La censura cinematografica in Italia

Antonio Lamorte

21.07.2021

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Tra i tanti aspetti che caratterizzano l’industria cinematografica vi è, purtroppo, anche la censura. Non importa di quale nazione si parli: la censura cinematografica è presente ovunque. Perché ovunque esistono argomenti scomodi, legati magari alla politica o alla religione, oppure vincoli, anche soltanto morali, che non si dovrebbero superare.

Ovviamente, l’Italia non è stata esente dall’applicare censure a film noti, diretti da registi italiani e stranieri, molti dei quali famosi anche all’estero. E non risulta affatto strano, considerando le varie diverse fasi politiche, alcune molto tristi, che il Paese ha attraversato.

Le origini della censura e il Fascismo

La censura cinematografica in Italia nasce quando il cinema si afferma come grande arte popolare, vale a dire nei primi anni Dieci. Nel maggio del 1913, Luigi Facta presentò un disegno di legge al quale lo Stato diventava il supervisore di tutte le pellicole cinematografiche, italiane e straniere, destinate alle sala.

A richiedere questo provvedimento furono proprio i produttori cinematografici, poiché, fino a quel momento, erano le singole prefetture locali a occuparsi dei film e, molto spesso, i giudizi espressi erano drasticamente differenti, pur trattandosi della stessa pellicola. In questo modo, i produttori andavano incontro a numerose difficoltà, soprattutto economiche, che si sarebbero potute risolvere con un unico visto di censura valido su tutto il territorio nazionale.

Nasce così, nel 1913, l’Ufficio Centrale di Revisione. Le regole erano semplici.

Nei film non si doveva offendere il decoro della nazione; non si potevano rappresentare i funzionari dello Stato, in particolar modo gli appartenenti alle forze dell’ordine, come personaggi negativi. Viceversa, non si doveva indurre il pubblico a simpatizzare per figure criminali. Gli atteggiamenti che richiamassero, anche solo velatamente, la sessualità, come un semplice bacio, erano vietati; allo stesso modo, erano proibiti i confronti tra le diverse classi sociali, per evitare di incitare a rivoluzioni.

È nel 1920 che avviene un cambiamento importante. Con un Regio Decreto venne istituita una vera e propria commissione, che prevedeva al suo interno la presenza di diversi esponenti della società. Tra questi figuravano un magistrato, un educatore, un esperto d’arte e, talvolta, anche una figura genitoriale.

Oltre all’istituzione di questa commissione, venne introdotto un meccanismo fondamentale: prima che un film potesse essere girato, anche la sceneggiatura doveva essere sottoposta a revisione e approvata. In questo modo, era possibile bloccare sul nascere la realizzazione di quei film che avrebbero violato le norme.

Con l’avvento della dittatura fascista in Italia, la situazione sul fronte della censura cinematografica non subì grossi cambiamenti sul piano delle procedure, se non per un forte rafforzamento dei controlli. I film censurati in questo periodo furono quasi tutti stranieri, poiché l’industria cinematografica era sotto il diretto controllo dello Stato, che l’aveva trasformata in una macchina di propaganda. Molto spesso, i film stranieri censurati erano opere di spionaggio o caratterizzate da una forte impronta antinazista.

Il più famoso tra questi è senz’altro Casablanca (1942) di Micheal Curtiz, che uscì nelle sale italiane solamente nel 1946.

Casablanca

Casablanca di Michael Curtiz (1942)

Quando finalmente arrivò nelle sale, il film presentava comunque alcune modifiche: in particolare, nel doppiaggio vennero cambiati alcuni nomi per nascondere l’origine italiana di determinati personaggi alleati con i tedeschi, mentre furono eliminate alcune scene in cui un ufficiale italiano, il capitano Tonelli, dialogava con i nazisti.

Parlando di film antinazisti, però, è impossibile non pensare anche a Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin. L’opera venne ovviamente bandita per il suo attacco diretto ad Adolf Hitler, alleato del regime fascista, e per la critica alla dittatura, all’antisemitismo e alla repressione: tutti fenomeni di cui l’Italia, in quel periodo, si fece tristemente portatrice. Il capolavoro di Chaplin arrivò nelle sale italiane solamente dopo il 1945.

Il grande dittatore

Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1940)

Tra i film italiani ritirati dalle sale durante questo periodo, invece, non si può non citare Ossessione (1943) di Luchino Visconti, una delle opere seminali del filone neorealista. Poiché il film non conteneva attacchi diretti al regime, la commissione ne autorizzò inizialmente l’uscita. Tuttavia, venne quasi subito ritirato in seguito alle polemiche suscitate dall’eccessiva sensualità della protagonista, Giovanna (Clara Calamai), e da alcuni accenni a una possibile relazione omosessuale tra Gino (Massimo Girotti) e «lo spagnolo» (Elio Marcuzzo), tema fortemente stigmatizzato nell’Italia dell’epoca.

Il film venne sequestrato e si tentò di distruggere le copie, ma fortunatamente Visconti riuscì a conservarne una, garantendo così alla sua opera la possibilità di ottenere, con il passare del tempo, il riconoscimento che meritava.

Dalla Repubblica a oggi

Se si pensa che, con la chiusura del capitolo del fascismo, si sia chiuso anche quello della censura cinematografica, si è in errore. Con l’avvento della Repubblica e le iniziative volte alla ricostruzione del Paese, entrarono in gioco nuove dinamiche.

