Il generale Della Rovere – Il peso del dovere da De Sica a Favino

Alessandra Cinà

29.03.2021

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Vivere nella totale indifferenza o morire facendo la cosa giusta? Quanto è importante avere dei valori e combattere per essi, rischiando tutto? Queste sono le domande che ci si pone dopo aver guardato Il generale Della Rovere.

Il film è ispirato a una storia vera, vissuta da Indro Montanelli in terza persona nel carcere di San Vittore, nel 1944.

Fra i prigionieri politici emerge la figura di Giovanni Bertoni, un truffatore che imbroglia le famiglie dei prigionieri nazisti, facendo loro credere di possedere le giuste conoscenze per far liberare i loro cari. Scoperta la truffa, il colonnello tedesco Müller gli proporrà un accordo che gli cambierà la vita. Dovrà fingersi il generale Fortebraccio Della Rovere (deceduto durante una retata nazista), anello di congiunzione tra gli Alleati e i partigiani, ed estorcere informazioni agli altri prigionieri, ignari della morte del generale.

Alla fine, Bertoni si rifiuterà di tradire uomini che, a differenza sua, avevano dei valori e qualcosa per cui valesse la pena vivere e morire. Farà propri i valori della lotta partigiana e, venendo meno al patto, verrà fucilato insieme ad altre dieci persone.

Nel 1959, prendendo spunto da questa vicenda, Rossellini e lo stesso Montanelli (che pubblicherà una revisione della sceneggiatura solo qualche anno dopo) scriveranno la sceneggiatura de Il generale Della Rovere, aggiudicandosi così il Leone d’oro. Nel 2011, Carlo Carlei produce per la Rai l’omonima miniserie.

L’Emanuele Bardone di Rossellini è interpretato magistralmente da Vittorio De Sica, mentre il Giovanni Bertone di Carlei è interpretato da Pierfrancesco Favino, che riesce a fare un lavoro sublime. A parte il cambio di nome del protagonista, tra il film e la miniserie ci sono alcune differenze che, però, non intaccano la morale e i valori che questa vicenda vuole trasmettere.

Prima, però, di addentrarci nella psiche di Bardone/Bertone, ci soffermeremo sulle sopracitate differenze. Partiamo dal presupposto che il film dura due ore, mentre la miniserie ha una durata complessiva di quattro: per questo motivo, le vicende di quest’ultima saranno più dilatate rispetto a quelle del film.

Il film tende a focalizzarsi solo sul protagonista e sulla sua morale: poco importa della sua vita privata. Ciò che conta per lo spettatore è sapere che si tratta di un truffatore con il vizio del gioco. Rossellini tende a raccontare l’essenziale, restituendoci la realtà di un’Italia impoverita dalla guerra e stanca dei nazisti, oltre a quella carceraria (su cui ci soffermeremo in seguito).

Carlei, invece, tende a romanzare la storia e, al contrario di Rossellini, vuole darci informazioni su questo giocatore incallito: vuole farci sapere chi è veramente e cosa nasconde dietro la facciata del menefreghismo.

Mentre di Bardone sappiamo solo che ha avuto una storiella con una prostituta e nulla più, con Bertone scopriamo qualcosa in più su questo amore mai finito.

Il generale Della Rovere

Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

Il Bardone di De Sica non si occupa di creare legami con nessuno ed è chiuso nel proprio egoismo e nella propria superficialità: sembra quasi un robot senza sentimenti.

Il Bertone di Favino, invece, mostra sin da subito un bagliore di umanità, e lo fa quando decide di «adottare» Ada, figlia di un suo conoscente, che rimane orfana dopo che il padre viene arrestato dai nazisti.

Bertone, in qualche modo completa, Bardone. È come se Carlei avesse riempito quei vuoti lasciati volutamente da Rossellini, in quanto non necessari ai fini della trama, ma utili se si vuole comprendere al meglio il personaggio di Bertone. Non dimentichiamo che Rossellini era pur sempre un regista neorealista e che, in questo film, riemerge la volontà di narrare la realtà nei suoi aspetti più crudi e meschini, senza la necessità di abbellirla.

