneggiature sono curate fino al minimo dettaglio e riescono a trattare temi profondi, esaltando il talento dei suoi attori-feticcio, tra i quali possiamo annoverare Max Von Sydow, Liv Ullmann, Bibi Andersson e Gunnar Björnstrand. Allo stesso tempo, il regista svedese ha realizzato alcune delle inquadrature più memorabili della storia della settima arte. Particolarmente celebre è, infatti, il suo sapiente uso dei primi piani, che tantissimi registi dopo di lui hanno provato a ricreare.

Tra gli innumerevoli autori che si sono ispirati a Bergman, oltre allo stesso Allen, possiamo citare figure fondamentali come Martin Scorsese e David Lynch. La sua influenza si può però notare anche in registi più recenti, come Noah Baumbach, o in due dei volti più interessanti del cinema horror americano contemporaneo, Robert Eggers e Ari Aster.

Il settimo sigillo

Antonius e la Morte in Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957)

Il settimo sigillo è il film che ha lanciato Bergman sulla scena internazionale. L’uscita del film risale al lontano 1957, anno in cui il regista svedese ha regalato al mondo anche un altro capolavoro, Il posto delle fragole. Per comprendere l’importanza storica de Il settimo sigillo è necessario, prima di tutto, rendersi conto del suo gigantesco impatto culturale. Si tratta di una delle prime pellicole arthouse europee ad aver ottenuto un grande successo di pubblico in America: Bergman, con questo film, mostra al mondo come sia possibile realizzare opere dalla grande profondità tematica senza riservarle a una nicchia ristretta di spettatori.

Per consacrare Il settimo sigillo all’Olimpo del cinema sarebbe sufficiente riflettere sull’iconicità della personificazione della morte presente nel film. Tantissime sono state, infatti, nel corso dei decenni, le parodie e le imitazioni dell’immagine della Morte che gioca a scacchi. Quella del cavaliere che sfida a scacchi la Morte per guadagnare tempo è, del resto, una metafora di disarmante semplicità e, allo stesso tempo, di straordinaria potenza.

Ma Il settimo sigillo è anche molto altro. È un film sul rapporto dell’uomo con il divino, tema molto caro a Bergman, al quale egli dedicherà diversi altri film. La riflessione che il film propone arriva in maniera perfetta allo spettatore grazie all’universo costruito dalla sceneggiatura: non è solo il cavaliere interpretato da Max Von Sydow a incarnare questa tematica, ma sono tutti i personaggi che, in modi diversi, manifestano i possibili rapporti dell’uomo con Dio. C’è il cavaliere tormentato, l’ateo convinto, la famiglia pura e dalla fede incrollabile. La grandezza del film risiede nella capacità di non prendere le parti di un unico personaggio. Il settimo sigillo permette allo spettatore di immedesimarsi, in momenti diversi, nei pensieri dei vari protagonisti, lasciandogli piena libertà di scelta di fronte a un tema che riguarda chiunque: il rapporto con il divino.

Il settimo sigillo

Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957)

Dall’uscita de Il settimo sigillo, qualsiasi pellicola che abbia affrontato questa tematica ha dovuto, in qualche modo, rapportarsi con il capolavoro bergmaniano e confrontarsi con il suo effetto. Un film piuttosto recente che ha sicuramente cercato di suscitare sensazioni analoghe è Silence di Martin Scorsese. Anche Silence, infatti, affronta il tema del silenzio di Dio, delineando protagonisti che si rapportano con esso in maniera radicalmente diversa. La differenza sostanziale risiede nella minaccia, che nel film di Scorsese non è naturale, come la peste, ma è rappresentata dall’ostilità di una cultura diversa. Non si può, però, non notare come i missionari interpretati da Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson rappresentino, così come i personaggi de Il settimo sigillo, i diversi modi in cui gli esseri umani scelgono di relazionarsi con un Dio che non risponde mai direttamente.

Abbiamo visto come una delle particolarità del cinema di Bergman sia il coraggio di affrontare temi esistenziali, fino ad allora assenti dalla settima arte. Allo stesso tempo, non si può dimenticare quanto, nelle opere del maestro svedese, la forma fosse fondamentale quanto la sostanza. E, sul piano formale, nessun altro suo film è stato influente quanto Persona del 1966. Uno degli elementi che caratterizzano le pellicole di Bergman è la capacità di esaltare l’espressività dei volti dei suoi attori attraverso i primi piani.

In Persona, lo studio dei volti da parte del regista svedese raggiunge il suo massimo livello. Nel film, la fisionomia delle attrici protagoniste gioca un ruolo fondamentale, come dimostra uno dei primissimi dialoghi, in cui l’infermiera interpretata da Bibi Andersson descrive con grande precisione l’impressione che ha avuto dell’altra protagonista, basandosi solamente su ciò che le è stato trasmesso dal suo volto. Ciò è inevitabile, considerando che l’attrice interpretata da Liv Ullmann pronuncia pochissime parole nel corso dell’intero film.