Dinamiche che riguardavano soprattutto la percezione che si aveva dell’Italia all’estero. Il neonato Ufficio centrale per la cinematografia aveva infatti la facoltà di bloccare l’esportazione di una pellicola qualora questa rischiasse di compromettere l’immagine del Paese. Nello stesso periodo si affermò definitivamente l’egemonia cattolica in ambito religioso, destinata ad avere forti ripercussioni anche sul cinema. Proprio in seguito alle pressioni dell’autorità ecclesiastica, venne introdotto nell’articolo 21 della Costituzione, dedicato alla libertà di espressione, un riferimento al buon costume, che poneva un limite alla libertà artistica.

Infine, proprio perché era fondamentale tutelare l’immagine dell’Italia all’estero, nel 1949 Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo spettacolo, promosse un intervento legislativo volto a limitare la diffusione di quei film appartenenti al filone neorealista che raccontavano le condizioni di assoluta miseria e povertà in cui versavano gli italiani del dopoguerra. Celebre fu, a questo proposito, l’esclamazione di Andreotti dopo aver visto Umberto D. (1952) in cui esclamò: «I panni sporchi si lavano in famiglia». A essa seguì un intervento scritto sul quotidiano Libertà, che destò parecchio scalpore.

«Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che, se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale».

(Giulio Andreotti, «Piaghe sociali e necessità di redenzione» per Libertas)

Umberto D.

Umberto D. di Vittorio De Sica (1952)

Nel 1962 venne approvata una legge dedicata alla revisione dei film e dei lavori teatrali. Il principio alla base di questa normativa era che le proiezioni pubbliche dei film, così come la loro esportazione all’estero, fossero subordinate al nulla osta del Ministero del Turismo e dello Spettacolo.

È proprio a partire da questo periodo che si verificano alcuni dei più celebri casi di censura cinematografica in Italia. Tra questi, si ricorda la turbolenta epopea produttiva di Ultimo Tango a Parigi (1972).

Il film venne sequestrato e, con una sentenza del 1976, ne fu ordinata la distruzione. Bernardo Bertolucci, ritenuto responsabile di aver offeso il comune senso del pudore, si vide privato dei diritti civili per cinque anni. Fortunatamente, il regista conservò clandestinamente una copia del suo film, permettendo così all’opera di sopravvivere.

Bertolucci non fu certo l’unico nome illustre tra i registi che ebbero a che fare con la censura. Tra coloro che intrattennero con essa un rapporto particolarmente turbolento spicca Pier Paolo Pasolini.

Praticamente ogni suo film ebbe problemi con la commissione, sia in fase di sceneggiatura, quando il testo doveva ancora essere approvato prima di dell’inizio delle riprese, sia una volta completata l’opera. Eccessiva violenza, profanità, mancanza di rispetto per il senso del decoro: furono queste alcune delle contestazioni mosse al regista bolognese, che lo accompagnarono da Accattone (1961) fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

Oltre a Pasolini e Bertolucci, nella lista figurarono anche Fellini, Antonioni, Deodato e Visconti. Tutti registi oggi considerati maestri, che videro bloccare o tagliare diversi opere per motivi riconducibili, almeno in parte, a quelli descritti finora.

Uno degli ultimi casi celebri in cui la censura fu protagonista risale al 1998, con il film Totò che visse due volte, diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco.

Il film venne, curiosamente, «vietato a tutti». Un giudizio così drastico da parte della commissione fu motivato dalla presenza di temi come l’omosessualità e la pornografia, oltre che dalla reinterpretazione in chiave sessuale di diversi episodi biblici. Tuttavia, dopo il ricorso, il film uscì nelle sale vietato ai minori di diciotto anni, dando origine a un acceso dibattito sul ruolo della censura.

Proprio dal 1998, con la cessazione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali assunse le competenze relative al nulla osta per la proiezione pubblica dei film. Si arriva così agli sviluppi della storia più recente.

Il 5 aprile 2021 si è infatti aperto quello che potrebbe essere l’ultimo capitolo della storia della censura cinematografica in Italia. In quella data è stato emanato un decreto che ha introdotto un nuovo sistema di classificazione delle opere cinematografiche, superando la possibilità di vietare un film a tutto il pubblico e prevedendo come limite massimo il divieto ai minori di diciotto anni. In pratica, nessun film può più essere bandito dalle sale cinematografiche italiane attraverso il precedente meccanismo di censura preventiva. Inoltre, sono gli stessi produttori e distributori a proporre una classificazione per la propria opera, che viene poi sottoposta alla verifica di un’apposita commissione, la quale può confermare la proposta o indicare una classificazione diversa.

Questa è, in breve, la storia della censura cinematografica in Italia: una vicenda tanto controversa quanto affascinante, che ha segnato un’intera industria. Spesso attraverso vere e proprie “guerre” intraprese contro determinati film e registi, la censura ha in qualche modo contribuito, suo malgrado, a consegnare alla storia alcune delle opere oggi considerate capolavori. Ed è stata inoltre, involontariamente, il punto di partenza di importanti interrogativi sulla libertà di espressione in ambito artistico. Interrogativi che, nonostante l’evoluzione delle leggi, restano ancora, almeno in parte, senza risposta.

Leggi anche: Ultimo tango a Parigi – Il ballo disperato tra il sesso e la morte

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  • Antonio Lamorte

    "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos." - Henry Miller

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