L’unica cosa che i due hanno in comune è il vizio del gioco, oltre al loro essere truffatori e bugiardi. Dovendo tirare a campare, corrompono un ufficiale tedesco per liberare padri e figli di gente che spera in un miracolo. La maggior parte delle volte riescono a liberare il prigioniero; altre arrivano troppo tardi. Nonostante questo, continuano ad alimentare la speranza di quelle persone, estorcendo loro denaro.

Una volta arrestati, si giustificheranno dicendo di aver provato a donare speranza. Avevano preferito illudere quella gente piuttosto che raccontarle dei plotoni di esecuzione e dei campi di concentramento. E a questo punto lo spettatore si pone un’altra domanda: meglio credere che l’estate arriverà o continuare a vivere in un eterno e gelido inverno? Meglio illudere sé stessi o affrontare l’amara verità?

Dopo l’arresto e il patto con il colonnello, che Bardone/Bertone accetta in cambio di aver salva la vita, il loro mondo cambia di colpo. Acquisiscono così un nuovo punto di vista, che li porterà a chiedersi che cosa conta davvero nella vita.

San Vittore

La scena si sposta nel carcere di San Vittore, a Milano, nel braccio riservato ai dissidenti politici. A Bardone/Bertone verrà riservato un trattamento di favore rispetto agli altri prigionieri. Dopotutto, si tratta del generale Della Rovere, un eroe acclamato dai detenuti e dalla polizia italiana.

La realtà del carcere è terribile: i detenuti vengono trattati come bestie, sulle quali i soldati tedeschi sfogano tutta la loro ferocia.

Il generale Della Rovere

Giovanni Bertone in Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

Lentamente, qualcosa comincia a muoversi nella mente dei protagonisti, anche se i due matureranno questa consapevolezza in momenti differenti.

In Bertone (Favino), il desiderio di fare qualcosa per collocarsi dalla parte giusta della storia matura di scena in scena; in Bardone (De Sica), invece, questa consapevolezza si manifesterà all’improvviso durante la scena finale, quando farà un resoconto di ciò che ha vissuto in carcere. Ma procediamo per gradi: nella miniserie del 2011 ci sono molte più scene che ci mostrano il funzionamento dei meccanismi di quel microcosmo, al contrario del film di Rossellini che, ancora una volta, si focalizza soltanto sull’essenziale.

Carlei ha quindi preso il quadro dipinto da Rossellini e ha aggiunto uno sfondo alle vicende del protagonista: quello che ci viene mostrato è un posto squallido e senza speranza. I carcerati sanno che, molto probabilmente, li attende il plotone d’esecuzione, eppure non si scoraggiano e continuano a sperare nel generale Della Rovere.

Botte e umiliazioni continue sono il pane quotidiano di tantissimi italiani che si erano ribellati alla tirannide nazista. Uomini coraggiosi che si piegano, ma non si spezzano, amanti della libertà e sprezzanti nei confronti della guerra, come dirà lo stesso Müller.

Nella miniserie, i detenuti progettano una fuga nella quale, suo malgrado, verrà coinvolto anche Bertone. I tedeschi, tuttavia, riusciranno a braccarli e, per punizione, giustizieranno due ragazzi che avevano partecipato all’evasione. Nel suo immenso sadismo, il generale tedesco che dà l’ordine di fucilarli li deriderà. È in quell’istante che Giovanni Bertone si arma di un coraggio che non sapeva di avere, definendo spregevole un uomo che si comporta in modo così inumano.

Ci sarà una persona che scuoterà la coscienza dei nostri protagonisti.