Persona

Elisabet in Persona di Ingmar Bergman (1966)

La scena madre del film, per quanto riguarda lo studio dei volti, è però inserita nella seconda metà della pellicola. Bergman sceglie infatti di proporre per due volte, in maniera integrale, lo stesso identico monologo pronunciato dall’infermiera, variando un solo elemento: la prima volta, per l’intera durata del monologo, la macchina da presa inquadra il volto dell’ascoltatrice; la seconda volta, invece, l’attenzione si sposta sull’oratrice, fino a quando i due personaggi finiscono per fondersi. Questa scelta permette di mostrare nella loro integrità le emozioni espresse dai due personaggi, animati da stati d’animo del tutto diversi, rendendo particolarmente evidente la natura sperimentale del film.

Sono molti i registi che hanno ricercato quella stessa espressività dei primi piani bergmaniani, in particolare di quelli presenti in questo film. Un esempio su tutti è sicuramente Paul Thomas Anderson e, in questo senso, un caso particolarmente evidente è rappresentato da The Master.

The Master

The Master di Paul Thomas Anderson (2012)

L’influenza di Persona è poi legata anche alla narrazione del tema del doppio. Il film è infatti incentrato sul rapporto tra le due protagoniste, che si ritrovano a vivere forzatamente sotto lo stesso tetto, dando vita a una relazione che si alterna tra interesse e attrazione, per poi degradarsi rapidamente nel corso della pellicola. Il film, inoltre, crea costantemente nello spettatore un alone di incertezza su ciò che sta accadendo, assumendo a tratti caratteri surreali. Difficile non vedere le similitudini con Mulholland Drive di David Lynch, ma anche, in misura minore, con Tre donne di Robert Altman.

Una pellicola spesso non annoverata tra i capolavori del maestro svedese, ma non per questo meno influente, è L’ora del lupo del 1968. Il grande merito del film è quello di offrire una chiave di lettura del tutto particolare a un genere, l’horror, che in quegli anni stava finalmente uscendo da canoni ristretti e ben definiti. Si può infatti definire L’ora del lupo uno dei primissimi esempi di horror psicologico. Il film racconta la discesa nella follia del pittore Johan, caratterizzata da problemi di insonnia e da spaventose visioni sempre più frequenti. La particolarità de L’ora del lupo risiede nella capacità di coniugare in maniera impeccabile elementi gotici e surreali, creando una sequela di immagini inquietanti che uniscono lo sguardo dello spettatore a quello del protagonista, fino a generare un costante senso di angoscia.

L'ora del lupo

L’ora del lupo di Ingmar Bergman (1968)

Pur non potendo considerare L’ora del lupo il capostipite assoluto dell’horror psicologico, è necessario tenere presente una differenza sostanziale tra la pellicola di Bergman e altri film riconducibili al genere dello stesso periodo, di cui un chiaro esempio è Repulsione di Roman Polanski. Nel film di Polanski non viene mai messo in dubbio il fatto che tutto ciò che la protagonista percepisce sia frutto delle sue paranoie. Al contrario, L’ora del lupo, pur mettendo in scena il pittore come un personaggio chiaramente disturbato, non prende mai una strada precisa, mantenendo una chiara ambiguità che si protrae fino al finale.

Innumerevoli sono i film che ricercano dinamiche simili a quelle create dal regista svedese in questo film. L’esempio più evidente è però, probabilmente, ancora una volta legato al cinema di David Lynch, questa volta con Eraserhead. L’opera prima di Lynch ricorda fortemente il film di Bergman, non solo per le sensazioni evocate, ma soprattutto in termini di messa in scena. Sono però molte altre le pellicole che, negli anni, hanno ricercato quella stessa ambiguità presente ne L’ora del lupo, come l’indimenticabile Shining di Stanley Kubrick, ma anche film molto più recenti come The Babadook e The Lighthouse.

Riassumere un’eredità vasta come quella bergmaniana attraverso soltanto tre pellicole non può che essere un’operazione estremamente riduttiva. Inevitabilmente, restano escluse molte altre opere fondamentali nella storia del cinema, quali Il posto delle fragole, Sussurri e grida, Fanny e Alexander e tante altre, a fronte di una filmografia che può contare oltre quaranta film. Affrontare Bergman vuol dire confrontarsi con un autore fondamentale tanto per la forma quanto per il contenuto, da cui ogni grande regista ha, in qualche modo, attinto. È evidente, quindi, come, anche se molti dei suoi lavori più importanti hanno più di mezzo secolo di vita, il suo cinema risulti ancora più attuale che mai.

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