Banchelli (nel film) o Bacchelli (nella miniserie) è un partigiano in contatto con Fabrizio, pseudonimo del capo della Resistenza. Entrambi finiranno nel mirino delle SS che, attraverso la tortura, tenteranno di estorcere loro informazioni sul generale. Ma entrambi preferiranno morire per mano propria piuttosto che parlare.

Ed è a questo punto che avviene una svolta in Bardone/Bertone.

Inizialmente sono entrambi increduli: sacrificarsi per salvare la vita a uno solo uomo? Perché?

Sono sgomenti, gridano che il partigiano è morto e, alzando lo sguardo, vedono sulle pareti di quella stessa cella le impronte che migliaia di uomini hanno lasciato prima di morire. Da un lato, il corpo del partigiano leale; dall’altro, le scritte di uomini che supplicano di avvertire le famiglie della fine che avrebbero fatto. In un primo momento, dunque, il generale Della Rovere si avvicina ai prigionieri e li incoraggia soltanto per pietà e umanità.

I protagonisti faranno propri i valori del generale quando riceveranno la lettera della contessa Della Rovere, ignara della vera fine che ha fatto il marito. La contessa è orgogliosa di lui e lo rassicura dicendo che lei e i figli seguono l’esempio di forza e coraggio che hanno ricevuto proprio da lui. Sia Bardone che Bertone dovranno trascorrere una notte con alcuni condannati a morte, tra i quali anche il misterioso Fabrizio, nel tentativo di smascherarlo.

Bertone entra in quella cella con in mente le parole della moglie del generale: «Quando non sai qual è la via del dovere, scegli la più difficile».

Il generale Della Rovere

Giovanni Bertone in Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

Bertone sa già che, qualsiasi cosa accada, non farà mai quel nome. Ha fatto i conti con la propria coscienza e ha deciso che non vuole più vivere da truffatore, anche se questo significa morire. Bardone, invece, quando entra in quella cella, è ancora confuso, ha paura e non sa che cosa fare: i dubbi lo assalgono.

Sarà un discorso pronunciato dallo stesso Fabrizio a chiarire i pensieri di Bardone:

Fabrizio: «Lei dice: “non ho fatto niente!” e io le credo, ma vede, è proprio questa la sua colpa! Mi scusi, ma il mondo è in guerra da cinque anni, milioni di uomini sono morti, centinaia di città sono state rase al suolo, e lei non ha fatto niente! Perché questo solo conta: fare il proprio dovere qualunque cosa accada».

Anche Bertone ascolterà quelle parole e il concetto di dovere si imporrà nella sua mente. Entrambi decidono di morire e, provando per la prima volta in vita loro a fare la cosa giusta, si sacrificano al posto di Fabrizio.

Come avrebbero potuto sacrificare un uomo che, a differenza loro, aveva rischiato qualsiasi cosa per l’Italia? Muoiono, ma con una nuova consapevolezza: muoiono in nome della libertà.

Bertone/Bardone: «Signori! In questo momento supremo, rivolgiamo il nostro pensiero alle nostre famiglie, alla patria! Alla maestà del re! Viva l’Italia!».

Un ultimo appunto riguarda gli attori che hanno dato vita ai rispettivi protagonisti, Vittorio De Sica e Pierfrancesco Favino.

De Sica recitava attraverso la gestualità e con una certa raffinatezza; Favino comunica con lo sguardo, e si può dire che le emozioni gli si dipingano sul volto.

Questi due attori, a modo loro, hanno dato vita a un personaggio che, con i suoi vizi e il suo cambiamento, fa da specchio ai pregi e ai difetti degli italiani che hanno vissuto e lottato durante la Seconda guerra mondiale.

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Autore

  • Alessandra Cinà

    Ciao a tutti, mi chiamo Alessandra e sono un'inguaribile cinefila. Da qualche tempo a questa parte sono riuscita ad unire la mia passione per la scrittura allo strano mondo del cinema, cercando di analizzare la Settima Arte in maniera innovativa e profonda.
    Detto questo, buona lettura e buon divertimento 😉

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